C’è un seme di pace che continua a germogliare nella terra di Casal di Principe (Caserta). È quello lasciato da don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994, la cui testimonianza oggi torna a parlare con forza alla Chiesa e al Paese. A trentadue anni dalla sua morte, infatti, si apre finalmente un cammino atteso a lungo: quello che potrebbe portare al riconoscimento del suo martirio in odium fidei.

Ad annunciarlo è stato il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, durante la solenne celebrazione nella parrocchia di San Nicola di Bari, dove don Diana venne ucciso. «La sua figura non deve essere relegata esclusivamente a quella di “eroe sociale”», ha spiegato il presule, «il suo impegno, la sua consapevolezza del pericolo e la sua ferma opposizione alla prevaricazione della camorra sono stati la diretta espressione della sua profonda vocazione sacerdotale». Un passaggio decisivo, che segna una svolta rispetto al passato: non più soltanto studi e raccolte di documenti, ma l’avvio di un’inchiesta diocesana vera e propria, atto pubblico e ufficiale della Chiesa.

Oltre l’“eroe sociale”: una testimonianza di fede

Al centro dell’annuncio vi è una precisazione fondamentale: la morte di don Peppe Diana non può essere letta soltanto come il tragico epilogo di un impegno civile. La sua scelta di restare accanto alla sua comunità e di denunciare le logiche criminali nasceva da una radice più profonda: la fede.

«Nel martirio di don Peppe vediamo un atto sacerdotale, di fede e non sociale. Testimone di fede fino a dare la vita», ha ribadito il vescovo Spinillo. Una chiave di lettura decisiva anche per comprendere il significato dell’iter avviato: non un premio per le opere compiute, ma il riconoscimento che quella morte è stata causata dall’odio verso la fede, il cosiddetto martirio in odium fidei. Non a caso, ha aggiunto il presule, «c’è stato nel passato un equivoco, come se la beatificazione fosse un riconoscimento delle sue opere. Ci si domandava “perché la Chiesa non la dà?”. Le beatificazioni, però, non sono un’onorificenza, ma il riconoscimento che quella morte si collega a un cammino di fede».

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Il Presidente della Repubblica nel 2023 nella Chiesa di San Nicola di Bari di Casal di Principe, luogo dell’omicidio di don Peppe Diana (ANSA)

Le parole dell’omelia: memoria e impegno

Concetti che il vescovo ha richiamato anche durante l’omelia celebrata giovedì mattina a Casal di Principe legando la memoria del sacrificio di don Diana alla responsabilità dei credenti oggi: «A trentadue anni da quella terribile mattina del 19 marzo 1994, ci ritroviamo raccolti nella chiesa in cui avvenne il tremendo atto omicida che colpì a morte il sacerdote don Peppe Diana. Il ritrovarci ogni anno intorno a questo altare, alla stessa ora in cui la gelida, indecifrabile prepotenza di un uomo puntò un’arma contro il nostro fratello e sparò una mortale successione di colpi, non è una semplice cerimonia commemorativa, ma è il segno della nostra convinta adesione alla vocazione, all’invito ad essere, insieme, i membri di un popolo nuovo, di un’umanità nuova che guarda con tutta la propria speranza a Cristo Signore».

Cristo, ha proseguito monsignor Spinillo, «è Lui l’uomo nuovo, l’uomo che testimonia ed annuncia un nuovo rapporto con la vita, l’uomo nuovo che ci chiama a liberarci dalla tentazione di essere predatori violenti ed egoisti, per condividere con Lui la vita di figli che partecipano all’amore del Padre e, perciò, amano ogni vita, ogni altra presenza di vita nel creato».

