PHOTO
Il Patriarca Filaret (1929-2026) in una foto del 2019
È morto il 20 marzo all’età di 97 anni il Patriarca Filaret, al secolo Mykhailo Antonovyč Denysenko, l’uomo che con 77 anni di vita monastica e 65 di ministero episcopale, più di ogni altro ha incarnato lo scisma tra la Chiesa ortodossa russa e quella ucraina.
La sua vita attraversa l’intera storia dell’Unione Sovietica e dell’Ucraina indipendente, e racconta insieme il potere, la religione e la politica nell’Europa orientale del Novecento e del nuovo millennio, come ha riconosciuto nel suo messaggio di cordoglio il metropolita Pzu di Kiev Epifanyj (Dumenko), a lungo suo segretario, che ha sottolineato come Filaret abbia «occupato un posto speciale nella storia contemporanea della Chiesa e dell’intera Ucraina», iniziando dal 1992 il distacco da Mosca.


A Kyiv il Metropolita Epifanyj rende omaggio a Patriarca Filaret, scomparso a 97 anni, protagonista dello scisma che ha segnato la Chiesa ucraina e la sua storia recente
(EPA)Gli esordi e l’ascesa nella Chiesa sovietica
Nato il 23 gennaio 1929 nel villaggio ucraino di Blagodatnoe in quella che allora veniva chiamata Stalinskij Okrug, la “provincia di Stalin”, nella regione di Donetsk, entrò giovanissimo in seminario e scelse la vita monastica negli anni più duri della repressione sovietica.
La sua carriera ecclesiastica fu rapidissima: nel 1962 divenne vescovo (come ausiliare di Leningrado) a soli 33 anni e nel 1966 fu nominato metropolita di Kiev, una delle cariche più importanti dell’intera Chiesa ortodossa russa. In quegli anni la vita della Chiesa era strettamente controllata dal potere politico, e Filaret fu spesso descritto come uno degli esponenti più vicini al sistema sovietico. Partecipò attivamente alle attività del Consiglio per gli affari religiosi, l’organismo con cui il Partito comunista sovietico controllava tutte le confessioni religiose, e proprio per questo fu definito da molti osservatori «il più sovietico dei metropoliti».
Secondo diverse ricostruzioni, Filaret contava sull’appoggio del Kgb per essere eletto patriarca di Mosca dopo la morte di Pimen nel 1990. Per due mesi fu addirittura reggente del patriarcato, una posizione che sembrava confermare la sua imminente elezione. Ma la scelta, alla fine, cadde invece su Alessio II, che regnò dal 1990 fino alla morte, nel 2008, e quella sconfitta segnò una svolta nella vita di Filaret.
L’elezione di Alessio II, allora metropolita di Leningrado, si dice fosse avvenuta per intervento del metropolita Kirill (Gundjaev), l’attuale patriarca di Mosca che allora ricopriva la carica di presidente del Consiglio per gli affari esterni del patriarcato, ed era il personaggio più influente anche nei rapporti con la politica. Kirill era stato consacrato vescovo nel 1976 a soli 29 anni, e tra i celebranti vi era proprio Filaret.
La rottura con Mosca e l’impegno per l’autocefalia
Con il crollo dell’Unione Sovietica e la nascita dell’Ucraina indipendente, Filaret cambiò completamente posizione: da uomo del sistema sovietico divenne il principale sostenitore dell’autocefalia, cioè dell’indipendenza della Chiesa ucraina da Mosca. Nel 1992 ruppe con il patriarcato russo e diede vita a una propria struttura ecclesiale, attirando una parte significativa del clero e dei fedeli. Fu una scelta che trasformò la questione religiosa in un simbolo politico: per molti ucraini la rottura con Mosca non era soltanto ecclesiastica, ma nazionale e politica.
La risposta russa fu durissima. Nel 1997 Filaret fu scomunicato e colpito da anatema, ma non fece marcia indietro: nel 1995 si proclamò «patriarca di Kiev e di tutta la Rus’-Ucraina» e continuò per oltre vent’anni a guidare una Chiesa non riconosciuta dal resto dell’ortodossia. In questo periodo il rapporto con Kirill, il successore di Alessio II e attuale Patriarca di Mosca, divenne sempre più ostile. I due rappresentavano due visioni opposte: Kirill difendeva (e difende tuttora, come dimostrano le sue posizioni filo Putin nella guerra in corso) l’idea di un’unica Chiesa ortodossa legata al mondo russo, mentre Filaret vedeva nella religione uno strumento di identità nazionale ucraina.
Negli anni della presidenza ucraina di Petro Poroshenko (2015-2019) si arrivò al momento decisivo. Nelle convulse trattative tra Kiev, Mosca e Costantinopoli, anche in Russia non mancavano voci favorevoli a una soluzione negoziata: tra queste quella del vescovo Tikhon Ševkunov, considerato il “padre spirituale” di Vladimir Putin, che suggeriva di concedere direttamente l’autocefalia per evitare la rottura definitiva. Ma Kirill rifiutò, anche per l’ostilità personale che nutriva nei confronti di Filaret, che era stato tra i vescovi che lo avevano consacrato.


A Kyiv, il 22 marzo 2026, centinaia di ucraini partecipano ai funerali di Patriarca Filaret, scomparso a 97 anni, simbolo dello scisma e dell’indipendenza della Chiesa ucraina
(EPA)Il riconoscimento canonico e il ruolo nello scisma contemporaneo
La svolta arrivò nel 2018, quando il patriarca ecumenico Bartolomeo I riabilitò Filaret sul piano canonico e aprì la strada alla nascita ufficiale della Chiesa ortodossa dell’Ucraina indipendente nel 2019. Ma anche allora Filaret rimase una figura scomoda e isolata: non accettò mai completamente il ruolo di semplice “patriarca emerito” e continuò a considerarsi il vero fondatore della Chiesa ucraina.
Lo scisma che contribuì a provocare non fu soltanto religioso. Negli anni si è intrecciato sempre più con il conflitto politico e identitario tra Russia e Ucraina, fino a sfociare nella guerra che dal 2022 continua a segnare drammaticamente la regione. La vita di Filaret, segnata dal passaggio dal sistema sovietico alla nascita dell’Ucraina indipendente, rimane così il riflesso di una frattura storica profonda: quella tra il mondo russo e quello ucraino, combattuta anche sul terreno della fede.







