Il suo primo pulpito era stato un letto di Terapia intensiva. E proprio da lì, appena ordinato diacono permanente, Pino Cannavò aveva pronunciato il suo «Eccomi». È morto la mattina del 14 settembre, a 60 anni, appena due mesi dopo quel giorno che aveva commosso Catania e che aveva trasformato una stanza d’ospedale nel luogo della sua ordinazione. Il 15 luglio l’arcivescovo di Catania, monsignor Luigi Renna, era entrato nel reparto del Policlinico per conferire a Pino il diaconato. La malattia aveva costretto ad anticipare e cambiare la celebrazione che Cannavò attendeva da anni. Accanto a lui c’erano la moglie Maria Rita e i due figli, entrambi infermieri nello stesso Policlinico. Una celebrazione riservata, segnata dalla fragilità del momento e dalla forza di una scelta maturata nel tempo. Pino apparteneva alla comunità parrocchiale del Santissimo Sacramento e aveva percorso per anni il cammino di formazione nella Comunità diaconale. Il 13 marzo aveva ricevuto l’accolitato. Poi la malattia, diagnosticata nel giugno 2025, aveva cambiato improvvisamente i tempi e le modalità di quel percorso. Cure e chemioterapia avevano accompagnato l’ultimo tratto della sua vita, senza però interrompere il cammino verso il ministero.

«Quando il vescovo è entrato mi sono messo a piangere»

Il giorno dopo l’ordinazione, con la voce affaticata dalla malattia e il respiro corto, Pino aveva raccontato ad Avvenire la sua emozione: «Quando mi è stata proposta la possibilità di essere ordinato qui sono stato entusiasta. Ho trovato nel vescovo un vero padre e un vero pastore».

Poi aveva ricordato l’ingresso di Renna nella stanza: «Appena il vescovo è entrato mi sono messo a piangere. È stato un pianto ininterrotto. Anche lui si è emozionato tantissimo, mi ha abbracciato». Non era soltanto la commozione per una celebrazione fuori dall’ordinario. Era il compimento di una attesa. Quell’«Eccomi» pronunciato in Terapia intensiva arrivava dopo anni di preparazione, proprio mentre la sua vita era segnata dalla prova più difficile. Quel giorno, accanto a Pino, c’era anche un segno che lui aveva voluto particolarmente vicino: la reliquia di sant’Agata, arrivata in reparto durante il pellegrinaggio per il IX centenario della traslazione. Cannavò aveva chiesto che rimanesse accanto a lui.

Un momento dell'ordinazione diaconale

Quel «pulpito scomodo»

Nella breve omelia, Renna aveva indicato con parole forti il significato di quella ordinazione. Il letto d’ospedale non era un ostacolo alla missione di Pino: era diventato il primo luogo nel quale viverla. «È un pulpito “scomodo”, che somiglia tanto alla Croce», aveva detto l’arcivescovo. E aveva richiamato il Vangelo di Giovanni: chi vuole servire il Signore lo segue e dove è il Signore, là sarà anche il suo servitore. Per Pino, in quel momento, seguire Cristo significava rimanere lì, nel luogo della sofferenza, continuando ad affidarsi a Lui. La diocesi aveva sottolineato proprio questo aspetto: l’annuncio del Vangelo attraverso la sua adesione al Signore anche nella malattia. Quella immagine, a distanza di due mesi, assume oggi un significato ancora più intenso. Pino non ha avuto il tempo di svolgere un lungo ministero. Non ha potuto vivere il diaconato secondo i tempi e le modalità che aveva probabilmente immaginato. Ma in quelle poche settimane ha continuato a essere presente nella comunità dei diaconi e degli aspiranti, attraverso il telefono, i messaggi, le parole di incoraggiamento. Ha mantenuto i rapporti con i formatori e con i sacerdoti che lo avevano accompagnato nel suo percorso. Il suo ministero è stato breve. La sua testimonianza, molto meno. La comunità diaconale gli è rimasta accanto con la preghiera. E nei giorni della sua morte sono arrivati i messaggi dei confratelli, insieme alla gratitudine per un uomo che, anche nella malattia, aveva continuato a condividere speranza.

Uno di loro lo ha salutato con una frase semplice: «Oggi è entrato nella diocesi della Gerusalemme celeste».

Pino Cannavò è morto a due mesi dalla sua ordinazione. Ma proprio quei due mesi raccontano forse meglio di un lungo ministero che cosa significhi servire.

Non ha avuto bisogno di andare lontano. Il suo campo era già lì: in una Terapia intensiva, accanto ad altri malati, dentro la propria fragilità, sostenuto dalla famiglia, dalla Chiesa e dalla preghiera. Da quel «pulpito scomodo» ha continuato a fare ciò per cui si era preparato: servire, pregare, incoraggiare.

I funerali

I funerali di Pino Cannavò saranno celebrati martedì 15 settembre alle 16.30 nella Cattedrale di Catania.