Dieci anni da vescovo, di cui sei a Napoli. Il cardinale Domenico Battaglia, per tutti don Mimmo, celebra la sua consacrazione episcopale con una messa nella quale ricorda i tanti volti che ha incontrato, le mani che ha stretto, le storie fatte di gioie e di ferite. «Volti», dice nella sua lunga omelia, «amati, volti autentici, volti che hanno lasciato una traccia. Volti che, spesso senza nemmeno saperlo, sono diventati Vangelo». E nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di san Gregorio Magno, «un pastore che ha saputo tenere insieme la contemplazione e la strada, la profondità della fede e la concretezza della storia», don Mimmo confessa che è quello che lui stesso ha cercato di fare in questi anni.

Parla della sua prima diocesi, la «terra amata di Cerreto Sannita, Telese e Sant’Agata de’ Goti, dove ho imparato a essere un pastore che cammina in mezzo alla gente, respirando il profumo dei campi e il silenzio dignitoso delle aree interne», e parla di «Napoli, diventata carne della mia carne. Una città ferita e bellissima, dove ogni giorno la croce e la risurrezione sembrano sfiorarsi nei vicoli, nelle periferie, nei condomini, nelle piazze, negli occhi di chi cade e trova qualcuno disposto a rialzarlo».

Il cardinale Domenico Battaglia (ANSA)

E se «Cerreto mi ha insegnato la teologia della prossimità, il valore delle relazioni autentiche, dove ognuno si chiama per nome», sottolinea il cardinale, «Napoli mi sta chiedendo di gridare questa Parola dai tetti, di farne uno strumento di liberazione per un popolo che ha sete di giustizia e di dignità».

Mette al centro il Vangelo, don Mimmo, «l’unica bussola possibile», e parla dei pescatori che, sulla Parola di Gesù, tornano al largo a gettare le reti. «È Parola che entra nella carne, che brucia, che consola e insieme inquieta. E il Vangelo di questa sera ci porta sulla riva del lago. Ci porta lì dove la notte è appena finita e, forse, la notte non è finita affatto. Pietro e gli altri hanno lavorato tutta la notte. Hanno gettato le reti. Hanno faticato. Hanno aspettato. E non hanno preso nulla. È una pagina che conosce bene la vita di ciascuno di noi. Ci sono notti in cui getti le reti e tornano vuote. Notti di lavoro senza frutto e di preghiere senza risposte. Notti in cui ti chiedi se ne sia valsa la pena. Notti in cui anche la fede sembra una rete strappata tra le mani. E Gesù arriva proprio lì. Non quando tutto funziona e le barche sono piene. Arriva sulla riva della nostra stanchezza». Chiede di buttare id nuovo le reti, di prendere il largo. E bisogna fidarsi perché quello è il luogo dove la riva no nsi vede, dove il vento sembra contrario.

«Quando leggo questa pagina», confessa il cardinale, «la prima cosa che sento addosso non è l’odore del miracolo, ma l’odore della stanchezza. Vedo quegli uomini sulla riva del lago di Genesaret. Non stanno esultando. Stanno lavando le reti. E lavare le reti, per un pescatore, significa una cosa sola: la giornata è finita, il tentativo è fallito, si torna a casa a mani vuote».

E tante volte anche noi ci sentiamo così. «Quante volte la nostra vita assomiglia a quella riva? Penso alle nostre famiglie, ai nostri giovani, a chi abita le periferie esistenziali e geografiche delle nostre città. Penso a chi bussa alle porte delle nostre comunità portando sul volto i segni di una notte in cui ha “faticato senza prendere nulla”. La notte della disoccupazione, la notte della malattia, la notte di un amore che si è spezzato, la notte dell’indifferenza che spegne ogni speranza. Lavare le reti significa rassegnarsi. Significa dire a se stessi: “Ci ho provato, non è cosa, non cambierà mai niente”».

