Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia che il cardinale Gianfranco Ravasi ha tenuto il 12 maggio scorso al Seminario di Venegono per i suoi 60 anni di sacerdozio in occasione della “Festa dei fiori” durante la quale sono stati presentati i futuri sacerdoti della diocesi ambrosiana.

Devo innanzitutto rivolgere la mia gratitudine all'Arcivescovo per questo invito, e al Rettore del seminario per avermi permesso di partecipare a questa che è una sorta di patronale del clero milanese. Ed è per questo motivo che è con emozione che voglio fare con voi una riflessione all'interno di questo spazio particolare, con emozione anche per tutto l'accumularsi dei ricordi, ma anche per le presenze che sono qui.

A me viene in mente in questo momento un'immagine suggestiva della Lettera agli Ebrei, quando si parla di nefos martyron, che vuol dire "una nube di testimoni": un po' come la nube luminosa del deserto, le cui gocce erano attraversate dall'irradiazione della luce del sole. E qui ci sono tante figure, tante persone – voi sacerdoti che celebrate anche anni diversi di ordinazione sacerdotale – che nell'interiorità hanno comunque una traccia di quella luce.

In particolare, vorrei ricordare in questo nefos martyron, in questa nube di testimoni, innanzitutto tutti i vescovi che sono qui presenti e tutti voi. Ed esplicitando un po’ liberamente, vorrei ricordare prima di tutto i miei compagni. Io non ho fatto con loro – come forse sapete – la teologia: l'arco del quadriennio di Teologia l'ho fatto a Roma, eppure loro mi hanno sempre tenuto quasi legato, spontaneamente, familiarmente, nonostante la distanza. E poi vorrei, in questo momento – mi permetto di aggiungere nell'interno di questo nefos, di questa nube – evocare in maniera particolare quelli che fanno i cinquant'anni di sacerdozio. Sono stati ricordati anche da don Enrico: sono la mia prima classe di insegnamento. A loro cercavo di instillare prima di tutto il tremendum della parola, e poi anche eventualmente il fascinosum. Devo dire che ho in mente tutti i loro volti, i loro nomi – li ho rivisti con piacere oggi – e ricordo anche quanto essi sapevano allora testimoniare di passione, di amore, anche di fatica nella comprensione della Parola.

Il simbolo del Tempio

Dopo questa premessa, vorrei passare ora a una riflessione, ho detto con emozione, ma anche con familiarità, data questa evocazione a margine che ho fatto. E vorrei prendere un simbolo: anzi, in realtà, inizialmente un segno che diventa un simbolo triplice.

Vorrei partire innanzitutto dal segno. Il segno concreto, spaziale, è il Tempio. Non per nulla si ricorda questo Tempio: voi tutti ricordate – probabilmente ci sono ancora idealmente – tutte le nostre voci. Io, in liceo almeno, quando ero qui, le voci delle liturgie, le voci dei canti, le voci delle preghiere che si levavano qui, raccolte come gli incensi nell'interno di questo spazio. Il Tempio è fondamentale nella Bibbia, è il cuore: «Ai tuoi servi sono care le pietre di Sion», dice il salmista. E quindi il Tempio è quasi il centro verso cui converge, a cerchi concentrici, tutto il resto dell'orizzonte.

Ebbene, questo simbolo viene usato nelle tre letture, suggestive, che abbiamo ascoltato. Viene usato in maniera analogica, in maniera simbolica, per tre diversi templi, se volete, anche profani, persino laici.

Il primo Tempio l'avete sentito nel libro dell'Apocalisse. Quando si sta descrivendo, notate bene, non un tempio, anche se si dice: «Ecco la tenda di Dio tra gli uomini, egli abiterà con noi, accanto a noi». Si parla di una città, la città di Gerusalemme ideale, ma in filigrana, quasi in dissolvenza, appare la città degli uomini attuali, con tutto quello che comporta di oscurità.

Pensate per un momento cosa vuol dire, ai nostri giorni, la città di Gaza: questo cumulo enorme di macerie, di cadaveri ancora sepolti, di bambini, di donne, di innocenti. La città quindi della storia, la Babilonia, direbbe l'Apocalisse, è ancora in attesa di quella città suprema.

