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Un cartello di benvenuto al Papa vicino al Santuario di Lourdes
Lourdes
Dalla finestra del suo studio si vedono i gruppi di pellegrini attraversare l’Esplanade per raggiungere la Grotta delle Apparizioni mentre tutta la cittadella del Santuario è disseminata di cartelloni con il volto sorridente del Pontefice e la scritta “Bienvenue au pape Léon XIV” che sono anche all’ingresso del paese, lungo le strade, nei negozi e sulle facciate degli alberghi dove campeggiano il bianco e il giallo, i colori della bandiera vaticana, e il motto scelto per questa visita in Francia: “Affinché il mondo abbia la vita”. Padre Michel Daubanes è il rettore del Santuario di Nostra Signora di Lourdes da quattro anni. Prima del nostro incontro si scusa per il suo italiano «non perfetto», anche se in realtà è eccellente, e sorride: «Questa per me non è un’intervista ma un esercizio di lingua italiana. Spero di cavarmela».
Padre Daubanes, papa Leone XIV sta per arrivare a Lourdes. Che significato ha la sua visita per il Santuario e per i pellegrini che arrivano qui da tutto il mondo?
«Per noi è un grande onore e una gioia accogliere il Santo Padre. Non so quale sarà il suo messaggio ma credo che sarà un messaggio di incoraggiamento: a progredire nella fede, nell'amore per Cristo, nella pietà mariana e nella speranza che nasce dalla fede. Lourdes ha uno spirito particolare, perché qui sono sempre presenti i malati, gli hospitaliers (volontari, ndr) e i pellegrini. È un luogo nel quale persone provenienti non solo dalla Francia, ma da tutto il mondo si ritrovano insieme. La visita del Papa sarà un'occasione per molti francesi di venire qui e per milioni di persone di seguire da lontano, attraverso i media, questo momento».


Il rettore del Santuario di Lourdes, padre Michel Daubanes, durante la processione aux flambeaux che da aprile a novembre si svolge tutte le sere sull'Esplanade del Santuario
Lei parla di uno «spirito particolare» di Lourdes. In cosa consiste?
«Questo è un luogo nel quale si sperimenta una grazia particolare. Molti malati tornano più volte, alcuni ogni anno, perché qui vivono un'esperienza forte di fede e di relazione. E la cosa più importante è proprio la relazione: con Dio ma anche con gli altri. Malati, hospitaliers, medici, sacerdoti, religiosi, volontari. Qui c’è una comunità umana nella quale le persone scoprono che la loro vita ha un valore e che non sono sole».
Questa esperienza assume un significato particolare anche nel dibattito sull'eutanasia e sul suicidio assistito, dopo l'approvazione due mesi fa della legge da parte del Parlamento francese. Che cosa può dire Lourdes a una società che sempre più spesso rivendica il diritto a morire?
«Lourdes dà una testimonianza molto concreta: qui vediamo ogni giorno malati e persone con disabilità che sperimentano la gioia di vivere, la gioia di amare, la gioia di credere e di sperare. La vita ha un valore molto importante, è un dono. E questa esperienza non riguarda soltanto chi sta bene o è guarito fisicamente. Riguarda anche chi continua a vivere con la malattia. Il peggio è morire soli, senza speranza. Quando siamo credenti, non siamo mai soli e non siamo mai senza speranza. A Lourdes vediamo persone che vivono situazioni molto difficili e che, attraverso le relazioni, la fede e la fraternità, ritrovano una ragione per vivere anche nella malattia. Il tema del fine vita è complesso, non è facile e nessuno può dare lezioni agli altri: anche perché, a cominciare da me, nessuno sa come affronterà la propria morte. Ma possiamo ascoltare la testimonianza di questi malati: ci mostrano che anche nella sofferenza la vita può essere vissuta fino alla morte naturale con una dignità e una bellezza che non si possono ignorare».
Qual è, allora, la lezione che arriva dagli ammalati che vengono a Lourdes?
«Non è una lezione teorica ma la testimonianza. Ci sono persone che arrivano abbattute, scoraggiate con il volto segnato dalla sofferenza e ripartono con un volto diverso, carico di gioia. Qui si scopre la ricchezza delle relazioni, della fraternità e della solidarietà. Ci sono malati che vengono a Lourdes e che, quando avvertono che la fine della loro vita si avvicina, desiderano morire qui. Alcuni hanno potuto realizzare questo desiderio, nella preghiera, accanto alla Grotta, circondati da altre persone, altri no. Per molti Lourdes infonde serenità anche quando il tramonto della vita si avvicina».
C'è una frase di un malato che le è rimasta particolarmente impressa?
«Quando ero adolescente facevo il servizio di hospitalier. Una volta accompagnai alla stazione un uomo anziano, molto malato, alla fine della sua vita, che veniva dal Sud Italia. Faceva un caldo terribile e il viaggio di ritorno sarebbe stato lungo e difficile. Io ero angosciato per lui. E lui mi disse: “Io adesso posso morire”. Non voleva morire ma aveva capito che, nonostante le sue difficoltà, poteva morire in pace, con serenità, nella grazia di Dio. E aveva affidato questa possibilità al Creatore. Quell'uomo mi ha insegnato qualcosa che non ho mai più dimenticato».


