Il dato storico da cui partire per capire quale sia stato nella realtà il rapporto tra don Milani e il comunismo, – al centro della polemica sulla statua di Vagli Sotto – è che Lorenzo Milani inizia il suo ministero sacerdotale nel 1947, come cappellano della parrocchia di San Donato a Calenzano, un comune di operai e braccianti agricoli, sul confine tra Firenze e Prato, a larghissima maggioranza comunista.

Coltivata nell’agio di una famiglia colta dell’alta borghesia fiorentina, dove regnava probabilmente una nozione astratta della povertà e dei problemi del lavoro, a contatto con contesto così diverso dal proprio, la mente analitica del giovane sacerdote fiorentino, allenata alla dialettica e all’approfondimento in una famiglia agnostica ma aperta e di grande spessore culturale, lo induce a osservare la nuova realtà in cui è precipitato e a cercare di comprenderla, per umana empatia, ma anche per trovare una chiave per assolvere il suo ministero.

Sono gli anni turbolenti del dibattito pubblico lacerato dalle elezioni del 1948, dei sacerdoti chiamati a schierarsi con la DC dai pulpiti contro il PCI nella campagna elettorale, e poi nel 1949 della scomunica ai comunisti.

Il “problema” pratico di don Lorenzo Milani è che a Calenzano i comunisti non sono un nemico astratto da fermare sul fronte orientale, sono una larga fetta del popolo che gli è stato affidato: sono i padri delle famiglie che frequentano la sua chiesa, quando la frequentano, sono i loro figli già in fabbrica appena lasciata la scuola elementare.

Don Milani capisce lì, vivendo a contatto con loro, che se chiedesse ai figli di scegliere tra il prete e il padre, perderebbe in partenza la sfida dell’evangelizzazione. Ed è in quel preciso contesto, povero di cultura, oltreché di pane, di casa, di caldo, che, plasmando il proprio agire sulle necessità e sulla realtà delle creature che ama giorno per giorno, che Milani cerca e trova la sua personalissima strada all’evangelizzazione.

Non solo agisce, ma osserva, studia, e documenta: ne nascerà nel 1958 Esperienze pastorali, il libro pietra-miliare per capirne il percorso successivo (il meno letto e forse il più importante degli scritti milaniani), indispensabile per comprendere che è proprio a partire da quel milieu sociale che Lorenzo Milani diventerà Don Milani e il suo sacerdozio prenderà la direzione che conosciamo: verso un’idea di cristianesimo sensibile alla dottrina sociale fino a maturare in anticipo le conquiste del Concilio Vaticano II.

E di lì, verso la scuola: che non nasce a Barbiana, ma a Calenzano, per i giovani operai, laica, per non smarrire le pecorelle ancora prima di averle incontrate, in un luogo in cui un crocifisso sulla parete potrebbe diventare una barriera che impedisce di aprire la breccia che serve a stabilire un contatto.

LETTERA APERTA A UN PREDICATORE

Commovente nella Lettera aperta a un predicatore, contenuta in Esperienze pastorali è il racconto della faticosa conquista della fiducia del giovane operaio comunista Giordano: «Lei dal pulpito – scrive Milani al predicatore che ha ospitato in chiesa - tuonava: “....quei messeri!”. Quei messeri per lei parevano mostri con le zanne. Per lui quei messeri erano il sorriso patito e tanto caro del babbo, erano i musi neri dei compagni di officina, erano le loro parole di eguaglianza, casa per tutti, lavoro per tutti, cose belle e buone mischiate a tanto male, ma sempre belle e buone. E lei dal pulpito seguitava a buttarmelo fuori di chiesa pedate! Mi sentii vicino a lui fino in fondo e estraneo a lei. Mi pareva di esser buttato fuori anch'io dalla chiesa e ci soffrivo perché avevo la certezza che di due fosse più giusto che ci stesse lui, che lei e me, nella chiesa di Cristo falegname. Poi lei partì. Giordano sopravvisse al colpo. Ma ne porta ancora la cicatrice. Passò un anno intero temendo che la Chiesa non fosse come gli avevo detto io. Gli riecheggiava in cuore tutto quello che aveva letto e sentito contro di lei. Gli venne il terrore ch'io fossi un prete onesto, isolato, messo al margine di una Chiesa dura lontana dai poveri».

COSCIENTE DEI RISCHI DI STRUMENTALIZZAZIONE

Son tanti gli spunti nelle lettere private (anche alla madre) in cui Milani avverte di essere esposto sul crinale del fraintendimento, anche strumentale, preso tra quelli che cercano pretesti per farlo cadere in fallo accusandolo di essere un “prete rosso” e quelli che, esprimendogli simpatia, finiscono annetteselo, esponendolo ancora di più al malinteso di chi lo giudica solo per sentito dire, complicandogli il rapporto con le gerarchie.

C’è l’episodio del funerale di un giovane operaio morto di lavoro, in cui compaiono bandiere rosse in chiesa: don Milani non le butta fuori per non far polemica in un momento di disperazione di una famiglia, ma poi sfoga in privato l’amarezza che chi le ha portate non abbia compreso di averlo così facendo esposto a strumentalizzazioni.

Quel che gli preme non è solo il proprio particulare, ossia difendere sé stesso agli occhi della Chiesa, ma anche difendere la sua Chiesa (la Ditta la chiama) – cui pure rimprovera timidezze sulla causa dei poveri - agli occhi del popolo che gli è stato affidato.