Avete però sentito che questa è anche la funzione del presbitero, del sacerdote: non è quella di restare nell'oasi protetta dal suo Tempio, tra le volute d'incenso e i canti, ma è di uscire nella piazza della città, di attraversare il portale. C'era un teologo ortodosso che è vissuto quasi sempre a Parigi ed è morto nel 1970, Pavel Evdokimov che lui diceva: «Chissà perché tutte le grandi cattedrali hanno il portale principale meraviglioso, in bronzo, ma bloccato, sbarrato? E invece dovrebbe essere aperto, spalancato sulla piazza». Per cui proprio quegli incensi, quelle parole, il vento dello Spirito di Dio entrano anche in quella piazza dove si consumano i crimini, dove ci sono le bestemmie, ma ci sono anche le opere buone, certo, c'è il riso e ci sono anche le lacrime.

«Entrare nella città»

Ed è per questo motivo che io penso che il lavoro del presbitero, del sacerdote, è quello di entrare nell'interno della città come suo tempio, dove deve compiere quegli atti che sono ricordati nel testo dell'Apocalisse. Un atto bellissimo peraltro è una citazione di Isaia, ripresa dall'Apocalisse: Dio passa e vede davanti a sé tutta questa sequenza di persone ferite. Pensate alla violenza ai nostri giorni, al coltello. Vede le lacrime delle vittime e cancella, terge dal loro volto questa sofferenza, queste lacrime. Lì continueranno ancora a esserci quei quattro abitanti terribili che anche in questo momento attraversano le strade, le piazze delle metropoli, ma anche dei villaggi: morte, lutto, lamento, affanno. Quelle ci sono sempre. Però tu devi entrare, non tanto per fare politica lì, ma per entrare nella società, nella polis, nella vita quotidiana, nel respiro quotidiano, tante volte ansioso.

Permettetemi un ricordo personale in questo momento, che considero anche un po' un momento di confidenza. Io amo tanto, a Roma, passeggiare per le strade, anche per pensare, in realtà. E una volta ero fermo a un semaforo quando, per caso, guardando alle mie spalle la parete del palazzo che stava lì, ho trovato una scritta, non quelle scritte clamorose, no: era in pennarello nero, e c'era scritto così: «In questa città nessuno mi conosce. Tranne Dio». Era probabilmente un senza tetto, un miserabile, uno di quelli che alla sera, quando cala il crepuscolo, alla stazione Termini, ma anche dove abito io, attorno alla Basilica di San Pietro, si vedono questi. E certe volte è vero: ci sono tante persone buone che vanno a tergere, ad aiutare, a vedere anche le colpe che hanno. Ma soprattutto c'è Dio.

Il secondo Tempio ce l'abbiamo nella Prima Lettera di Paolo ai Cristiani di Corinto. Lo dice lui esplicitamente: per tre volte ripete che voi siete il Tempio di Dio. «Se uno distrugge il Tempio di Dio...», «...santo è il Tempio di Dio», è ripetuto continuamente. Naos, il Tempio sacro: siete voi.

Però qui c'è un'altra dimensione, ripresa poi nel capitolo sesto della Prima Lettera ai Corinzi, una lettera molto pastorale di Paolo, che mostra come egli non sia teorico e astratto, ma come i suoi piedi si impolverino anche nelle crisi, nelle tensioni di una comunità tormentata come quella di Corinto. Ebbene, è l'idea che noi, il corpo. Nella Bibbia, voi sapete, noi non abbiamo un corpo: noi siamo un corpo. Anche in questo momento: non potrei parlare con voi, né voi ascoltarmi, se non ci fosse questo strumento che è fondamentale, perché esprime anche l'anima, l'interiorità. Ebbene, il corpo è un Tempio, dice Paolo, e nella lettera, al capitolo sesto, dirà: non potete, come qui si ricordava prima, distruggere il Tempio di Dio; non potete contaminarlo; non potete ridurlo semplicemente a ospitare l'idolo, l'oggetto morto, "la prostituta", così nel capitolo sesto.

