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Il camerino rosa, un rifugio, le sigarette, la voce arrochita dal fumo, il trucco pesante da teatro, perché si deve vedere da lontano. Si raccontò così, senza reticenze e senza giri di parole, nel camerino del teatro Parenti, minuscola e gigantesca, fragile e fortissima, tenera, ironica, cinica a tratti, alternando risate e malinconie. Se n'è andata a 94 anni, 70 almeno li ha passati in palcoscenico e li ha raccontati qui in una lunga intervista rimasta per la gran parte inedita perché impossibile da imbrigliare tutta nella gabbia di un giornale. Sembrava un testamento forse lo era.
Era il 15 gennaio 2019, Adriana Asti era a Milano con Memorie di Adriana di Andrée Ruth Shammah, un lungo monologo in cui raccontava sé stessa senza recitarsi.
Ha scelto il teatro per fuggire, ma poi lo spettacolo Memorie di Adriana e un libro autobiografico l’hanno portata a esporsi in prima persona. Che cosa l’ha convinta?
«Innanzitutto il libro, stare in palcoscenico è comunque un modo di fuggire perché significa abitare un mondo che non esiste. Sono veramente fuggita standoci sopra da così tanti anni. La vita normale sociale fattuale non c’è sul palcoscenico. È un luogo inesitente».
Lo ama per questo?
«(Ride). Sì, certamente sì».
Recitare in uno spettacolo come le memorie di Adriana significa trasformare sé stessi in in un personaggio...
«Sì il personaggio dell’attrice».
È quello che succede in fondo sempre a teatro o è diverso?
« André ha costruito questo spettacolo immaginando la vera Adriana asti chiusa in camerino, io la racconto dicendo "Io la conosco", come se fossi un’estranea che alla fine nello sdoppiamento si riunisce nel personaggio e in camerino non c’è nessuno».
Dal punto di vista di chi intepreta cambia qualcosa dal punto di vista emotivo il fatto di sapere di interpretare sé stessi?
«È appagante perché si parla di sé parlando di un altro e questo rende tutto più facile. Parlare di sé essendoci ma non essendoci è uno stratagemma intelligente del regista».
Si è decisa subito o ha dovuto pensarci?
«Nel libro è stato molto naturale, uno scrive e si racconta. Dal vivo si seleziona, non c’è tutto, se no si farebbe uno spettacolo di sette ore. Npn è un insieme di cose prese messe lì, uno spettacolo è sempre costruito: Memorie di Adriana, secondo me, è costruito bene: era il modo di far passare una piccola biografia, definita così perché non volevo spaventare i lettori. Piccola ti fa pensare "vabbè facciamo presto", se no pensano "che noia questa qua adesso ci racconta tutta la sua vita"».
Ha detto "vorrei dimenticare". La memoria per un attore è uno strumento di lavoro, è anche una trappola ricordare molto, avere buona memoria?
«No, non è una trappola è una via per raccontare, un mezzo che si accetta facilmente, non è un conflitto. Nel raccontare di sé sdoppiandorsi è più facile, dicendo io sarebbe più difficile il pubblico pensa: due palle! Qui il pubblico ha un secondo di smarrimento quando arriva uno e dice lo spettacolo non avrà luogo, qualcuno ci casca ma è finzione teatrale (un critico teatrale parlerebbe di metateatro, teatro nel teatro). Dopo un po’ dico che sono io, l’essenziale è che uno non muoia di noia e così c'è un lungo pettegolezzo sapientee per avere l’attenzione del pubblico».
Per l’attore esiste la memoria come strumento di lavoro, si ha o si conquista?
«Si conquista, si allena e si ha anche un aiuto, io ho l’aiuto di un suggeritore non parlo da sola per un’ora e 49 minuti, sapendo tutto a memoria. È una costruzione fatta anche per aiutarmi».
Esiste la paura del palcoscenico di cui parla l'istrione di Aznavour?
«Sì esiste, certo».
Ogni attore ha una forma diversa?
«No no, è sempre uguale. In settant’anni di palcoscenico ho avuto modo di vedere dietro le quinte: i migliori attori davanti al palcoscenico sono tutti uguali, anche i più bravi del mondo sono spaventati dall’esporsi: bisogna abituarsi, perché non è facilissimo».
