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martedì 23 luglio 2024
 

XXV Domenica del Tempo ordinario (anno A) - 24 settembre 2023

Avere occhi per guardare come Dio

 

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi. Matteo 20,13-16

 

La liturgia di oggi è delicata ed esigente: siamo esortati, come dice san Paolo, a «comportarci in modo degno del Vangelo di Cristo» (II lettura, Filippesi 1). La parabola che Gesù narra nel Vangelo, conservata solo in Matteo, e le letture che la corredano per chiarirne l’orizzonte e il senso, ci interpellano profondamente; nessuno è sollevato dal rispondere alla domanda fondativa che «il padrone» pone ai lavoratori della prima ora, quelli da lui chiamati «all’alba», che «hanno sopportato il peso della giornata e il caldo»: «Sei invidioso perché io sono buono»? Gesù utilizza un simbolo capitale dell’Antico Testamento, quello della vigna, che definisce tutti noi, popolo della Promessa, prediletto e amato dal Signore nonostante le sue infedeltà (cfr. Isaia 5,1-7; 27,2-6; Salmo 80,9-17; Osea 10,1): non sta parlando ai lontani, ma a chi vive nella Casa del Padre suo, ha fede in Lui eppure resta cieco nei confronti del fratello e ne è “invidioso” (cioè non vede, o vede contro). L’invidia, generata dal maligno, dettata dalla diffidenza e dall’eccessiva valutazione di sé stessi e del proprio operato, impedisce di riconoscere nel prossimo semi di bene e di essere grati del dono della sua vita e della sua presenza.

È un vizio cui tutti siamo soggetti, che può sorgere anche negli ambienti di fede, nei contesti in cui si collabora per lo stesso progetto, dove si è legati da vincoli di gratuità, di fraternità e di affetto, non ultimo lo spazio della famiglia, piccola chiesa, comunità di amore, di educazione e di crescita, nella quale può accadere che i coniugi si trovino in disaccordo e finiscano per gareggiare tra loro per dimostrarsi a vicenda la propria maggiore dedizione alle esigenze dei figli, o che i fratelli si trovino in competizione (la Bibbia, maestra di umanità, conserva episodi di questo tipo: cfr. Abele e Caino, Genesi 4; i figli di Giacobbe, Genesi 37).

L’invidia, che offusca l’intelligenza e la sensibilità, è il contrario dello sguardo di Dio: l’invidioso desidera il fallimento dell’impegno dell’altro e non gioisce del suo bene; il Signore guarda ogni creatura con amore, è «misericordioso e buono verso tutti» (Salmo 144, Responsorio) e non si stanca di chiamare ciascuno a lavorare per il Regno. La domanda del padrone della vigna, se tradotta letteralmente dal greco, manifesta tutta la contrapposizione tra «le nostre vie e quelle del Signore, i suoi pensieri e i nostri pensieri» (I lettura, Isaia 55), ed è ripetuta oggi a noi: «Forse il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?». Siamo forse insofferenti dei talenti dell’altro, dei doni che egli ha ricevuto dalla bontà di Dio e mette a disposizione della comunità, della specificità feconda che è nelle sue azioni, nei suoi gesti, nella sua capacità di affetto, di persuasione, di lavoro, di preghiera? Siamo forse desiderosi che egli fallisca perché emergano meglio i nostri carismi, le nostre capacità, il nostro impegno? Siamo dunque incapaci di gioire per la salvezza dell’altro? Ritorniamo al Signore con tutto il cuore!


21 settembre 2023

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