Ecco allora una meditazione anche su di noi. Io direi: la trascendenza che è dentro di noi. C'era un filosofo che diceva nel suo trattato molto complicato, ma in prefazione: «Io volevo descrivere i contorni di un'isola. Quello che ho scoperto alla fine erano le frontiere dell'oceano». Vedete: noi siamo sì finiti, la pelle, ma su questa pelle batte l'onda dell'eterno, dell'infinito, di Dio. Ed è per questo motivo che è importante che il nostro corpo, la nostra vita, abbia questo stigma divino: che abbia la sua invocazione a Dio, la preghiera, l'unione mistica, quasi, con Dio.

E siamo all'ultimo Tempio. L'ultimo Tempio è nell'interno del Vangelo, molto suggestivo anche questo, tipico di Luca. È l'episodio di Zaccheo. Anche qui, per tre volte a più riprese, ritorna la parola casa. Ora, noi sappiamo che nell'Antico Testamento il Tempio veniva chiamato anche Bet, casa semplicemente, Bet-El: casa di Dio. Ed è per questo che qui abbiamo un'altra dimensione: la dimensione delle case, la dimensione della quotidianità.

Pensate: voi, quando camminate nelle vostre città, nei paesi, e guardate alla sera che si accendono le lampade, le finestre si illuminano tante volte corre in quadro l'azzurrognolo del televisore, nei cui confronti sono quasi con le mani alzate in segno di resa. Ebbene, lì dentro, che cosa si consuma? E com'è necessario, tante volte, che voi entriate, che voi riusciate in qualche modo a dare, quando è possibile, si intende, a dare fiducia. Pensiamo al problema della famiglia ai nostri giorni: cos'è il problema dei genitori? Pensate al genitore che alla mattina si alza e deve fare ancora la stessa giornata, e ha magari il figlio drogato. Capite com'è tormentata la vicenda.

E allora, a questo proposito, vorrei soffermarmi su questo Tempio particolare: la casa di Zaccheo, dove avviene la conversione. Avete sentito perché? Perché passa il Signore, e quindi diventa Tempio. E gli ipocriti, vedete, ci sono sempre, quelli che criticheranno qualcosa che fate, entrando in questa casa o meno: questo è normale. Anche qui dicono: «È entrato in casa di un peccatore».

Ebbene, voglio finire con una memoria ancora personale, per dimostrare come questo incontro sia un incontro che ha toccato anche me, che parte un po' dalla mia esperienza a Roma dove non abbiamo poi relazioni così calorose come quelle che si trovano in una diocesi, in una comunità come quella sacerdotale di Milano.

Una testimonianza personale

Vorrei allora concludere con una testimonianza ancora mia, e lascio poi alla fine proprio la parola a questa persona.

Quando sono diventato sacerdote e sono stato ordinato a Milano, sono poi passato subito a Roma per gli studi. Il sabato e la domenica andavo in una parrocchia periferica a Torpignattara, un quartiere molto desolato allora, adesso non è più la periferia estrema, ma sempre un quartiere di questo genere. Ebbene, in quel quartiere andavo a portare la comunione agli ammalati, ma soprattutto il primo venerdì del mese anche alle persone anziane e così via. Allora non c'erano i ministri straordinari dell’Eucarestia, per cui dovevamo andare noi sacerdoti.

E andavo sempre – sono andato tutto il tempo in cui sono rimasto lì, ogni mese – da una persona anziana, il quale mi aveva detto chiaramente: «Io non ho più nessuno al mondo. Sono qui».

Durante la mia presenza, prima della comunione o dopo, mi preparava il caffè, faceva tutti quei gesti che sono propri dell’affetto di un familiare quasi. Venne però un venerdì di giugno quando io dovetti dire a lui: «Guarda, è l'ultima volta che ci vediamo, perché io torno a Milano, torno a insegnare». E lui mi disse una frase che io ho citato diverse volte, che ricordo ancora e lascio a voi: «Lei non può immaginare quanto è drammatico non aspettare più nessuno». Ecco, fate in modo di andare a quelli che sono nella solitudine e attendono una voce, una mano, una parola.