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domenica 27 settembre 2020
 

III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

Le nostre aspettative e le nostre attese nei confronti del Signore spesso sono lontane dalla realtà e da ciò che lui intende compiere nella nostra vita e nella vita della Chiesa. Ma lo stesso dinamismo lo troviamo anche nel Vangelo, perché molto spesso gli apostoli e come loro molti dei protagonisti dei tanti incontri con il Signore, sono spiazzati da ciò che Gesù compie e da ciò dice, anche di se stesso. Il Vangelo di questa domenica contiene uno di questi momenti in cui Gesù interpellando i suoi, li lascia senza parole, come spiazzati da ciò che rivela loro. Il punto di partenza è una domanda apparentemente banale, quasi ingenua: «Le folle, chi dicono che io sia?». Sembrerebbe quasi una curiosità, oggi diremmo un “sondaggio” di opinione per avere il polso del sentire comune. In realtà la domanda nasconde una questione cruciale relativamente all’immagine del Messia atteso da Israele, e di conseguenza al tipo di salvezza che le folle si immaginavano.

La risposta dei discepoli riporta le diverse opinioni della gente, ma interrogati di nuovo circa la loro opinione, Pietro a nome degli apostoli risponde in modo deciso e chiaro circa l’identità del loro Maestro: «Il Cristo di Dio», cioè il consacrato, il Messia inviato da Dio. Ma a quel punto il Signore fa a loro una sorta di rivelazione, sulla quale chiede il totale riserbo: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Possiamo solo immaginare lo sconcerto dei Dodici, dal momento che le aspettative circa il “consacrato di Dio”, il Cristo, erano di tutt’altro tipo. Forse è proprio per questo che il Signore si affretta a chiarire le cose, cioè che l’esito finale della sua vita sarebbe stato non di gloria e di vittoria secondo criteri umani, ma ben altro tipo di vittoria e di liberazione, cioè attraverso il rifiuto da parte delle autorità religiose e la sua stessa morte, il suo messianismo sarebbe stata una vittoria sul male e sulla morte.

Ma questo sarà molto più chiaro dopo la sua passione e la sua morte e non senza molti dubbi e incertezze. Uno dei testimoni del vero significato della salvezza portata da Gesù Messia è san Paolo, molto spesso infatti nelle sue lettere troviamo non solo riflessioni teologiche ma veri e propri tratti autobiografici. Scrivendo al suo collaboratore Timoteo, descrive come lui stesso ha compreso e sperimentato il messaggio di salvezza attraverso l’annuncio evangelico, di cui lui stesso è portatore: «Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità…».

Si tratta dunque di una salvezza dal male, cioè dal peccato e dalla morte, che passa attraverso l’apparente sconfitta della croce. Questa è la novità del Vangelo, oltre ogni aspettativa e ogni calcolo umano.


10 settembre 2020

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