Eppure Gesù si fa largo tra la folla e chiede di fidarsi ancora anche se il «realismo ferito» grida che non c’è nulla da fare. Pietro mette «davanti a Gesù i suoi dati, le sue statistiche, l’evidenza scientifica del mare: di giorno non si pesca, se la notte è stata sterile, il giorno lo sarà ancora di più. Calare le reti a mezzogiorno, sotto il sole battente, è tecnicamente una stoltezza. Ma Simone non si ferma lì. E in quel “ma” c’è tutta la svolta della fede: “...ma sulla tua parola getterò le reti”». Pietro, esperto pescatore, «accetta di smentire la sua stessa competenza, la sua stessa esperienza, l’ovvietà del buon senso umano, per obbedire a una Parola che per il mondo non ha senso. Accetta il rischio del ridicolo davanti agli altri pescatori che lo guardano dalla riva. Ed è precisamente in questa “stoltezza”, in questo fidarsi contro ogni evidenza, che si spalanca lo spazio per il miracolo».

È la logica della Croce che, secondo i criteri del mondo, è il fallimento più totale. «Un uomo nudo, sconfitto, morente su un legno di infamia, abbandonato da tutti: per la logica dell’efficienza, della forza e del potere di questo mondo, la Croce è la notte più buia, la pesca fallita per eccellenza. Eppure, proprio su quel legno di sconfitta, Dio ha gettato la rete più grande della storia, pescando l’umanità intera dal baratro della morte. La sapienza di Dio abita ciò che il mondo scarta; la forza di Dio si manifesta nella nostra debolezza più cruda».

Ai fedeli che lo ascoltano e alle Équipe di Comunione Parrocchiali, il cardinale ricorda che «finché restiamo aggrappati alla nostra presunta sapienza, alle nostre reti perfettamente calcolate, ai nostri piani pastorali ineccepibili ma privi di profezia, le nostre barche rimarranno vuote. Dio non si muove dentro i recinti delle nostre rassicuranti certezze umane. Dio ci chiede di avere il coraggio di essere “stolti per Cristo”».

E questo, «nella nostra terra significa avere il «coraggio di amare dove c’è l’odio. Significa perdonare dove la logica del mondo grida vendetta. Significa spendere la vita per gli ultimi, per chi non ha voce, per chi non può ricambiare, quando tutta la società ci spinge a investire solo su ciò che produce profitto, visibilità e potere. Amare fino in fondo, servire senza chiedere nulla in cambio, scommettere sui giovani delle nostre periferie difficili quando tutti dicono che “tanto non cambieranno mai”: ecco la nostra stoltezza! Ecco la follia della Croce che si fa carne nei nostri vicoli!».

Quando Pietro accetta questa “stoltezza” avviene il miracolo e le reti si riempiono così tanto da dover chiedere aiuto a un’altra barca. Perché «la grazia di Dio non è mai un fatto privato o egoistico. La grazia costringe a fare rete, a condividere, a riscoprirsi fratelli. Non ci si salva da soli. Quella pesca miracolosa diventa possibile perché c’è una comunità che impara a muoversi insieme, accettando la follia del Vangelo».

È questo che il cardinale chiede alla sua Chiesa: il coraggio di«smettere di lavare le reti con l’atteggiamento nostalgico di chi pensa che il meglio sia già passato e che non valga più la pena rischiare. Ci chiede di non cedere al cinismo. Gettiamo le reti, Chiesa mia. Gettiamole fidandoci non delle nostre forze umane, ma unicamente della Sua Parola. Lasciamo le nostre sponde sicure. Diventiamo orgogliosamente stolti per il mondo, ma sapienti dell’amore di Cristo».

Il cardinale guarda i ragazzi, i giovani, che «spesso fanno fatica a vedere l’aurora, a causa di un mondo adulto che ha loro occultato l’orizzonte». Pensa «ai ragazzi incontrati nelle piazze di Cerreto, nelle comunità di recupero dove ho speso gran parte della mia vita sacerdotale» e a quelli «dei quartieri di Napoli: della Sanità, di Scampia, di Forcella, dei Quartieri Spagnoli. Ragazzi dai destini sospesi. Ragazzi sedotti dalle sirene della criminalità, quando la criminalità diventa l’unica promessa di appartenenza. Ragazzi schiacciati dalla mancanza di lavoro, di opportunità, di adulti capaci di credere in loro. Ragazzi che portano dentro un deserto emotivo, ma insieme una sete di vita così grande da fare paura».

