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lunedì 04 marzo 2024
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

Parola “buona”, ma emarginata?

Questa volta giriamo proprio pagina. Da mesi siamo stati in compagnia dei vizi capitali col loro corteo di degenerazioni. D’ora innanzi si apre davanti a noi l’orizzonte luminoso delle virtù, anche se nei nostri giorni piuttosto superficiali, amorali e immorali è facile confondere e deformare i profili. Già otto secoli prima di Cristo, il profeta Isaia si sdegnava gridando: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che mutano la tenebra in luce e la luce in tenebra, che confondono l’amaro col dolce e il dolce con l’amaro!» (5,20).

È curioso, infatti, notare come spesso il termine «virtù» sia stato strattonato verso altre direzioni, abusato e contraffatto. La sua stessa etimologia è ambigua perché, risalendo alla «virilità» (da vir, in latino «uomo», nel senso di maschio combattivo e forte), le ha imposto già nella lingua dei Romani il significato primario di «valore» marziale o eroico, soprattutto a livello bellico. Si spiegano, così, le nostre – molto meno guerresche, per fortuna – polisportive denominate Virtus.

Più pacificamente ci si è poi orientati, nel nostro linguaggio comune, a fare della virtù una mera questione tecnica: il «virtuoso» in musica è l’interprete raffinato, capace di estrema perfezione vocale o esecutiva, anche se non necessariamente attrezzato a scavare nelle profondità intuitive e negli abissi segreti della musica.

«Virtuale», poi, da nobile aggettivo filosofico destinato a definire ciò che è in potenza, in contrapposizione a «reale», si è trasformato in uno dei termini globali costanti dell’informatica, in cui la «virtù» è ormai ridotta a essere una simulazione del reale («realtà virtuale», «memoria virtuale» e così via).

Chi ci segue in modo continuo ricorderà che nella scorsa puntata, concludendo il discorso sui vizi, avevamo proposto il grandioso affresco che Ambrogio Lorenzetti aveva dipinto nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena tra il 1337 e il 1341. Il soggetto era basato su un contrasto: il buono e il cattivo governo. Nell’articolo della scorsa settimana ovviamente avevamo rimandato alla corruzione politica così come l’aveva rappresentata l’artista. Ora, invece, ci rivolgiamo alla sezione positiva riguardante le virtù del «buon governo».

In alto, al centro, campeggia la Sapienza personificata, sotto la quale è posta, solenne e ieratica, la Giustizia, che funge da asse di una bilancia i cui piatti sono sotto il suo controllo perché restino in equilibrio perfetto. Accanto al Bene comune, raffigurato come un imperatore in trono, si dirama il corteo delle virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, di cui dovremo in futuro interessarci.

A esse è associata anche la Magnanimità, mentre a lato si riposa, stupenda, la Pace. Ma sopra il capo del Bene comune ecco occhieggiare le tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, che saranno anch’esse oggetto della nostra analisi. L’artista era, quindi, convinto che bisognasse mettere almeno sul muro in visione obbligata a governanti e cittadini l’accolta delle figure delle virtù che spesso sono assenti nell’esercizio della politica e nella vita della società.

Prima, però, di riflettere su quelle sette virtù, le cardinali e le teologali – che sono il parallelo antitetico del settenario dei vizi capitali finora considerato – dovremo introdurre qualche spunto generale sul tema della «virtù», cercando di smentire quanto segnalava – purtroppo con un’indubbia parte di verità – lo scrittore francese Paul Valéry (1871-1945): «Ormai la parola “virtù” non si incontra più se non al catechismo, nelle barzellette, all’Accademia e nelle operette».


27 luglio 2023

 
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