Le dame e i barellieri dell'OFTAL di Milano accompagnano gli ammalati alla Grotta durante il pellegrinaggio che si è svolto dal 17 al 22 settembre
La Francia è uno dei Paesi europei più secolarizzati, eppure cresce il numero di giovani e adulti che chiedono il Battesimo. Come legge questo fenomeno?
«Credo che, come tutti gli esseri umani, cerchino innanzitutto un senso alla propria vita. Per la Chiesa è una bella notizia, soprattutto in un mondo nel quale è difficile trovare motivi di speranza. È una sorta di rinascimento della fede».
Anche qui arrivano molti non credenti o agnostici.
«Sì, certo. Magari per curiosità o per turismo perché Lourdes è conosciuta in tutto il mondo e vogliono vedere la Grotta delle Apparizioni. Forse all'inizio cercano qualcosa di meraviglioso, magari un miracolo. Ma spesso ripartono avendo scoperto un altro miracolo: quello interiore, l'apertura del cuore».
Cosa insegna Lourdes a chi non crede?
«Che il miracolo non riguarda solo le guarigioni fisiche: anzi, di miracoli riconosciuti ufficialmente ce ne sono relativamente pochi (72 dal 1858 ad oggi, ndr). Ciò che colpisce è la carità che si vede qui. Penso alla processione eucaristica con i tanti malati accompagnati dai volontari, agli hospitaliers che arrivano da ogni parte del mondo, si pagano da soli il viaggio e l'alloggio e dedicano il loro tempo gratuitamente agli altri. Di fronte a tutto questo è difficile rimanere chiusi nei propri problemi. Si scoprono l'amicizia, la solidarietà, la fraternità. È questo che può aprire il cuore. A Lourdes, alla fine, non parliamo la lingua francese, italiana, spagnola o inglese: parliamo soprattutto la lingua del cuore».


La facciata della Basilica del Rosario con i mosaici di Rupnik coperti
Passiamo a una questione molto delicata. Tutti i mosaici di Marko Rupnik (l’ex gesuita sloveno accusato di abusi sessuali e psicologici e ora sotto processo canonico in Vaticano, ndr) presenti sulla facciata della Basilica del Rosario sono stati coperti. Qual è il significato di questa decisione?
«Bisogna chiarire innanzitutto che i mosaici non sono stati coperti in vista della visita del Papa. La decisione era stata presa in precedenza, nel 2024, dopo una lunga riflessione avviata dal vescovo di Lourdes, monsignor Jean-Marc Micas, insieme ad altre persone tra cui anche me. Abbiamo ricevuto testimonianze di vittime di abusi che ci hanno detto di non riuscire a entrare nella Basilica del Rosario proprio a causa di quei mosaici».


Alla Grotta delle Apparizioni di Lourdes arrivano ogni anno circa 3 milioni di pellegrini da tutto il mondo. I più numerosi gli italiani e i francesi
Che cosa vi hanno raccontato?
«Due persone ci hanno offerto una testimonianza molto forte e drammatica. Ci hanno detto che per loro quelle immagini erano diventate qualcosa di insopportabile. I mosaici si trovano sulla facciata, in corrispondenza delle porte d'ingresso. Una delle porte è stata pensata come la “porta della vita” e l’altra come la “porta della luce”. Ma per queste vittime erano diventate piuttosto la porta della morte e la porta delle tenebre. Ci hanno chiesto se potevamo aiutarle ad entrare dalla porta laterale. E sono entrate da lì. Ma non è normale che una persona che viene a Lourdes non possa entrare dalla porta principale».
Sono arrivate altre segnalazioni?
«Sì, dopo quelle prime testimonianze sono arrivate molte lettere sullo stesso tema. E abbiamo capito che dovevamo ascoltare. Non siamo noi a dire che quei mosaici rappresentano le braccia degli aggressori: sono le vittime ad averlo detto. Per alcune di loro, anche le grandi arcate della Basilica, che idealmente dovrebbero rappresentare delle braccia accoglienti, evocavano invece le braccia dei loro aggressori e abusatori. È un simbolo, certo, ma per chi ha vissuto un abuso quel simbolo può diventare un'aggressione».


Uno dei cartelli di benvenuto al Papa all'interno del Santuario e vicino all'Accueil Notre-Dame dove Leone XIV incontrerà alcuni ammalati
Perché queste testimonianze hanno avuto un peso così importante nella decisione del vescovo di coprire tutto?
«Perché Lourdes è il luogo nel quale vengono i malati, i fragili, i feriti, in tutte le loro forme. Se diciamo che questo Santuario deve essere una casa per tutti i feriti allora dobbiamo chiederci perché una persona ferita da un abuso sessuale non dovrebbe poter ricevere qui la stessa accoglienza. Anche queste persone hanno bisogno di ritrovare vita, consolazione e speranza».
I mosaici sono stati rimossi?
«Per ora no. Già dall’estate del 2024 non erano più illuminati la sera durante la processione aux flambeaux e poi sono stati gradualmente tutti coperti. Non sappiamo cosa faremo in futuro. La riflessione continua. All'inizio c'erano molte persone contrarie a questa decisione. Con il passare del tempo, anche alcuni vescovi francesi che inizialmente non erano d'accordo con monsignor Micas hanno cambiato posizione, dopo aver ascoltato le vittime degli abusi».
E il fatto che papa Leone incontrerà proprio a Lourdes alcune vittime degli abusi, in forma riservata, quale significato assume?
«Sono due questioni differenti ma a Lourdes si incontrano. Il Papa verrà in un luogo nel quale arrivano ogni giorno migliaia di persone ferite e fragili e incontrerà alcune persone che portano una ferita profonda qual è quella degli abusi di uomini di Chiesa. Per noi è importante ascoltarle e permettere loro di ritrovare un luogo nel quale sentirsi accolte. È questa la logica che ha guidato anche la decisione sui mosaici: se Lourdes vuole essere una casa per tutti i feriti, deve esserlo anche per loro».