Chiede, ripetendo le parole che furono di papa Francesco, di aiutare i giovani a «non lasciarsi rubare la speranza» e ai ragazzi di non permettere «a nessuno di dirvi che siete sbagliati, di convincervi che per voi non c’è spazio. Siate giovani capaci di sognare in grande e di lottare perché questa società possa davvero cambiare. Credete in voi, nella forza della vita che c’è dentro di voi. Quella forza è la tenerezza di Dio. Non datevi mai per vinti, cambiare è possibile. Amate Cristo, amate la vita, e amate i poveri! Amate coloro che il mondo scarta e che il Vangelo mette al primo posto».

Facendo un bilancio dei suoi dieci anni da vescovo don Mimmo svela «con assoluta certezza che i miei veri maestri di teologia non sono stati soltanto i libri. Sono stati i poveri. Quelli che non hanno voce. Quelli che nessuno ascolta. Quelli che spesso non entrano nelle nostre statistiche, ma sono nel cuore di Dio». Poveri che non sono un problema da relegare alla Caritas, ma che «sono il corpo di Cristo. Se celebriamo il Pane spezzato e non spezziamo la nostra vita per chi ha fame di pane, di giustizia, di dignità, di affetto, allora la nostra comunione diventa una menzogna. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare per nome le strutture di peccato che generano la povertà. Dobbiamo avere il coraggio di disturbare. Perché una Chiesa che non disturba il potere quando il potere schiaccia i deboli è una Chiesa che ha smesso di assomigliare al suo Signore».

E ai fratelli e alle sorelle delle Équipe di Comunione alle quali conferisce il mandato chiede di non perdere la profezia, di sentire «la responsabilità, ma sentite soprattutto la bellezza di questo mandato. Voi siete chiamati a essere artigiani di comunione. Voi avete un compito grande nel nuovo progetto pastorale: essere sentinelle. Il vostro primo obiettivo non è organizzare eventi, ma tessere relazioni». Per questo chiede tre atteggiamenti: «il primo è l’Ascolto disarmato, che significa ascoltare tutti, anche chi critica, anche chi è lontano, senza il bisogno immediato di dare risposte preconfezionate. Spesso la vicinanza silenziosa vale più di mille parole. Il secondo è la mistica del noi: superare ogni forma di individualismo. Nella Chiesa non esistono navigatori solitari. Si cammina insieme, si decide insieme, si soffre insieme, si gioisce insieme. E poi la predilezione per gli ultimi. E al centro il Vangelo. Sempre!».

Un cammino da fare insieme, in cordata. Ed è per questo che il cardinale, alla fine della celebrazione consegna una cordicina e un moschettone. Un piccolo segno, poche cose semplici. «La corda», spiega don Mimmo, «non serve soltanto a proteggerci da una caduta. La corda dice che la vita dell’uno è affidata alla vita dell’altro. In una cordata nessuno può dire: "Io vado per conto mio"». E ha aggiunto: «Vorrei che quel piccolo segno vi ricordasse che il cammino pastorale è una cordata, che la comunione è una cordata, che il Vangelo ci lega gli uni agli altri non per limitarci, ma per salvarci. Perché nessuno si salva da solo».

In una cordata «se uno rallenta, gli altri rallentano. Se uno ha paura, gli altri gli restano accanto. Se uno scivola, gli altri tendono la corda. Se qualcuno rimane indietro, la cordata non lo abbandona. E quando finalmente si raggiunge una cima, la gioia non appartiene a uno soltanto: appartiene a tutti.

E infine chiede a Maria, Donna del cammino, di mettersi alla testa di questa cordata per insegnarci «la profezia del “noi” e la bellezza della fraternità. E quando finalmente saremo in cima, fa’ che nessuno possa dire: “Sono arrivato io”, ma soltanto: “Siamo arrivati insieme”».