Lo scorso 1° settembre ha finito la sua corsa terrena fratel Enzo Bianchi, monaco e fondatore della comunità di Bose. Personalità poliedrica e difficile da racchiudere in poche battute. Vorrei qui riflettere su due aspetti della sua lunga vicenda di “maestro spirituale” dei nostri tempi.

Come ho avuto anche modo di constatare di persona e da testimonianze personali di confratelli, preti e amici, fratel Enzo negli anni ha seguito e accompagnato centinaia di persone che si sono avvicinati a lui per difficoltà spirituali, crisi esistenziali, perché in dubbio o disorientati: laici, ma anche tanti preti e religiosi, persino vescovi. Un ministero nascosto, “dietro le quinte”, ma che ha certamente contribuito a risollevare tante persone, a rimettersi in pista dopo un discernimento condiviso, rispettoso della coscienza delle persone che a lui si affidavano. Un ministero prezioso, pur non essendo fratel Enzo prete: sappiamo la difficoltà oggi di trovare consiglieri spirituali validi, formati, liberi interiormente, soprattutto per preti e religiosi. Lo ha fatto con generosità, rispetto e con la franchezza che gli era propria.

Negli ultimi anni, la vicenda della frattura con la comunità di Bose da lui fondata ha gettato molti in uno stato di disorientamento, di dubbio, persino di diffidenza e giudizio. L’allontanamento forzato, imposto dai visitatori vaticani inviati da papa Francesco, ha scatenato commenti e acredini di ogni tipo.

Un momento dei funerali di Enzo Bianchi presso la chiesa parrocchiale di Castel Boglione
Un momento dei funerali di Enzo Bianchi presso la chiesa parrocchiale di Castel Boglione

Un momento dei funerali di Enzo Bianchi presso la chiesa parrocchiale di Castel Boglione

(ANSA)

Pochi giorni prima della sua morte, fratel Enzo, che nel frattempo ha dato vita alla Casa della Madia, ha scritto all’attuale priore di Bose, fratel Sabino Chialà, esprimendo un desiderio di riconciliazione con la fraternità, a cui il priore ha risposto positivamente, rendendosi disponibile a trovare modalità per attuarla concretamente. Poi è sopravvenuta la crisi e la morte di Bianchi. Quest’ultimo sviluppo ci dovrebbe insegnare una cosa importante: al di là della frattura avvenuta, con responsabilità forse da una parte e dall’altra, come avviene nelle vicende “di famiglia”, è importante non fissare una persona in un “fotogramma” della sua vita. Le situazioni evolvono, le persone rivedono quanto vissuto in una luce nuova che lo Spirito sa suscitare, provano a fare passi nuovi.

Fede e spiritualità

«Mi ami?»: l’ultimo viaggio di Enzo Bianchi

«Mi ami?»: l’ultimo viaggio di Enzo Bianchi
«Mi ami?»: l’ultimo viaggio di Enzo Bianchi

La volontà di riconciliarsi espressa da fratel Enzo e da fratel Sabino mi pare un gesto evangelico che dovrebbe rassicurare quanti hanno vissuto come “scandalo” quella rottura. La vicenda di questi anni recenti non dovrebbe far dimenticare il bene spirituale profuso da un maestro spirituale riconosciuto. Che non significa esente da pecche.

L'ingresso della comunità monastica di Bose
L'ingresso della comunità monastica di Bose

L'ingresso della comunità monastica di Bose

(Paolo Siccardi)

A fratel Enzo era stato imposto l’allontanamento da Bose, ma non c’erano in questa decisione vaticana motivi “dottrinali”, cioè eventuali errori teologici o spirituali nel suo insegnamento. Che non di rado esprimeva punti di vista forti, anche in modo ruvido, ma sempre motivati dal Vangelo e da una fede pensata (altrimenti è fideismo). Ma questa franchezza rientra in quell’atteggiamento sintetizzato da un motto medievale latino: in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas.

Nella Chiesa è bene che ci sia una polifonia di voci, quando sulle cose fondamentali ci sia l’accordo. Grazie fratel Enzo per aver contribuito a decenni di vita ecclesiale con la tua voce così distinta.