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Cari amici lettori, il termine “parrocchia” è diventato per molti una parola polverosa, una cosa del buon tempo andato che ogni tanto si “rispolvera” (è il caso di dirlo) per qualche occasione come la Comunione dei figli, il funerale di un conoscente... Eppure, sicuramente, per molti di noi (mi metto anche io nel gruppo) la parrocchia è stata un’esperienza felice, la “fontana del villaggio” – come ebbe a definirla Giovanni XXIII –, che ha contribuito a plasmare in modo significativo la nostra vita. Cosa è successo nell’arco di pochi decenni e perché non “funziona” più come una volta? È un tema su cui ci si interroga molto e a cui abbiamo dedicato lo Zoom di questo numero (pag. 29).
È bene ragionare su questo tema – e spero che nelle vostre parrocchie si trovi modo e tempo da dedicarvi – non per “flagellarci” ma per riconoscere onestamente ciò che non corrisponde più ai tempi e individuare invece quei segni di vitalità che lo Spirito non manca di disseminare in ogni tornante della storia. Prendo un paio di spunti da un libro fresco di stampa di don Armando Matteo, segretario per la Seziona dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, La fortuna di essere irrilevanti. Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla (San Paolo, 2026). Titolo provocatorio ma anche stimolante e, contrariamente a quanto si può pensare, non solo dedicato a “smontare” ma anche a costruire.
Non si tratta, osserva in sostanza l’autore, di cambiare questo o quel singolo aspetto, ma di rivedere il modello di parrocchia che abbiamo in mente, così legato a tempi ed esperienza di vita che sono inevitabilmente tramontati. Questo non vuol dire che la parrocchia non abbia più senso, anzi. Ma occorre prendere atto di questo cambiamento d’epoca, confrontarsi con la sensibilità di uomini e donne d’oggi (chiedendosi cosa del Vangelo è capace di toccare la vita reale) e tirarne qualche conseguenza. È un lavoro che evidentemente non può fare da solo un parroco: ci vuole una riflessione condivisa dentro un comune percorso, in parrocchia e oltre. Insomma, serve uno stile davvero sinodale. Con la disponibilità a lasciarsi cambiare dove è necessario, a procedere con coraggio, senza rimpianti e senza paure paralizzanti, ma soprattutto occorre trasformare la mentalità.
L’altra suggestione che traggo dal libro di don Armando è che al cuore di questo cambiamento non ci può essere altro che l’incontro con Gesù (imprescindibile per ogni altra cosa nella Chiesa!) e l’esperienza della gioia, della festa, della comunità. Il teologo affronta ed esplicita nel concreto queste cose nel libro, a cui rimando. La cosa positiva che non deve sfuggirci è che proposte costruttive (come quella del libro citato) ed esperienze positive ci sono. Questo ci deve incoraggiare a cogliere la sfida con audacia, anche quando ci diciamo quello che non va e che chiede di essere cambiato: non è detto che la polvere debba continuare a stare lì per sempre!
Cari amici lettori, se volete raccontarci anche voi la vostra esperienza di vita parrocchiale, come vedete il presente e immaginate il futuro, scriveteci: sarà un dibattito stimolante per tutti.





