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Quello tra don Virginio Colmegna, direttore di Caritas Ambrosiana dal 1993 al 2004, poi presidente della Fondazione “Casa della Carità – Angelo Abriani” fino al 2023 e Gustavo Zagrebelsky, presidente della Corte costituzionale nel 2004, è un incontro che ha radici profonde. Un dialogo che Gianni Tognoni, Segretario generale del Tribunale permanente dei popoli, definisce nelle rispettive diversità «rivoluzionario».
In un tempo in cui ogni discussione sui social è una battaglia all’arma bianca che si polarizza agli estremi, in cui ognuno rimane della propria idea, bene che vada, e, male che vada, finisce a reciproci insulti. In un tempo in cui le armi bianche, in senso proprio, escono sempre più spesso fisicamente dalle tasche tra ragazzi agli angoli di strada e in cui la metà circa degli omicidi volontari nasce da liti degenerate, è una boccata d’ossigeno il “sogno” (copyright don Colmegna) di due over 80, giovanissimi in spirito, che, da due punti di vista diversi, quello laico del giurista e quello cristiano del credente che ha dedicato la vita agli ultimi, dialogano cercando un filo conduttore comune sul tema “carità e giustizia” e lo trovano dentro un prezioso libro, presentato il 13 ottobre, e occasione di un convegno, alla sede dalla Caritas Ambrosiana Milano intitolato: La costituzione dei poveri a cura di Daniela Padoan per Castelvecchi.
«La proposta di questo dialogo», racconta don Colmegna, «mi ha richiamato l’ultima Cattedra dei non credenti, l’iniziativa voluta a Milano nel 1987 da Carlo Maria Martini, in cui il Cardinale dialogava in pubblico con un non credente e che nel 2002 si concluse proprio con l’incontro con Gustavo Zagrebelsky all’epoca giudice costituzionale. Martini ci ha dato il dialogo come scelta culturale. Quando parlammo di far nascere la Casa della Carità a Milano, mi disse: “La giustizia ha bisogno della carità e la carità ha bisogno della giustizia”. Don Lorenzo Milani diceva: “La giustizia senza carità è una truffa”. La carità è superamento della visione assistenzialistica, pone al centro la persona, la sua dignità, non è elemosina ma fraternità, umanità, universalità. La carità pone al centro la persona a partire dal decidere da che parte si sta. Questo punto ci ha uniti subito, la carità diventa decisiva nei volti delle persone: come singole, non come numeri e statistiche: è stato naturale dialogare cominciando dal fatto che è dalle diseguaglianze che si deve cominciare, perché non si trova universalità dei diritti se non si parte dai deboli».
Di lì il dialogo ha trovato punti di intesa nella concretezza: salute, scuola, carcere, ospedali psichiatrici giudiziari, discorsi d’odio, non violenza: «Ho passato due notti a studiare l’Esortazione apostolica Dilexi te, di Papa Leone XIV», continua don Colmegna, «ho sentito risonare il nostro linguaggio: il Vangelo va vissuto, la povertà è strutturalmente creata dal sistema in cui viviamo, non accontentiamoci di farne dei libri, facciamone energia culturale, politica, spirituale in senso laico capace di far dialogare credenti e non credenti. C’è bisogno di testimonianza, di profezia, di non smettere di sognare».
«La cosa straordinaria», gli fa eco Gustavo Zagrebelsky, «è che se noi facessimo la somma delle citazioni dei testi, dei riferimenti più frequenti», contando le volte, «in cui don Virginio ha citato la Costituzione e io, da dilettante, ho citato testi sacri, vediamo che questo incontro ha prodotto per così dire una per così dire “enciclica” laico-cristiana, una fusione e non una giustapposizione, dimostrando come sia possibile a certe condizioni ragionare costruttivamente da un punto di vista laico e cristiano. Un libro esperienziale, non teorico, che parte dalla considerazione di posizioni concrete dal basso. Mi sembra di ricordare che un salmo dica: “la verità scende dal cielo, la giustizia germoglia dalla terra”, giusto? Mi piace molto questa localizzazione: la verità è una dimensione che viene riempita di formule generali, la giustizia ha bisogno di confrontarsi con situazioni concrete: ogni soluzione ai problemi che abbiamo trattato: scuola, sanità, carcere, muove dal particolare al generale: se una questione viene risolta per qualcuno in un modo, altri hanno diritto a vederla risolta nello stesso modo. Qui viene in questione il tema dell’uguaglianza. Nel nostro lavoro di giuristi è fondamentale non dimenticare che trattare in modo identico situazioni diverse non è giustizia, così si fa giustizia solo formale ma ingiustizia sostanziale, ragionare in questo modo implica che si debba scegliere, prendere posizione. La cosa più bella di questo dialogo è la soddisfazione di veder venir fuori idee cui non avevo pensato: insieme si cresce. Da soli le più belle idee diventano sterili. Ai giuristi dico: il diritto che serve a tutti deve mescolarsi con la bassura della vita, lì c’è spazio per migliorare la comunità e l’esistenza».
Un concetto simile esprime Marilisa D’Amico, docente di Diritto Costituzionale all’Università Statale di Milano, tra gli ospiti: «Il punto di incontro di Costituzione e Vangelo è l’esperienza concreta dell’ingiustizia: Costituzione e fede richiedono di prendere posizione, non si può stare nella propria stanza».
Nel corso dell’incontro si sentono citare spesso don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, li ricorda Francesco Maisto, ex presidente del Tribunale di sorveglianza dell’Emilia Romagna e in seguito Garante dei detenuti della Città di Milano: «Esperienze pastorali e Lettera a una professoressa di don Milani, le encicliche di papa Francesco, Nostro fratello Giuda di don Mazzolari, citati qui, sono libri intramontabili, specie in un tempo in cui si vogliono alzare muri di terrorismo punitivo. Voi che raccomandate attenzione alla scelta delle parole», dice rivolto a don Colmegna e a Gustavo Zagrebelsky, a proposito dei suicidi in carcere, «parlate di “omicidi di Stato”. Doveroso citare il libro del Cardinale Martini del 2003: Non è giustizia, la colpa il carcere la parola e Dio. Ne riconosco il metodo: partiamo da ciò che non è giustizia, pace, educazione».





