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Enzo Bianchi, priore della comunita' monastica di Bose, in una foto d'archivio. ANSA/TONINO DI MARCO/DRN
Una chiesa gremita e tanta gente rimasta sul sagrato. Castel Boglione, il paese del Monferrato dove Enzo Bianchi era nato nel 1943 e dove ha voluto essere sepolto, ha accolto così l’ultimo viaggio del fondatore della Comunità di Bose. Una liturgia sobria, secondo le indicazioni che lui stesso aveva lasciato: la Messa da Requiem in latino e in gregoriano, al centro soltanto il Vangelo, niente celebrazioni della sua persona e, aveva raccomandato, niente applausi (si sarebbe “rivoltato nella tomba”). Uno, spontaneo e ormai impossibile da trattenere, è arrivato soltanto alla fine.
A presiedere le esequie padre Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano, comunità legata a Casa della Madia fondata da Enzo Bianchi dopo la separazione, molto dolorosa per tutti, da Bose. Numerosi i sacerdoti concelebranti, presenti vescovi e rappresentanti di diverse Chiese cristiane, quasi a rendere visibile quell’ecumenismo al quale Bianchi aveva dedicato tanta parte della propria vita. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha fatto giungere un messaggio.


Il Vangelo, scelto dallo stesso Bianchi, è quello delle tre domande rivolte da Gesù a Pietro: «Mi ami?» (Giovanni 21,15-19). Una pagina nella quale Enzo sentiva una particolare affinità con l’apostolo: Pietro è costituito roccia dal Signore e tuttavia continua a sperimentare la propria fragilità. È l’uomo che cade e che lo sguardo di Cristo fa rinascere. «Oggi ricomincio»: era questa, ha ricordato padre Valerio, una delle convinzioni più profonde del fondatore di Bose. Il cristiano, e tanto più il monaco, è colui che ricomincia sempre.
«Non vedremo più il suo volto», ha detto nell’omelia. Ma il dolore di chi ha conosciuto e amato Enzo può diventare quella «radiosa tristezza» cara alla tradizione cristiana orientale, ha proseguito: una tristezza attraversata dalla luce e dalla speranza. «Enzo ha fortemente creduto in un Dio capace di aprire strade nuove e di far scorrere acqua nel deserto. Anche la nascita di Bose fu frutto di questo coraggio: mettere insieme uomini e donne, provenienti da diverse confessioni cristiane, e fare di una comunità monastica un luogo di incontro significò percorrere un sentiero allora quasi inesplorato».
Ma le parole più personali sono arrivate al termine della celebrazione, quando Goffredo Boselli, priore della Casa della Madia, dove Bianchi aveva trascorso gli ultimi anni, si è rivolto direttamente a lui: «Caro Enzo». Ha ricordato una convinzione che il fondatore di Bose ripeteva spesso: nelle esequie il vero celebrante è il morto. È lui che celebra il proprio esodo, la propria Pasqua verso il Padre.


Boselli ha ripercorso una vita «incredibilmente piena» di idee, incontri e persone, vissuta con tutte le forze. Una vita sostenuta da una fede «salda, rocciosa» e soprattutto dalla centralità del Vangelo. La Parola «ruminata» ogni giorno era diventata il criterio con il quale Bianchi leggeva la Chiesa, anche nei suoi aspetti meno buoni, e la società talvolta con accenti profetici e scomodi. Accanto alla compassione c’era in lui anche la capacità dell’indignazione. E c’era l’amore per la terra, per il cibo e per la tavola: cucinare per gli altri e condividere il pasto erano per lui gesti quasi sacri.
Poi Bose. «L’opera della tua vita», l’ha definita Boselli. Un tentativo di rifondazione del monachesimo laicale nello spirito del Concilio, nutrito dalla passione per Pacomio e Basilio e lontano da ogni clericalismo. Un luogo nel quale credenti e non credenti, cattolici, ortodossi e protestanti potessero incontrarsi avendo come comune passione l’umano e il Vangelo.
Ma Bose è stata anche la ferita più profonda. Boselli non l’ha taciuta. Ha parlato dell’allontanamento dalla comunità, del senso di ingiustizia provato da Bianchi, dell’abbandono e delle infedeltà sperimentate. «Qui l’amore si è fatto condanna per te», ha detto. Parole dure, insieme all’immagine di una Chiesa sperimentata in quei momenti come «matrigna».
Eppure proprio l’ultima parola è stata affidata alla riconciliazione. Bianchi, è stato ricordato, aveva fatto il primo passo perché quella ferita potesse essere sanata. Il tempo della sua vita non è bastato. Ora, ha detto Boselli rivolgendosi anche ai monaci di Bose presenti in chiesa, «sta a noi portarla a termine».


Enzo Bianchi è morto, è stato ricordato, «come muore un cristiano»: serenamente, consapevole del compimento che si avvicinava. La sua ultima omelia era stata nel giorno della Trasfigurazione, il 6 agosto scorso. Ed è morto nel tempo della vendemmia e proprio dall’uva Boselli ha tratto l’ultima immagine: come l’acino viene schiacciato perché possa dare il vino, anche la sofferenza può misteriosamente diventare feconda.
«Lascia a noi della Madia il tuo mantello, il tuo spirito», è stata l’invocazione finale. E poi l’ultimo augurio al fratello amato: sedersi finalmente alla mensa del Regno con quel Signore cercato per tutta la vita. Una vita bella, è stato detto. «Una bella avventura».











