Ha suscitato scalpore l’iniziativa di don Giovanni Salatino, che nella parrocchia di San Giovanni Bosco, a Baggio, quartiere della periferia milanese, all’apertura dell’oratorio estivo a cui sono iscritti 600 tra bambini e ragazzi, ha deciso di affidare a due educatori di fede islamica un momento di preghiera a sé separato da quello condiviso dalla maggioranza dei ragazzi di fede cattolica. Prima e dopo, tutti insieme, ma al momento di rivolgersi a Dio, ciascun gruppo secondo il proprio credo. A difesa del parroco è intervenuta la diocesi con una nota ufficialie «L'oratorio resta un luogo cattolico con una chiara identità confessionale, e nessuno intende metterla in discussione. Tuttavia, secondo la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, la Chiesa nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle altre religioni…. La presenza di giovani di altre fedi in oratorio non indebolisce l'identità cristiana di chi li accoglie. Al contrario, può diventare occasione per riscoprirla più in profondità. L'incontro con chi vive con convinzione la propria fede religiosa, come spesso accade per i ragazzi musulmani, può risvegliare nei giovani cristiani il desiderio di approfondire e vivere più seriamente la propria tradizione»

Sulla vicenda interviene Ivano Zoppi, Presidente Pepita Ets. Ecco la sua riflessione sul ruolo educativo e di accoglienza degli oratori:

Da vent'anni “abitiamo” oratori e una cosa l'ho capita davvero: l'oratorio non è un luogo di culto travestito da campo estivo, è un presidio educativo. È uno degli ultimi spazi rimasti, nei nostri quartieri, dove un adulto sceglie di esserci, semplicemente, per i ragazzi che gli vengono affidati. E quando dico ragazzi intendo tutti quelli che entrano da quei cancelli, durante l’anno, ma soprattutto d’estate.

La vicenda di Baggio non è solo un caso di cronaca, ma una questione umana. Il parroco non ha rinnegato l'identità cristiana della sua comunità, l'ha messa alla prova nel modo più antico che esista, cioè accogliendo. Seicento bambini iscritti, un educatore dedicato all'integrazione, alcuni animatori di fede musulmana che già stanno dentro quella comunità e che continueranno a starci. Non è una deriva. È esattamente il lavoro educativo di ogni giorno, quello che non fa notizia perché fatto di gesti piccoli e ripetuti ogni giorno, con coraggio e pazienza..

C'è una domanda sola che vale la pena porsi: se quei ragazzi non stanno in oratorio, dove stanno?
Perché l'alternativa al presidio educativo non è un oratorio più puro. L'alternativa è il pomeriggio passato da soli, è la strada, è lo schermo come unica compagnia,
è il cortile vuoto e nessun adulto a vigilare. Quando togli la persona che accompagna non ottieni un ragazzo più italiano o più cristiano. Ottieni un ragazzo più solo. E un ragazzo solo è un ragazzo più fragile, sempre, a prescindere da come prega o se prega.
Noi che facciamo questo mestiere lo vediamo ogni giorno cosa significa per un ragazzo avere qualcuno che lo aspetta, che si ricorda il suo nome, che gli affida una responsabilità. Un ragazzo musulmano che fa l'animatore e accompagna i più piccoli sta imparando la cura, lo stare in mezzo agli altri, il peso bello di occuparsi di qualcuno. Sta facendo esattamente quello per cui l'oratorio esiste da sempre. Vale meno tutto questo perché alla sera pronuncia il nome di Dio con parole diverse dalle nostre?

L'identità non si custodisce alzando barriere attorno al cortile. Si custodisce abitandolo. Una fede che ha paura di un ragazzo che si raccoglie in preghiera nella stanza accanto è una fede che si è già un po' dimenticata di sé. Mentre l'educazione, quella vera, non conosce altra strada che la presenza. Lo stare lì. Un ragazzo alla volta, un legame alla volta. Per questo guardo con gratitudine, non con allarme, agli educatori e ai parroci che ogni estate tengono aperti i cancelli invece di chiuderli per principio. Non stanno indebolendo niente. Stanno facendo la cosa più difficile e più necessaria in un tempo che disgrega: tenere insieme. Un tratto di muro alla volta, ciascuno davanti alla propria porta. Argini all’intolleranza e alla ghettizzazione, da costruire accogliendo, mai escludendo.

Cos’è Pepita Ets

È una cooperativa sociale costituita da educatori esperti nella progettazione e realizzazione di interventi socio-educativi, percorsi di formazione e attività di animazione in scuole di ogni ordine e grado, enti pubblici, associazioni di volontariato, oratori e altre realtà del privato sociale. Da più di 20 anni si prende cura del benessere di bambini e ragazzi, accompagnandoli nel loro percorso di crescita attraverso attività di prevenzione e contrasto dei fenomeni di bullismo, cyberbullismo e sexting, tanto da divenire riferimento per istituzioni e organi d’informazione. Collabora con enti e istituzioni universitarie su progetti specifici riconosciuti ai fini della formazione obbligatoria di docenti e al personale ATA prevista dal Ministero dell’Istruzione e partecipa a progettazioni internazionali.