È una Azione cattolica 5.0 quella che, dal 30 luglio al 2 agosto, ha portato a Bari oltre 700 tra presidenti diocesani e delegati regionali per confrontarsi sul tema “Orizzonti mediterranei. Abitare la fraternità per una cultura del dialogo”. E non solo per il linguaggio social, la capacità di produrre reel, caroselli e cartoline. Negli incontri interni e in quelli nelle piazze l’associazione ha portato la freschezza del Vangelo, un messaggio sempre all’avanguardia perché al ritmo con le fatiche, i sogni, la fragilità e la bellezza delle persone. Giornate nelle quali, sottolinea il presidente nazionale Giuseppe Notarstefano, «abbiamo non solo parlato di ascolto e dialogo, ma li abbiamo vissuti concretamente. Come associazione», continua, «sappiamo di dover diventare sempre di più un laboratorio di ascolto, di capacità di incontro delle diversità, di accoglienza dell’altro, di riuscire a tenere insieme posizioni che devono essere differenti, ma non distanti». Un grande esercizio democratico, un «laboratorio di cittadinanza che pratica il dialogo e in questo senso dà un contributo alla pace».

Momenti di riflessione, di festa, di confronto. A partire da quel Mediterraneo che non è un confine, ma uno sguardo aperto verso l’altro, un crogiolo di civiltà e culture, una ricchezza.

Un «sostantivo plurale», come è stato spiegato nella prima tavola rotonda dell’incontro. Un mare che fa cambiare prospettiva a seconda di come e da dove lo si guardi, che chiede conoscenza e analisi per non farsi trascinare nella propaganda e nelle divisioni strumentali.

Con i delegati hanno lavorato anche una ventina di vescovi italiani, in quell’esercizio di sinodalità che significa camminare insieme. Insieme nella Chiesa, tra le Chiese, con la società, con il mondo. Nella cattedrale di San Nicola la preghiera ecumenica, con la consegna ai presidenti diocesani del patto tra le Chiese cristiane firmato proprio a Bari lo scorso 23-24 gennaio. L’impegno a portarlo nei propri territori per impegnarsi al rispetto reciproco alla collaborazione per la coesione sociale e il bene comune, alla testimonianza di unità. La festa in piazza “Va pe’ mare”, con il quartetto d’archi Gershwin che ha suonato gli strumenti dell’orchestra del mare costruiti dai detenuti di Opera con i legni delle imbarcazioni naufragate a Lampedusa, con il concerto degli Aprés la classe, che ha fatto ballare tutto il centro storico.

Si è parlato di ambiente, con l’esperienza del Patto di comunità per l’ecogiustizia a Taranto, di caporalato, di migrazione, di convivenza, di pace.

Sono stati rilanciati i progetti associativi nei territori, l’impegno educativo, la responsabilità di abitare il proprio tempo.

«Abbiamo avuto ancora di più», aggiunge Notarstefano, «la consapevolezza di un’associazione capace di immergersi nelle grandi questioni che stiamo vivendo. Un’associazione che sa lavorare sui temi ambientali, sulla conversione ecologica, che si occupa dei grandi temi sociali, della marginalità, che è protagonista del percorso di inclusione con i ragazzi nelle periferie, nelle carceri. Un’associazione che è davvero presente sulla frontiera e che affronta anche le questioni che riguardano il lavoro dignitoso, la sicurezza del lavoro».

Un’Aci che intercetta le domande di senso di ragazzi, giovani, adulti, anziani, che entra in dialogo con le istituzioni, che si interroga sul senso della vita, sul cosa e sul come fare per tessere relazioni profonde.

Piccoli e grandi gesti per costruire il futuro e dare senso al presente. Con la logica del dono, come ha ricordato anche l’assistente generale, monsignor Claudio Giuliodori, che diventa bussola per le scelte concrete di vita: «Abbiamo ripensato le migrazioni come risorse e opportunità, non come problema e pericolo. Abbiamo ridisegnato percorsi di pace a partire dalla cultura della fraternità per contrastare le spinte al conflitto e al riarmo determinate dalla dilagante cultura della potenza denunciata da papa Leone nella Magnifica Humanitas», ha sottolineato. «Abbiamo rilanciato la convivialità delle differenze come strada maestra per superare pregiudizi e divisioni».

L’associazione, allora si pone in coraggiosa controtendenza rispetto a una comunicazione che, amplificata anche dai social, sembra solo voler dividere. «In questo ci aiuta il Vangelo», conclude Notarstefano. «Noi sappiamo che c’è una paradossalità nel messaggio evangelico: l’invito a costruire la pace in un tempo in cui si corre a riarmarsi e a fare della guerra l’unica e inesorabile modalità di risolvere i conflitti. I conflitti ci sono e non li nascondiamo, però noi siamo anche convinti che la guerra non è l’unico esito possibile del conflitto. Il conflitto può essere attraversato, può essere fonte di trasformazione sociale. Lo diciamo perché sappiamo che in tanti posti c’è il tema della giustizia riparativa, abbiamo visto con Rondine, che si può lavorare per il superamento della logica del nemico e per fare delle proprie ferite una occasione di crescita».

E allora, in questa logica, anche «il linguaggio nuovo non è il vezzo di seguire le mode, ma è un rendere protagonisti i giovani, i ragazzi, i piccoli, gli adolescenti, gli studenti ponendo l’attenzione alle istanze di rinnovamento, di riuscire a parlare ai nostri contemporanei, di essere significativi per questo nostro tempo». Con un dialogo e un ascolto che, per dirla con il titolo dell’ultimo libro di Notarstefano, sono impegno, per i credenti e non solo, di “Ogni santo giorno”.