Don Luigi Merola è un giovane prete che a Napoli cerca di aiutare i giovani in condizione di abbandono e grave disagio, come Giuseppe Musella, il ragazzo che giorni fa, nel quartiere Conocal di Ponticelli, ha ucciso sua sorella Ylenia dopo una lite. Don Alberto Ravagnani è un altro giovane prete che, a Milano, diventato noto per il suo uso dei social come strumento di evangelizzazione, ha scelto di lasciare il ministero sacerdotale. Entrambi sono stati vittime di giudizi da parte di tanti che, pur non conoscendo le situazioni, si sono sentiti in diritto di dire la loro. Rivolgendosi a queste due figure di pastori, diverse fra loro, padre Maurizio Patriciello riflette sulla difficile, complessa, ma bellissima sfida di essere sacerdoti oggi, “servi inutili”, al servizio dei fratelli, degli ultimi, della Chiesa.

Una bella ragazza, Ylenia, è stata uccisa dal fratello pochi giorni fa. Giuseppe, questo il nome dell’assassino, viene mediaticamente linciato. Tra le poche persone che non si uniscono al coro c’è un prete, don Luigi Merola. Rischiando a sua volta di essere frainteso, il mio confratello piange la morte di Ylenia e la rovina di Giuseppe. “Mi sento un fallito” ha detto al giornalista che lo intervistava.

Caro, caro don Luigi, non sai quanto questo nostro tempo, questo nostro mondo, questa nostra Chiesa abbiano bisogno delle tue lacrime. Don Luigi non ha mai incontrato Ylenia, ma è come se la conoscesse da sempre perché Giuseppe gliene parlava. Non solo, ma non poche volte, il ragazzo rinunciava a stare con gli amici dell’associazione “ A voce d’e creature” per correre da lei, rimasta sola in casa. Nessun pietismo. Si prova solo a raccontare i fatti. Forse non a tutti è chiaro che l’orribile omicidio è avvenuto a Napoli: il quartiere Conocal di Ponticelli, infatti è Napoli, la città che celebra, con giustificato orgoglio, i suoi 2500 anni di età.

Allora, caro don Luigi, vorremmo unirci a te in questo tuo doloroso esame di coscienza. Perché tra tutti, l’unico a non doversi sentire in colpa, sei proprio tu. Tu, Giuseppe lo hai conosciuto, accompagnato, aiutato per anni, gli hai voluto bene, lo hai rimproverato e incoraggiato mille volte. Tu, un giovane prete che ha dedicato la sua vita per strappare alla strada e dare voce a tante “ creatur ”. “ E creatur ”, così chiamiamo i bambini nella nostra madre lingua napoletana. Creature venute da Dio, bisognose, più degli altri, di coccole, istruzione, attenzioni. Creature, doni immeritati che rallegrano la vita, danno fiato al futuro. Creature di cui straripano i nostri problematici quartieri a rischio. Creature, molto, molto spesso, lasciate sole a combattere contro nemici potenti e persistenti: abbandono scolastico, degrado, droga, disoccupazione, carcere, prepotenze. Fosse solo per questo motivo, i quartieri popolari a rischio, di antica data o di recente costruzione, di cui tutti conoscono i nomi e le ubicazioni, andrebbero tenuti sotto continua osservazione.

Di questi bambini tu, Luigi, con la tua associazione, ne hai salvati tanti. Con te provano a farlo, ogni giorno, i nostri confratelli parroci. Tante volte rallegrandosi per i risultati ottenuti, altre volte dovendosi chinare sui loro corpi martoriati dai colpi di pistola o uccisi dalla maledetta droga o recandosi a trovarli in carcere. Come ti capisco, don Luigi. Siamo tutti sulla stessa barca, una barca di cui il mondo ha estremo bisogno e che ha nome speranza.

In queste ultime settimane si è parlato molto di un nostro confratello lombardo che ha lasciato il sacerdozio. Un nome noto che ha fatto scalpore. Tutti si sono sentiti in diritto di dire la loro. Non conoscendolo di persona, mi sono astenuto dall’unirmi a vari cori. Prima della missione alla quale ognuno di noi è chiamato, viene il prete; prima del prete viene il credente battezzato; prima del cristiano viene l’uomo del quale occorre sempre avere massimo rispetto. I percorsi della vita sono imprevedibili. Don Alberto non è il primo, non sarà l’ultimo a compiere questo doloroso passo.

Nel podere del Signore ci sono campi da arare, solchi da tracciare, terreni da concimare, grappoli da vendemmiare, grano da mietere. Quando abbiamo fatto tutto, ma proprio tutto, dobbiamo saper riposare sul cuore di Gesù e, guardandoci allo specchio, sussurrare: «Sono solo un servo inutile». Ripeterlo a noi stessi, a chi sulle nostre spalle, continua ad appoggiarsi, ai nostri superiori, a coloro che, a diversi livelli, detengono il potere, non è un diritto ma un dovere. Ai diritti, infatti, posso anche rinunciare, ai doveri, mai. Da parte nostra occorre vigilare, però, che il dialogo di amore con il Signore di cui ci innamorammo non venga meno. Caro don Alberto, grazie per il servizio reso ai giovani da sacerdote, e grazie per quello che continuerai a fare per loro da laico. Se posso permettermi, vorrei solo consigliarti di mantenerti umile.

Don Luigi, che dirti? Lo sai che ti voglio bene. Continua a rimanere con le tue creature, evitando però di farti “mangiare” completamente. Ne va della tua missione e della tua salute. Noi siamo solo lampade che per continuare a fare luce necessitano di essere continuamente ricaricate. Non prendertela troppo se non sempre gli altri capiscono o sostengono la tua preziosa missione. Capita a tutti. La Chiesa è bella e giovane anche per questo. Non poche volte accade che i portatori dei diversi carismi, invece di avvertirsi come un tassello del mosaico che, insieme agli altri, riflette il volto di Cristo, sono tentati di credersi insostituibili. Non dimentichiamo mai che “ tutto è grazia”. Benedico te, Luigi, la tua missione, le tue preziosissime “creature” alle quali non ti stanchi di dare voce.