Il vescovo ha poi allargato lo sguardo alla situazione internazionale e alle tensioni del presente: «In un momento della storia del mondo nel quale si ripresentano e si ripetono terribili e distruttive prospettive di guerra, noi siamo qui, ancora questa mattina, ad accogliere l’invito del Signore ad essere umanità nuova, ad essere quei “beati… poveri in spirito… miti… che hanno fame e sete di giustizia… misericordiosi… puri di cuore… operatori di pace… perseguitati per la giustizia”, come dice il Vangelo di Matteo (Mt 5, 3-10)». Un richiamo tutt’altro che astratto, ha precisato: «Questo parlare della guerra, anzi delle guerre presenti nel mondo, non è una digressione, non è un pensiero che ci allontana dalla nostra realtà. Al contrario è il riconoscere che ciò che causa tante terribili guerre e distruzioni nel mondo è ciò che si realizza spesso anche nel più piccolo ambito del nostro vivere quotidiano, in questa nostra terra. È ciò che, nel corso degli anni troppe volte ha sparso sangue sulle strade e nelle case dei nostri paesi, è ciò che il 19 marzo 1994 insanguinò anche il pavimento di questa chiesa chiamando il sacerdote don Peppe Diana al sacrificio di fedeltà al suo sacerdozio. È ciò che temiamo possa ripresentarsi e, forse, già intravediamo nel risorgere di forme di intimidazione e di prepotenze, di illegalità e di abusi. È ciò che ancora ci preoccupa nel vedere e nel sentire linguaggi violenti e minacciosi, ancora storie di maltrattamenti delle persone e di sfruttamento delle istituzioni per interessi e fini privati».

Le tappe del processo

Il percorso verso la possibile beatificazione è articolato e rigoroso. Un primo passo importante è stato compiuto lo scorso settembre, quando la Conferenza Episcopale Campana ha espresso parere favorevole – il cosiddetto "nulla osta” – sull’opportunità di avviare l’inchiesta.

Successivamente, la diocesi di Aversa ha presentato formale richiesta al Dicastero delle Cause dei Santi. Ora si attende il via libera definitivo da Roma, necessario per pubblicare l’Editto ufficiale e aprire formalmente la fase istruttoria. Sarà quindi nominato un tribunale ecclesiastico che, insieme al postulatore Paolo Vilotta, raccoglierà testimonianze e documenti sulla vita, le virtù e la fama di martirio del sacerdote.

Il presidente dell'associazione Libera don Luigi Ciotti nel giorno del ricordo di don Peppe Diana insieme a la colorata e chiassosa marcia degli studenti per il trentennale dell'uccisione di don Peppe Diana a Casal di Principe (Caserta), 19 marzo 2024. ANSA/ CESARE ABBATE
Il presidente dell'associazione Libera don Luigi Ciotti nel giorno del ricordo di don Peppe Diana insieme a la colorata e chiassosa marcia degli studenti per il trentennale dell'uccisione di don Peppe Diana a Casal di Principe (Caserta), 19 marzo 2024. ANSA/ CESARE ABBATE
Una manifestazione del 2024 organizzata da Libera in ricordo di don Peppe Diana a Casal di Principe (Caserta) (ANSA)

Una richiesta che nasce dal popolo

A promuovere la causa sono congiuntamente la diocesi di Aversa e l’Associazione dei familiari e amici di don Peppe Diana, sostenute da una comunità che da anni ne custodisce la memoria. La “fama di santità” attorno alla sua figura non ha mai smesso di crescere, alimentata da un impegno educativo e civile che continua a dare frutti. Lo stesso vescovo Spinillo ha ricordato il legame personale con don Diana, evocando il gesto compiuto all’inizio del suo ministero episcopale: la visita alla sua tomba: «Oggi, quel seme caduto nella terra continua a germogliare, tracciando una via luminosa di fede, legalità e speranza».

Un segno per la Chiesa e per il territorio

L’avvio dell’iter rappresenta un momento significativo non solo per la Chiesa aversana, ma per l’intero territorio campano. In una terra segnata dalla presenza della criminalità organizzata, la possibile proclamazione del martirio di don Diana sarebbe un segno forte: la fede può diventare resistenza, testimonianza e liberazione. Il cammino è ancora lungo e non privo di ostacoli. «Mi sembrava opportuno un consenso più generale. Ora penso che ci sia e in modo sereno. Non si sono superate tutte le resistenze ma si può procedere», ha osservato il vescovo.

Intanto, la figura di don Peppe continua a indicare una strada chiara: quella di una fede vissuta fino in fondo, capace di opporsi al male senza compromessi, fino al dono della vita.