Quella in Ucraina è «una guerra fratricida», la definisce monsignor Francesco Braschi, docente di Teologia all’Università Cattolica di Milano, direttore della Classe di Slavistica dell'Accademia Ambrosiana e presidente di Russia Cristiana. Torna indietro nel tempo, il professore, per spiegare che «il conflitto in Ucraina affonda le sue radici in una grave divisione tra le Chiese presenti nel Paese, che pure hanno una comune origine perché tanto l’Ucraina quanto la Russia riconoscono l’inizio della loro cristianizzazione nel battesimo del principe Vladimiro e del suo popolo che avviene nel 988 a Kiev, nelle acque del fiume Dnepr».

Non c’era ancora, anche se stava maturando, la divisione tra Oriente e Occidente, tra cattolici e ortodossi, tra Roma e Costantinopoli. «All’epoca», aggiunge il teologo Piero Coda, membro della Commissione mista per il dialogo cattolico-ortodosso, «c’erano i cinque patriarcati storici: Roma, Antiochia, Alessandria, Gerusalemme e Costantinopoli. Era la pentarchia con il primato d’onore riconosciuto a Roma. Con la rottura del 1054 i quattro patriarcati si distinguono da quello d’Occidente e Costantinopoli, la “seconda Roma”, diventa la primus inter pares con la possibilità, in accordo con gli altri patriarcati, di riconoscere la cosiddetta autocefalia».

Saltando un po’ di secoli, di scismi e di Concili, un anno cruciale per la situazione di divisione attuale della Chiesa in Ucraina è il 1991, quello dell’indipendenza. «La Chiesa maggioritaria in quel momento», spiega monsignor Braschi, «era quella ortodossa del patriarcato di Mosca che aveva, e ha tutt’ora, una sua metropolia a Kiev. Parliamo di una parte consistente perché più di un terzo di tutte le parrocchie del patriarcato di Mosca si trovano in Ucraina. In conseguenza dell’indipendenza», continua il professore, «e per ragioni legate all’elezione del nuovo patriarca di Mosca, Alessio II, avvenuta nel 1990, il metropolita Filaret, che era stato reggente del Patriarcato di Mosca nei mesi precedenti, decise di staccarsi da Mosca e contribuire in modo decisivo alla costituzione della Chiesa Ortodossa Ucraina – Patriarcato di Kyiv (una chiesa molto connotata in senso nazionalista e con circa 10 milioni di fedeli), di cui nel 1995 divenne Patriarca. La Chiesa di Mosca, conseguentemente, ridusse Filaret allo stato laicale e lo scomunicò, e il patriarcato di Costantinopoli confermò queste sanzioni. Nel panorama ecclesiale degli anni '90 va menzionata inoltre la Chiesa Ortodossa Ucraina Autocefala, una chiesa costituitasi nel 1921 ma vissuta fino al 1921 in diaspora, anch'essa, decisamente più piccola, non era riconosciuta dalle altre Chiese ortodosse».

È un fuoco che cova sotto le ceneri. E quando nel 2014 c’è la rivolta conosciuta come Maidan con la cacciata del presidente filorusso Viktor Janukovyč e un nuovo corso democratico in funzione occidentalista e che vuole ridurre il rapporto privilegiato con la Russia, si pone con ancor maggiore evidenza la questione della persistenza all’interno dell’Ucraina di una Chiesa ortodossa maggioritaria dipendente dal patriarcato di Mosca. Il nuovo presidente, Petro Oleksijovyč Porošenko, «forte anche di una risoluzione della Rada, cioè del parlamento, imprime una forte accelerazione per chiedere a Costantinopoli – che teoricamente è l’istanza superiore persino al patriarca di Mosca - di riaccogliere nella comunione ortodossa la Chiesa nata dalla riunificazione delle due Chiese non canoniche e di riconoscerne l'autocefalia (ovvero l'indipendenza) indipendentemente da Mosca. Così accade con il Concilio di Kiev del dicembre 2018. Nasce la Chiesa autocefala con a capo il metropolita Epifanij».

I rapporti già traballanti tra Mosca e Costantinopoli si rompono anche se la maggioranza dei fedeli non compie l’esodo verso la nuova Chiesa. Alla vigilia dell’aggressione russa di quest’anno la Chiesa autocefala contava circa dieci milioni di fedeli, quella di Mosca presente in Ucraina circa venti milioni. «È per questo che allo scoppio della guerra il metropolita Onufrij, capo della Chiesa ortodossa ucraina che fa capo a Mosca, ha fatto subito un appello molto forte a Kirill perché si pronunciasse in favore di quelli che sono suoi fedeli e che sono stati attaccati da altri della stessa confessione religiosa», aggiunge monsignor Braschi. Dopo le dichiarazioni di tutt’altro avviso del patriarca di Mosca, anche quelli che sono rimasti nella comunione con il patriarcato hanno, però, o smesso di menzionarne il nome durante la liturgia oppure, «lo commemorano non come “nostro padre Kirill”, ma come “nostro signore Kirill”, con un termine che potrebbe anche essere tradotto come “nostro padrone”. Una differenza di accento sostanziale».

Tutto questo, sottolinea ancora monsignor Coda, «ha reso difficilissimi i rapporti con la Chiesa cattolica e impensabile che gli altri patriarcati possano fare pressione su Mosca in questo momento. La comunione nel mondo ortodosso in questo momento è rotta e anche la Commissione, dal 2015, è praticamente ferma. Ricordiamoci anche che, con una ideologia – la dottrina slavunica - che si è consolidata soprattutto a partire dall’Ottocento, Mosca ritiene che se Costantinopoli è stata per un periodo l’erede della prima Roma, con l’avvento dei turchi questa titolarità, come terza Roma, sia passata a lei».

E ancora c’è da considerare la presenza della Chiesa greco cattolica bizantina, fedele a Roma, ma giudicata molto negativamente dagli ortodossi russi. «La questione cruciale», conclude monsignor Braschi, «è che, comunque andrà a finire questa guerra, le lacerazioni resteranno profondissime».