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sabato 18 maggio 2024
 

V Domenica di Pasqua (anno B) - 28 aprile 2024

Rimanere in Gesù, costruire la Pace

 

[Gesù disse ai suoi discepoli] «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me».

Giovanni 15,4

 

Percorriamo nelle ultime domeniche di Pasqua i cosiddetti discorsi del commiato (Giovanni 14-17): il Signore, alla vigilia della Passione, dà agli apostoli indicazioni importanti per la loro vita e la loro testimonianza. La liturgia ci offre oggi l’immagine della vite e dei tralci, uno degli alberi più umili e preziosi del creato. Il suo legno, una volta tagliato, non può essere usato per costruire: esso è utile solo finché è attaccato alla pianta, e consente la crescita e la maturazione dei frutti, dell’uva e del suo prodotto nobile, «il vino che allieta il cuore dell’uomo» (salmo 104,15), che dice festa, gioia, vita.

Il Cristo «è la vera vite e il Padre suo è il vignaiolo», immagine potente nella Scrittura (Salmo 80,15- 17), che evoca il simbolismo amoroso (Isaia 5,1-10; cfr. Cantico dei Cantici), ribadisce la fedeltà di Dio oltre l’infedeltà dell’uomo ed è ripresa anche da Gesù (Matteo 20- 21, Marco 12, Luca 20): tutti noi, discepoli, siamo i tralci, quel legno umile, insignificante, buono solo per essere bruciato se viene staccato dalla vite e perde, dunque, la vita, capace invece di trasmettere questa vita e di portare frutto se rimane “attaccato” all’albero. L’unione richiamata qui dice una dimensione forte, sacramentale, capace di dare vita non in un senso meccanico e superficiale, ma nella profondità della verità, dell’unità e Trinità di Dio, rivelatasi nel Figlio fatto Uomo e nello Spirito vivificante.

Siamo invitati a “rimanere in Gesù”: il verbo torna nella pericope 7 volte, a dire la totalità e la perfezione di questo “stare”, restare in Cristo, perché solo in Lui ogni nostra fatica, gioia, speranza, sofferenza acquista senso e viene proiettata nel senza fine di Dio. “Rimanere” in Gesù, e lasciare che «le sue parole rimangano in noi», significa vivere alla sua luce che trasforma la storia, sapere che la nostra azione, personale e comunitaria, è feconda solo “in Lui”, e «nulla possiamo fare senza di Lui»; significa esercitare un discernimento attento, per interpretare i fatti con la docilità che ci fa ascoltare il soffio dello Spirito e ci fa avere la sua stessa creatività, che cerca e costruisce il bene.

In quest’ottica anche le prove che viviamo hanno un senso: è il Padre che non ci taglia, ma «ci pota»; ogni potatura provoca sofferenza alla pianta, ma le consente di crescere in modo più rigoglioso e ordinato perché porti un frutto più ricco. È l’esperienza di Paolo a Damasco e a Gerusalemme (I lettura, Atti 9): una “potatura”, per rivedere le sue convinzioni, alla luce della verità di Cristo, e per la diffidenza di una comunità che lo ha conosciuto come ostile; il discernimento, con l’aiuto di Barnaba e degli apostoli, consente a tutti, Paolo stesso e gli altri discepoli, di «essere in pace», realizzando il dono ricevuto dal Risorto, di comprendersi reciprocamente e di riconoscersi come tralci dell’unica vite, nell’intimità dei fratelli. L’Amore autentico, che viene da Dio e non da noi, si manifesta “con i fatti e nella verità” (II lettura, 1Giovanni 3) e ci rende capaci di accogliere l’altro con le sue differenze, riconoscerne la fecondità e camminare insieme nella lode: «Scioglierò i miei voti al Signore davanti ai suoi fedeli, nell’Assemblea dei fratelli»! (Salmo 21, Responsorio).


25 aprile 2024

 
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