Le nuove linee di orientamento della Cei, pubblicate il 10 giugno scorso per l'attuazione concreta delle istanze emerse dal Cammino sinodale delle Chiese in Italia, indicano priorità e prospettive per le comunità ecclesiali. Il testo, intitolato significativamente “Radicati e costruiti in Cristo”, richiama la necessità di una Chiesa capace di abitare le sfide sociali del nostro tempo, ma al tempo stesso radicata nella propria identità spirituale. Da una parte l'impegno per la pace, la giustizia, i poveri e la fraternità; dall'altra la consapevolezza che l'azione ecclesiale trae forza dall'incontro con Cristo. Sullo sfondo, la prospettiva di comunità più corresponsabili, con un maggiore protagonismo dei laici e una riflessione aperta sull'organizzazione territoriale delle diocesi e delle parrocchie. Una sfida che riguarda non solo il futuro della Chiesa italiana, ma anche il contributo che essa può offrire alla coesione della società. Ne parliamo con il giornalista e saggista Alberto Chiara, già caporedattore di Famiglia Cristiana nonché uno degli oltre 800 delegati che ha partecipato alle assemblee sinodali.

Chiara, che significato assume questo documento nel percorso avviato?

«Si ha davvero l'impressione che il documento non sostituisca ma in qualche modo faccia proprio, sintetizzandolo e rilanciandolo, approfondito in qualche sua parte, il ricco e variegato dibattito che tra il 2021 e il 2025 ha caratterizzato Il cammino sinodale delle Chiese in Italia».

Quali sono i temi che la Cei indica come prioritari per la testimonianza dei credenti nella società di oggi?

«Sono tanti e non a caso a pagina 7 si elencano le varie sfaccettature del vasto impegno caritativo sociale cui sono chiamati i credenti: pace, giustizia e casa comune, politica amicizia sociale, attenzione ai poveri, vita affettiva e relazionale e mondi digitali sono richiamati come alcune delle questioni che interpellano la Chiesa italiana volendo essere "germe ed inizio dal Regno di Dio, rintracciando segni della presenza del Regno ovunque si presentino"».

Il documento, però, non si limita a richiamare l'impegno sociale. Quale equilibrio propone?

«Ribadisce la necessità di saldare la dimensione orizzontale – quella sociale e caritativa che porta a condividere lunghi tratti di strada anche con non credenti o seguaci di altre religioni – con una dimensione verticale che renda ragione della fede in Dio di ciascuno e delle comunità. Non a caso, a pagina 2, si legge: "I cristiani vivono e sono vitali se sono saldi nella fede in Cristo. Essi possono prolungare la missione di Cristo nel mondo solo se sono costantemente ancorati a lui, se partecipano della sua vita, se la fede non si riduce mai a formalità, ma esistenza vissuta nella compagnia del risorto e in metri immersa nella sua vita". Si capisce che tutti i vari gruppi di impegno politico e sociale, dalla Caritas alle Conferenze di San Vincenzo, giusto per citare solo alcuni dei tanti esempi possibili, devono vigilare sulla propria natura, sulla propria anima e sulla propria missione per non limitarsi a una pur meritoria azione umanitaria. Comunità di credenti impegnati nel mondo, insomma, e non Ong, con tutto il rispetto per gli organismi non governativi che non si risparmiano nel lenire le sofferenze dell'umanità dolente».

Tra le indicazioni operative emergono anche possibili cambiamenti nella vita delle comunità. Quali?

«Il maggior coinvolgimento dei laici – uomini e donne anche in ruoli di guida delle comunità – e la necessità di rivedere le modalità di presenza della Chiesa sul territorio ripensando le parrocchie ed eventualmente accorpando le diocesi».

Quello dell'accorpamento è un tema che torna periodicamente nel dibattito ecclesiale.

«Oggi, stando ai dati ufficiali riportati sul sito della Cei, le diocesi sono 226 e le parrocchie 25.419. Il dibattito relativo all'accorpamento delle diocesi risale a quasi un secolo fa. Una prima ipotesi di riforma nacque negli anni che portarono al Concordato del 1929. San Paolo VI, nel 1964, riprese l'argomento. Il 14 aprile di quell'anno, intervenendo all'assemblea dei vescovi italiani parlò di "eccessivo numero delle diocesi". All'inizio degli anni Ottanta le diocesi erano ancora oltre 300. L'ultima riorganizzazione risale al 1986. Durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, dando voce alla congregazione per i vescovi, l'Osservatore Romano scrisse a un certo punto che 119 era il numero "ritenuto molto vicino all'ideale" per quanto riguarda le diocesi in Italia. Non è detto che la cifra sia ancora valida».

Quale fotografia della società italiana emerge dalle nuove linee di orientamento della Cei?

«C’è un passaggio del documento che è allarme e dichiarazione di intenti. I vescovi osservano che oggi "il contesto è caratterizzato da un clima di ostilità e contrapposizione, di esclusione sociale dei più poveri, di marcata solitudine (tra gli anziani come tra i giovani), di crescente violenza. Le comunità cristiane sono dunque chiamate a testimoniare la profezia di relazioni diverse, che mostrino la forza dell'accoglienza e della riconciliazione. Per questo, evangelizzanti". "Uno dei problemi più profondi del nostro tempo", si legge ancora, "è il progressivo indebolirsi di tutto ciò che porta alla socializzazione e alla formazione di una cultura condivisa, con gravi danni nella vita delle persone. La comunità cristiana può rappresentare, proprio oggi, una realtà alternativa e offrire un grande aiuto alla stessa società civile". Come a dire che parrocchie, associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali possono e devono essere palestre di ascolto, di dialogo, di rispetto reciproco, di accoglienza, di corresponsabilità e di condivisione. Un baluardo di democrazia».