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Il cardinale Timothy Radcliffe, 80 anni, seduto ai piedi della statua della Vergine, davanti alla parrocchia del Sacro Cuore di Kherson
Il cardinale Timothy Radcliffe, 80 anni, domenicano britannico, sorride, seduto ai piedi della statua della Vergine, nel piazzale davanti alla Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, parrocchia romano-cattolica di Kherson, città nel sud dell’Ucraina, sul fiume Dnipro, lungo la linea del fronte. Il suo sguardo sereno sembra proiettato altrove, mentre il cielo - finalmente limpido e quasi primaverile -continua a essere solcato dai droni nemici.
Buona parte della regione di Kherson è occupata dai russi, la città sorge sulla sponda nord del fiume, sotto controllo ucraino. Sull’altra sponda, a sud, ci sono le forze di Mosca, che bersagliano il centro urbano con missili, droni, attacchi di artiglieria. Giorno e notte, un incubo senza tregua. Impossibile passare lungo il fiume, troppo rischioso. Kherson oggi è uno dei luoghi più pericolosi dell’Ucraina. La grande maggioranza della popolazione è scappata altrove e i pochi abitanti rimasti, per la maggior parte anziani, sono costretti a stare chiusi in casa, a uscire solo per le necessità e per breve tempo a causa dell’incubo di essere individuati dai droni. Ma chi è rimasto resiste con coraggio, si dà da fare per gli altri, per i più bisognosi, con straordinario spirito di solidarietà.
Già maestro dell’Ordine dei predicatori dal 1992 fino al 2001, Radcliffe è stato creato cardinale da papa Francesco nel 2024. A maggio del 2025 ha partecipato al Conclave che ha eletto papa Leone XIV. Fine teologo, acuto osservatore della società, della vita cristiana e del mondo della Chiesa, è autore di numerosi libri e saggi, alcuni dei quali sono diventati best seller. Seven last words del 2004, pubblicato in Italia nel 2006 da San Paolo con il titolo Le sette parole di Gesù in croce, ora per la prima volta viene pubblicato, sempre da San Paolo, in Ucraina.


Il cardinale Radcliffe con i domenicani e i volontari nella mensa di Kherson, realizzata nel 2023 dal Centro domenicano San Martino de Porres di Fastiv.
(JAROSLAW KRAWIEC)Dopo aver viaggiato in numerosi Paesi in guerra, dalla Siria all’Iraq al Rwanda, il cardinale ha voluto visitare l’Ucraina – a trent’anni dal suo primo viaggio nel Paese - per una missione di speranza, per incontrare la gente comune, portare vicinanza e conforto, accompagnato dal belga padre Alain Arnould e insieme ai frati domenicani in Ucraina, guidati da padre Jaroslaw Krawiec, polacco, dal 2020 vicario provinciale dell’Ordine dei predicatori a Kyiv.
Cardinale Radcliffe, ha voluto visitare Kherson, incontrare la gente di questa città sul fronte sud, uno dei luoghi in Ucraina dove oggi è più rischioso vivere. Può raccontare questa visita?
«Ogni cinque minuti qui si avvertono gli spari dell’artiglieria. Siamo stati a visitare la mensa realizzata dal Centro domenicano San Martino de Porres di Fastiv, dove vengono preparati e distribuiti i pasti a chi è nel bisogno. Abbiamo visitato il forno dove viene prodotto il pane ogni giorno. Ed è stato meraviglioso vedere il coinvolgimento e l’impegno dei volontari locali, della gente del posto che presta il suo aiuto. Siamo stati poi alla lavanderia solidale comunitaria, dove si può fare il bucato, ma anche la doccia. Avevo visto le docce per le persone bisognose in piazza San Pietro in Vaticano, realizzate dal cardinale Konrad Krajewski. Inoltre, ho incontrato i padri basiliani: in questi tempi di guerra le relazioni con i religiosi greco-cattolici, fratelli e sorelle, sono molto importanti».


