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VI Domenica dopo Pentecoste - 4 luglio 2021

La vocazione di Mosè è uno degli episodi più suggestivi dell’intero libro dell’Esodo. Di essa mettiamo in rilievo quegli elementi che ci aiuteranno anche a commentare la pagina del Vangelo. Quando Mosè è chiamato da Dio si trova nel momento più difficile della sua esistenza: anche se apparentemente sta conducendo la vita semplice del pastore, il primo versetto chiarisce subito che il gregge che conduce non è suo, ma del suocero. È anziano, nell’ultimo periodo dei quarant’anni trascorsi come esule dall’Egitto, dove era cresciuto, secondo una tradizione rabbinica riportata da Stefano nel suo discorso: «Mosè fuggì [dal Faraone] e andò a vivere da straniero nella terra di Madian, dove ebbe due figli. Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente» (Atti 7,29- 30). Proprio in quel momento, forse il momento meno opportuno per lui, Mosè viene chiamato a un compito decisivo: guidare il suo popolo alla libertà.

Anche i quattro versetti che compongono la pagina evangelica di oggi vanno letti a partire da una crisi. Il lezionario però ha omesso quanto si legge appena sopra, che dà senso all’insieme: Gesù, in quel tempo, rende lode a Dio perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli. A quale tempo si sta riferendo l’evangelista, e di quali cose parla Gesù?

Il contesto in cui Gesù pronuncia queste frasi è composto da due capitoli (11–12) che si trovano tra il discorso missionario, col quale ha inviato i discepoli ad annunciare il regno (cap. 10), e il discorso centrale dell’intero Vangelo (cap. 13), col quale Gesù in parabole parla del regno. Nei capitoli 11 e 12 è attestata la tensione tra Gesù e alcuni membri di Israele: il Signore ha compiuto miracoli, ha insegnato e tenuto discorsi, e se ha già avuto scontri con alcuni, ora molti esprimono riserve su di lui. In questi capitoli si ripete lo stesso schema: all’incredulità espressa nei suoi confronti segue un ulteriore rifiuto, ma poi l’accoglienza del Regno da parte di altri, i piccoli. Sono infatti i piccoli coloro ai quali è rivelato il Regno («queste cose»), e che lo accolgono: Gesù, nonostante il rifiuto di altri, ringrazia il Padre proprio per questo. Il brano odierno, chiamato da alcuni la “grande confessione di lode”, dice di una gratitudine che nasce dalla prova.

Quanto è di esempio il comportamento di Gesù: senza negare il fatto che la sua generazione è simile a bambini che rifiutano ogni tipo di gioco (Matteo 11,16-19), e pur rimproverando le città che non lo hanno accolto (11,20-24), e senza nascondere le difficoltà che il Regno subisce, guarda comunque al bene, e ringrazia Dio.

Lo stesso possiamo fare anche noi. Come a Mosè, anche ai cristiani sono chieste decisioni importanti in momenti difficili, e i cristiani seguendo Gesù possono sempre trovare dei motivi per ringraziare Dio. Nonostante le prove e le contrarietà – anzi, grazie proprio a queste! – si può chiedere la “perfetta letizia” e lodare il Signore.

 


01 luglio 2021

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