PHOTO
Cari amici lettori, nelle parole che ha rivolto lo scorso 20 novembre ai vescovi italiani a conclusione della loro assemblea generale ad Assisi, papa Leone ha esordito indicando alcune priorità che poi ha dettagliato nel resto del discorso: «In questo tempo abbiamo più che mai bisogno di porre Gesù Cristo al centro e (…) aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui», ripartendo «dall’atto di fede che ci fa riconoscere in Cristo il Salvatore e che si declina in tutti gli ambiti della vita quotidiana».
Dove concretamente prende forma l’«atto di fede», quel «tenere lo sguardo sul Volto di Gesù» che «ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli»? Il luogo deputato è – o dovrebbe essere – la celebrazione domenicale della Messa e, in generale, la liturgia. Ne aveva parlato lo stesso papa Leone pochi giorni prima, ricevendo in udienza i partecipanti a un corso di pastorale liturgica.
La formazione liturgica, ha ricordato in quella occasione, «è uno dei temi principali di tutto il percorso conciliare e post-conciliare» e un ambito in cui qualche passo si è fatto ma «c’è ancora molta strada da percorrere». La liturgia, però, sembra essere diventata la cenerentola delle nostre preoccupazioni pastorali. Non penso a sterili “estetismi” né a nostalgie di riti passati ormai archiviati. Ma, se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che qualcosa non va, tutti un po’ ce ne lamentiamo – dall’omelia noiosa alla sciatteria di tanti aspetti poco curati.
Ricordo un confratello che, all’inizio della Liturgia della Parola, con un sorriso ironico chiedeva: «Vediamo a chi tocca oggi massacrare le letture». Ma ricordo anche, per contrasto, un corso anni fa alla Gregoriana tenuto da un bravissimo benedettino, padre Ildebrando Scicolone: le lezioni, strapiene all’inverosimile, trasmettevano passione, entusiasmo, capacità di divulgare un argomento “ostico”.
Da studente impertinente, ho pensato: voglio vedere come celebra. Andai a una Messa presieduta dal “professore” la domenica delle Palme: una celebrazione ben calibrata nei tempi, curata, ma che procedeva con naturalezza, sobrietà, raccoglimento giusto. Si “respirava” e si pregava con naturalezza. Conclusione: se ci sono persone che si prendono a cuore la celebrazione, le cose “funzionano” e la liturgia riesce a “parlare” anche oggi. E mi è capitato più volte di imbattermi in parrocchie dove questo si fa e bene.
Allora occorre forse fare umilmente tesoro delle indicazioni, molto semplici, date da papa Leone, che invitava gli incaricati ad attivare o riattivare, nelle diocesi e nelle parrocchie, la formazione, percorsi biblici e liturgici, in una esperienza di «gruppo, anche piccolo, ma ben motivato, che si occupa della liturgia, prepara le celebrazioni, le vive in pienezza, in accordo con il parroco», evitando di delegare tutto al celebrante.
Perché come si celebra, così si crede, dice un antico detto: e come si crede, così si vive. Perché è nella celebrazione che si ravviva in noi l’amore di Cristo che ci spinge verso i fratelli (2Corinzi 5,14). Come ha ricordato papa Leone ai vescovi italiani, ne va del legame tra fede e impegno nei vari ambiti della vita quotidiana.
Con l’occasione, diamo il benvenuto ai nuovi commentatori della Settimana liturgica: don Massimo Tellan, Luca Moscatelli e don Cosimo Schena, che danno il cambio a Simone Morandini, don Cristiano Mauri e Ludwig Monti, ai quali va il nostro ringraziamento per il servizio svolto.
IN COLLABORAZIONE CON CREDERE
Credere, la rivista per vivere «l'avventura della fede»
CREDERE è la rivista che ogni settimana ti propone storie, personaggi e rubriche per ispirare la fede nel quotidiano. Già scelta come "Rivista Ufficiale del Giubileo della Misericordia", è un giornale ricco di contenuti per lo spirito, con tante testimonianze di famosi e gente comune e i gesti e le parole di Papa Francesco, più vicini che mai.
Scopri la rivista e abbonati »