Ha anche detto: "Sono stata all’inizio una cattiva attrice, pessima!» Non è troppo severa?
«No ero proprio pessima, non capisco perché mi pigliavano. Poi stando sempre in palcoscenico si impara dagli altri, si capiscono le cose, si diventa sapienti ci si abitua».
Quando ha pensato: "Ora sì: ho capito, ho imparato"?
«No, no, non c’è mai fine, non ho mai imparato abbastanza».
Da che cosa stava scappando e soprattutto scappa ancora?
«Io sì, dalla vita sociale normale, dalla vita che si ha e che ci viene data che è noiosissima e allora si cerca di andare non si sa neanche dove, il palcoscenico è un riparo, un non luogo nel quale si è come intoccabili, si è soli ed è un privilegio».
Diceva che all’inizio le piaceva partire. È cambiata negli anni la vita dell’attore di teatro?
«Sì, una volta me ne andavo, stavo via sei mesi con enormi bauli, con tutti i vestiti. Si recitava di città in città per sei mesi di fila, ora si va e si torna, si fa uno spettacolo, per qualche giorno, poi si torna a casa, poi se ne fa un altro. Non ci sono più le lunghe touneé con una compagnia, una volta una entrava in questa bolla e per un po’ non c’era più per il resto del mondo».
Dal punto di vista della giovane Adriana in fuga era meglio prima o è meglio adesso?
«Per me era molto meglio prima, era tutta una cosa costruita in cui uno entrava e viveva, lì assente dalla vita normale».
Ha mai temuto o avvertito un senso di sradicamento?
«No, no anzi di radicamento semmai (sorride).
Che cosa chiama casa oggi? Un attore tendenzialmente è vagabondo
«Sono vagabonda, ho una casa a Roma e una a Parigi e mi divido».
Di Milano che cosa è rimasto?
«Una grande nostalgia, il luogo da cui provengo, dove una volta c’era tutto la casa, la famiglia e ora non c’è più niente, ma è una città che continuo ad amare, mi piace molto. Tutta la mia infanzia è qui a Milano, la mia vita ha preso forma qui, dopo sono andata via, non ci ho più abitato. Non ho più nessuno a Milano e quindi non c’è più niente, ci sono i ricordi».
Di Milano che cosa le manca?
«Il luogo, la città un po’ brutta che io vedo bellissima, una cosa sentimentale».
Ha scritto che la verità e le bugie hanno un suono diverso, il teatro lì in mezzo dove sta?
«Nella finzione totale, in una dimensione che non ha nulla a che fare con la realtà, è unico, diverso, irraggiungibile dal resto del mondo».
Che cosa le piace davvero di quello che fa?
«Mi piace il palcoscenico, ma oramai è tutta la vita che lo faccio non mi pongo più il problema che mi piaccia o meno, ormai è il mio stato, la mia normalità»
Ha conosciuto tantissimi grandi, la storia di questo mondo. Di questi incontri al di là degli elementi sporadici rimangono delle cose?
«I ricordi, che a un certo punto verranno anche dimenticati. Quel mondo non c’è più, era nel Novecento. Queste persone sono scomparse e si sono portate via una parte di me che non ritroverò più».
Queste memorie sono un tributo anche a loro in qualche modo?
«Forse sì, perché nessuno parla di loro, mai, fininto. Di Pasolini parlano ancora, ma chi parla di Gadda, della Morante? I giovani non sanno neanche di loro. Non c’è nessuno che li ricordi. Certo sono rimasti i libri le cose che hanno fatto, la presenza intellettuale, intelligente, ma nessuno parla più di loro come persone, sono morti e il Novecento è finito».
Sono persone che hanno fatto la storia, resta la sensazione di averne fatto anche un po’ parte?
«Sì, resta anche la sensazione di aver fatto e fare parte di una cosa che non c’è più e che nessuno conosce».
Attori si nasce perché serve un talento speciale?
«Non credo proprio, io credo che se uno vuole esprimersi in pubblico ha un sacro fuoco, ma io non l’ho mai avuto, non è che io volessi recitare o esprimermi in pubblico, è stato un caso, a poco a poco mi davano delle parti, ma non c’era un desiderio di essere in scena, per ammaliare il pubblico, di essere in palcoscenico, solo di essere in una parte dove non c’era nient’altro che quello».
