PHOTO
«Ho conosciuto don Giovanni per caso tramite un’amica comune e ho trovato un uomo di chiesa straordinario». Marco Erba, scrittore e professore, parla di don Giovanni Salatino all’indomani della scelta di dedicare, nel suo oratorio di 600 bambini, un momento di preghiera anche ai musulmani che ha fatto tanto scalpore. «È un uomo di incredibile sensibilità che sa stare in mezzo alla gente, sa capire i problemi, ha una visione del mondo non come certi idealisti che si riempiono la bocca di grandi parole, ma sa accompagnare concretamene le persone e sa ascoltare prima di parlare tenendo insieme la pluralità delle esperienze con una grande capacità di stare nel mezzo. Ecco perché per me è un dono: ogni volta che parlo con lui, che sto con lui sento un abbraccio. Mi sento accolto a livello personale e so che è così per tanti. E poi è un evangelizzatore che fa cultura. Annuncia la parola di Dio in modo concreto e presente, incarna il messaggio evangelico in maniera strepitosa stando sempre con gli ultimi. Tante volte ha lavorato in periferia con le persone che non vengono mai viste da nessuno».
Erba cosa pensa della scelta che ha fatto?
«Sono assolutamente d’accordo. La Chiesa ha le porte aperte. Don Giovanni è un appassionato di Balcani e conosce quella realtà multietnica e multireligosa dove puoi avere il tuo credo e la tua religione ed essere aperto alle religioni altrui senza cancellare la tua identità, anzi. Mi viene in mente l’Albania dove, sotto il regime di Enver Hoxha, con la prima Costituzione atea al mondo musulmani, ortodossi e cattolici pregavano insieme, a volte si nascondevano insieme, a volte condividevano gli spazi di preghiera. Per cui sono assolutamente d’accordo con lui: l’oratorio è un posto inclusivo, la Chiesa è inclusiva. Il significato di cattolico è universale: noi apriamo le braccia agli altri, gli oratori feriali poi tante volte danno una mano alle famiglie perciò non vedo perché non accogliere persone di ogni orientamento religioso. E se io ti accolgo in casa ti rispetto nella tua identità, non ti impongo la mia. Questa è la bellezza di accogliere».


Marco Erba in aula con i suoi studenti
Aprire le porte non è mettere in discussione la propria identità, anzi, semmai rafforzarla per confronto.
«Se io sono consapevole di chi sono e se sono fiero di essere milanese, lombardo, italiano, europeo e cittadino del mondo; se conosco le mie radici culturali, se ho studiato, se so da dove vengo ogni occasione di confronto con una cultura diversa dalla mia è un arricchimento. Perché mi costringe a mettermi in gioco e in discussione, mi esercita all’ascolto dell’altro e mi fa scoprire un’identità comune».
Leggendo dell'oratorio di Baggio ho pensato alle classi dei nostri bambini e ragazzi. Mi verrebbe da dire citandola: "Viva la diversità, viva il confronto, viva l'ascolto!"
«Possiamo discutere di leggi sull’immigrazione, del modello sociale che vogliamo. La realtà dei fatti, però, è che oggi qui tra noi, in mezzo a noi, la società è multietnica. Gli stranieri sono tanti, esistono e non li puoi cancellare o ridisegnare il mondo che hai in mente tu. Di fronte a questo puoi fare due cose: o includerli, confrontandoti con questa diversità, dialogando con loro oppure chiuderti nei tuoi piccoli campicelli credendo che facendo le preghierine solo cattoliche – e lo dico da cristiano cattolico praticante – hai salvato il mondo. Invece, hai solo chiuso il recinto ed è un recinto che non è evangelico. Nessuna steccata lo è, quando – tra l’altro- i cavalli sono già scappati da decenni».
Crescere oggi i ragazzi nel confronto ci permette di costruire una società migliore e più pacifica, più consapevole domani...
«Questo tocca le fondamenta di ogni scuola e di ogni istituzione educativa. Il nostro compito non è annacquare e dire che è tutto uguale. Io non credo nello stile sincretico, melting pot a tutti i costi. Credo che sia giusto che ognuno sappia chi è, a livello culturale e - se uno ha fede - a livello religioso ma anche confrontarsi con gli altri in modo rispettoso e usando il don “Giovanni style” cioè l’ascolto, l’empatia, il sentire davvero l’altro, conoscerlo prima di giudicare: questa è la cosa che più fa crescere. Lo diceva anche Manzoni. Parlare ci viene molto più facile ed ecco che siamo in un mondo iper-polarizzato di giudizi taglienti su tutto, giudizi che non costruiscono e non edificano ma distruggono. Noi dobbiamo percorrere un’altra strada. Don Giovanni io lo conosco di persona, lo fa ogni giorno e gli mando un grande abbraccio».