LA LETTERA AI GIUDICI

Quando nel 1966, molti anni dopo, don Lorenzo Milani dopo finirà sotto processo per apologia di reato (renitenza alla leva) e vilipendio alle Forze armate, per aver difeso gli obiettori di coscienza nella Lettera (aperta) ai Cappellani militari, nella memoria difensiva nota come Lettera ai Giudici scriverà una precisazione: «A proposito della rivista che è coimputata per avermi gentilmente ospitato. Io avevo diffuso per conto mio la lettera incriminata fin dal 23 febbraio (del 1965, l’aveva mandata a tutti i giornali cattolici e indipendenti, ma nessuno la pubblicò tranne Rinascita, ndr) . Solo successivamente (6 Marzo) l'ha ripubblicata Rinascita e poi altri giornali. È dunque per motivi procedurali, cioè del tutto casuali, ch'io trovo incriminata con me una rivista comunista. Non ci troverei nulla da ridire se si trattasse d'altri argomenti. Ma essa non meritava l'onore d'essere fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza e la non violenza. Il fatto non giova alla chiarezza cioè all'educazione dei giovani che guardano a questo processo».

LETTERA A PIPETTA

È questa stessa preoccupazione che gli fa scrivere nel 1950 (data controversa) al giovane comunista Pipetta, il ragazzo che gli ripete ogni volta che lo incontra che Milani “è l’unico prete a posto”, senza aver capito che il suo schieramento per la causa dei poveri non è partitico, né materialista ma evangelico: «Quando tu non avrai più fame né sete, - gli scrive- ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno d'un sacerdote di Cristo: “Beati i... fame e sete”».

IL RUOLO DELLA SCUOLA POPOLARE

Leggendo Esperienze pastorali si capisce che per don Milani la scuola non è solo un modo di far concorrenza alla Casa del popolo con un’offerta più utile ed elevata della concorrenza al ribasso del campo di pallone, e che quel suo obiettivo educativo nasce sì da una istanza di eguaglianza sociale, ma non solo da quella. E anzi nasce, ancor prima, dalla constatazione del fatto che, senza una minima base, la predicazione stessa diventa inefficace: perché la Parola cade sul terreno inaridito non tanto dall’ideologia quanto dalla mancanza di una lingua comune tra il popolo e il prete, che permetta anche solo di intenderne l’insegnamento.

LETTERA A DON PIERO

Ma per capire la complessa articolazione della relazione tra don Lorenzo Milani e il suo gregge per la gran parte comunista bisogna leggere anche la Lettera a don Piero. Vi si parla di telai con la spola cambiata senza fermare contro ogni sicurezza per accelerare la produzione, vi si racconta di Mauro, e di una disgustosa storia di sfruttamento del lavoro minorile, della protervia di un industriale che non solo viola le regole ma se ne vanta e di un prete che si sente in colpa per aver abbozzato senza riuscire a far valere né la giustizia del Vangelo né quella della Costituzione appena nata, perché sa che non ci si può permettere di rischiare il misero stipendio di quel ragazzino su cui campa una famiglia intera.

«Mauro» conclude don Milani raccontando la via del ritorno, «Mi pedala accanto senza aprir bocca. Io rimugino pensieri ieri di ribellione. Li alterno a preghiere contrite. Lo sbircio ancora. Pedala a capo basso. Un capone di bimbo che a vederlo si direbbe più adatto al pallone che alla croce. Ma ora non pensa più al pallone. Ora cominciano i pensieri più grossi, quelli senza risposta. Che mai rimuginerà in quel capo oggi? E da oggi in poi? Mi pare di saperlo e tremo. Si per ora l'ho ancora qui accanto. E l'ho perfino in grazia di Dio perché venendo in giù stamani in bicicletta m'ha chiesto l'assoluzione. Lui vuole stare sempre in grazia di Dio. Ma stamani tanto più perché s'andava incontro alla croce. Ma ora che si risale verso casa, con la croce ben confitta sopra le spalle. Ora m'assale il terrore che domattina, se qualcosa fosse andato male, non verrà più a cercarmi come ha fatto fin ora».

FRANCO PERDONACI TUTTI!

Una preoccupazione simile e lo stesso senso di colpa avevano innervato già nel 1949 il suo primo scritto pubblico, a nome di un sacerdote fiorentino, apparso su Adesso di don Primo Mazzolari, noto col titolo: Franco, perdonaci tutti!, alle sue ultime righe: «I comunisti ti hanno ingannato, gli industriali ti hanno calpestato, noi preti non abbiamo saputo fare. Franco, mi vergogno del pane che mangio. È un mondo ingiusto, lo so. Quando tu sarai più grande e io più buono lo muteremo insieme. Per ora perdonami, non ho da dirti altro che una parola vecchia. Agli altri non la posso dire, se no ripensano all’oppio (dei popoli, ndr. ironico come tante sue frasi lette come lapidarie a distanza). La dico so a te in un orecchio, perché tu puoi capirla: Perdonaci tutti: comunisti, industriali e preti. Dimenticaci, disprezzaci, fai quel che vuoi, ma il tuo Signore non lo lasciare, Franco. Abbi il coraggio di prender la Sua croce, portarla con fiducia. Non ci hai che Lui t’abbia amato».

Difficile, davvero, ridurre tutto questo, ancorché non esaustivo, a una frase, a uno schematismo tra "nostri” e “loro”, che forse caratterizzò le campagne elettorali di quegli anni, ma che certo non rende giustizia alla figura di don Lorenzo Milani, che il tempo ha ormai consegnato alla distanza della storia da cui si vede con maggiore profondità e lucidità.