Detto così, si direbbe l’idea che le piaccia il teatro vuoto.
«Sììì mooolto, mi piace andarci prima, quando è vuoto, il palcoscenico, le poltrone, le quinte, tutto. Un mondo fermo, un mondo vuoto, ma è bellissimo starci».
Ha nominato spesso la solitudine come un privilegio, queste due cose vanno insieme?
«Sì è un grande piacere essere soli, io non mi annoio mai da sola, la solitudine non mi pesa, mi fa piacere, sto benissimo da sola. Mi annoiano le persone noiose, le situazioni noiose. Nello spettacolo chiedo:" posso morire durante un pranzo?" Si, ride, di noia. Ma se sono da sola faccio il mio lavoro, ma i periodi di ozio sono bellissimi, non vado in confusione quando non lavoro e poi ho sempre lavorato tutta la vita, tutti gli anni».
Lo dice come stupita di non essere stata lasciata ferma?
«Sì molto, lo sono. Ho visto un manifesto in Campania che diceva che nel 53 ero a Berlino a recitare, facevo Clarice in Arlecchino, lì ho preso atto di quanti anni sono, non mi sono più fermata».
Le è mai venuto da dire: adesso basta?
«No mai, c’è stato un momento in cui ho avuto un esaurimento nervoso, poi ho fatto l'analisi con il professor Musatti, ma sono sempre andata in scena, non ho mai lasciato questa parte così…importante, importante… così… unica, non ce ne sono altre».
È stata una quantità di personaggi diversissimi. Entrare in ciascuno di loro comporta differenze o il meccaniscmo è sempre uguale?
«No, perché in realtà noi siamo tante cose: nella vita normale noi siamo una sola persona, ma ogni volta che devi interpretare un personaggio diventi quello lì, devi avere la capacità di pernsare tante cose, di vivere tante cose, di essere diverso da come sei, uno se fa l’attore ne deve approfittare. Abbiamo dentro molte molte persone».
Ha mai avuto problemi ad andare d’accordo con i ruoli?
«No, con i ruoli ho sempre cercato di essere loro, di approfittare di loro per infilarmici e renderli plausibili».
Che cosa resta, dopo, di tutto questo?
«È un piacere e un dispiacere, i mondi frequentati non ci son più, dentro rimangono, vengono fuori a volte magari in un contesto didattico però ci sono, il fatto che non ci siano più ti ricorda che sei un testimone e, sì, sembra poco…».
Il fatto di poter dare a tanti personaggi qualcosa di sé è un modo di vivere vite degli altri, di moltiplicare il proprio vivere?
«Per diventare un altro devi pescare da dentro, c’è molto spazio dentro di noi, più di quanto pensiamo, ci stanno tante cose e rimangono dentro».
Che cosa serve per entrare in un altro, ci vuole fantasia o che cosa d’altro?
«No, non fantasia, bisogna saper capire tante situazioni, bisogna infilarsi in tante strade».
Mai capitato di dire in questo, non riesco a infilarmi non mi trovo?
«No mai perché ci si trova dappertutto. È un luogo molto largo, la via non è stretta e ci si ingegna, sì ci vuole un po’ di ingegno».
Che cosa le ha fatto dire di da attrice: questo sì, questo no?
«Dipende, variabili diverse: a volte è il regista che non vuoi».
È vero che è difficile il rapporto tra attori e registi o è un luogo comune?
«È difficile alcuni sono cretini, ci sono geni Strheler, Pinter, Visconti, c’erano questi, non ci sono più, con quelli era meraviglioso lavorare. Con degli imbecilli può essere molto brutto, ma anche nella vita normale che i rapporti non si condividano».
Quanto è importante condividere la visione di un regista facendo l’attore?
«Mah, è importante impossessarsi delle cose che vengono proposte, capirl: che non rimangano estranee, che si possa farle proprie».
Ha mai mollato qualcuno a metà?
«Sìììì, ho fatto finta una volta di essere malata, una fuga professionale con il dottore, la clinica una fuga professionale. Una volta o due sono scappata, non mi piaceva quello che si andava creando e me ne sono andata».
Avrebbe tutto per essere una primadonna se volesse, ha mai rischiato di sentirsi tale?