Il cardinale Radcliffe abbraccia una signora di Kherson.
(JAROSLAW KRAWIEC)Cosa le hanno detto le persone? Quali sono state le parole che ha sentito di più in questi giorni?
«La forma più importante di comunicazione che ho avuto in questi giorni in Ucraina è stata attraverso gli abbracci che le persone volevano darmi. Noi siamo corpi, e le nostre sofferenze sono corporali. E abbiamo bisogno di mostrare la vicinanza e la solidarietà attraverso i nostri corpi. La comunicazione essenziale, dunque, non è stata attraverso le parole espresse, ma attraverso i gesti delle persone: gli abbracci e i sorrisi. Ho visto, inoltre, quanto siano importanti i nomi delle persone. In tempo di guerra le persone vengono uccise e i loro nomi dimenticati. Dovunque siamo andati abbiamo voluto conoscere i nomi delle persone, ho firmato tantissimi dei miei libri con i nomi di ognuno. Ogni nome è una vita umana, ogni nome porta con sé una storia, una speranza. La gente in guerra ha bisogno di non scomparire dalla memoria. Alle persone in Ucraina ho voluto dire: non siete dimenticati. Spesso le parole sono inadeguate. Di fronte ai volti di persone che hanno perso i loro cari, ai bambini i cui padri sono dispersi sul campo di battaglia, le parole vengono meno. Cosa possiamo dire? Cosa fare? L’unica cosa che possiamo fare è stare con la gente, vicino alle persone con la nostra presenza. Alla messa diciamo: “Il Signore sia con voi”. Ecco, io dico: “Il Signore sia con tutti noi”».
Gli ucraini fin dall’inizio della guerra hanno sempre dimostrato una grande forza e capacità di resistenza. Lei vede ancora speranza in questa terra?
«La loro forza è davvero straordinaria. Ho visto un atteggiamento simile in Iraq, in Siria, in Algeria, in Rwanda. Penso spesso che se si vuole sapere cos’è la speranza, il modo migliore è andare nei luoghi di sofferenza, perché è lì che le persone ci insegnano cosa vuol dire sperare. Hanno così tanto da insegnarci. Amo un passo del libro di Osea, nel quale Dio dice: “Porterò Israele nel deserto, e lì gli parlerò con parole tenere”. A volte è proprio nel deserto che ascolti parole d’amore».


Radcliffe in visita alla scuola primaria del Centro San Martino di Fastiv
(JAROSLAW KRAWIEC)E poi ci sono i bambini, il futuro. Lei ne ha incontrati tanti in Ucraina. Come è stato?
«Ho incontrato i bambini a Fastiv. Ho vissuto momenti meravigliosi nella scuola cattolica del Centro San Martino, con la direttrice Kateryna. Mi sono reso conto di quanto i loro visi fossero tristi, privi di sorriso. Ma quando il mio confratello padre Alain si è messo a ballare, tutti hanno mostrato i loro sorrisi».
Seven last words, le ultime sette parole pronunciate da Cristo sulla croce: forse mai come oggi queste parole sono urgenti, attuali, dense di significato.
«Assolutamente. Tutti noi abbiamo momenti di silenzio nella nostra vita: silenzio quando non sappiamo cosa dire, silenzio quando perdiamo le persone che amiamo. Il silenzio terribile di quando non hai idea di cosa sia accaduto a qualcuno che ami. Il silenzio che troviamo nei luoghi di sofferenza. Ma sulla Croce, di fronte al silenzio finale della morte, nostro Signore ha pronunciato delle parole. Ci sono parole che parlano anche noi, quando non sappiamo cosa dire. Troviamo noi stessi nelle Sue parole. Il Vangelo è la nostra storia. Gesù ci parla con parole che dopo duemila anni ancora risuonano in noi».


La celebrazione della messa nella parrocchia del Sacro Cuore di Kherson: da sinistra, padre Mykhailo Romaniv, padre Jaroslaw Krawiec, padre Maksym Padlevskyi, padre Alain Arnould, il cardinale Timothy Radcliffe.
(STANISLAW MARCISZ)E’ iniziata un’altra guerra, che sta coinvolgendo l’intero Medio Oriente, con l’attacco di Usa e Israele all’Iran. Viviamo in un mondo in continuo e crescente conflitto. Cosa abbiamo perso come umanità?
«Può ognuno di noi avere il coraggio di guardare il volto dell’altro? Posso io avere il coraggio di guardare il volto di un russo e dire: “Qui davanti a me c’è mio fratello”? Alla fine, dobbiamo parlare, quando riconosciamo davanti a noi un altro viso fatto a immagine di Dio. Dobbiamo aprire i nostri occhi, le nostre orecchie e rifiutare il silenzio. Fra le ragioni per le quali sembra che stiamo andando alla deriva e scivolando in una guerra mondiale è il fatto che buona parte della comunicazione oggi è fatta di slogan. Ma se siamo capaci di riconoscere negli altri i nostri fratelli e le nostre sorelle, allora non possiamo restare in silenzio. In questi giorni ho comunicato via mail con il mio confratello e co-autore padre Lukasz Popko, che vive a Gerusalemme. Lui era chiuso nella sacrestia della chiesa come rifugio dai bombardamenti, io ero nella parrocchia del Sacro Cuore di Kherson, con il rumore continuo dell’artiglieria in sottofondo. Entrambi in luoghi di guerra. La speranza, tuttavia, non muore. E anche tu, che sei una giornalista, sei portatrice di speranza. Ora ad esempio stai parlando con me, rifiuti di restare in silenzio. E penso che i giornalisti abbiano un ruolo importantissimo. Con i mezzi di comunicazione avete il compito di rifiutare di parlare attraverso gli slogan. Anche voi, con il vostro lavoro, avete una missione».



