«No. In teatro c’erano i ruoli: le primedonne, le secondedonne. Un tempo era una precisa gerarchia ora non più. Adesso c’è l’unicità, non più una rigorosa separazione di ranghi».
Sono più primedonne gli uomini o le donne?
«Non c’è sesso sul palcoscenico, c’è parità, le donne non devono come nella vita farsi largo, siamo pari».
Tutto questo le piace?
«Mi piace molto il fatto che lì funzionino meccanismi diversi rispetto alla vita reale, c’è una grande libertà della quale uno approfitta».
Ha avuto un sodalizio con Franca Valeri.
«Oh sì adorabile, divina. Lei ha fatto una mia commedia che si chiama Alcool e io ho recitato con lei ed ero anche la regista, Poi io ne ho recitata una sua, è bellissimo lavorare con la Franca, così intelligente, così fuori dal comune: un’attrice come non ce ne sono, rara anche come persona».
Non è dunque vero che in questo mondo esista solo rivalità?
«Mah, forse nell’Ottocento, ognuno ha il suo ruolo fa, non credo. Forse se c’è uno spettacolo: Elisabetta Inghilterra e Maria stuarda, intepreta la rivalità, ma nella vita no, non mi sembra che ci sia mai stata. Ci sono i ruoli che si sa quali sono, a livello personale a me non è mai capitato».
Si è divisa tra teatro e cinema. Si resta la stessa attrice o è proprio un lavoro diverso?
«Sono due lavori diversi, è molto più noioso il cinema: l’attore lì non è padrone di niente, il padrone è il regista, l’operatore, il montaggio: una dà quello che dà e poi ne fanno l’uso che vogliono. Non è come il palcoscenico dove crei da solo il rapporto con il pubblico, dove c’è una barriera in cui nessuno può entrare. Ognuno dentro crea quello che vuole. Nel cinema a volte i risultati sono meravigliosi. Ci sono film stupendi, si può amare il cinema follemente, ma è un altro mondo, non è così personale, così proprio. Poi se uno ha fortuna, trova un regista bravissimo e fa un film bellissimo. Si può sempre rigirare una scena non venuta. Decine di volte. È il regista che decide che cosa vuole, si rifà tutto perché "a me non piace". Poi è vero che ci sono grandi attrici di cinema che possono fare ciò che vogliono. Ma è raro».
Par di capire che dovendo scelgliere il suo mondo è il teatro.
«Sì è vero il teatro è il mio mondo, ma al cinema ho fatto anche delle cose che mi piacevano, ma è tutta un’altra cosa. Il teatro è un modo di vivere, il cinema no, è una prestazione magari sublime».
Ha citato La meglio gioventù.
«Un film meraviglioso, fatto molto ben,e un film corale come non se ne vedono più: apre la mente, fa vedere com’era la crescita, la vita di grandi personaggi bellissimi. Ho recitato in francese, abito a Parigi da tanto tempo, mi è piaciuto avere un altro pubblico in Francia».
È diverso o il teatro è uguale dappertutto?
«No in Francia c’è un pubblico più entusiasta, più innocente. Qui c’è più cinismo, più distacco, anche se dipende da dove si recita: in certe città c’è entusiasmo perenne, in altre meno, ma in Francia applaudono, si identificano, danno molto».
Da che cosa dipende la freddezza intermittente del pubblico italiano, se ne è fatta un’idea?
«Dal carattere della gente, in Sicilia sono molto entusiasti, a Napoli c’è un’indifferenza adorabile ma reale».
Ha vissuto in luoghi diversi, ora a Parigi, per un certo tempo è stata a scuola da suore di lingua tedesca.
«Mi hanno chiesto anche di recitare in tedesco, lì ho detto di no, perché sono pigra, forse ho fatto male perché mi sarei divertita ma sono pigra».
Ha fatto pace con quella bimba bruttina?
«Io sono sempre stata in pace con lei, sono sempre stata contenta, mia madre se ne stupiva chiedeva come mai questa bambina è sempre contenta? Effettivamente non avevo alcun motivo di essere allegra, ma il mio carattere è così, sono spesso di buonumore, mi alzo volentieri. È andata bene, se fossi stata davvero una bimba triste non so come sarebbe andata, invece ero molto vitale lo sono ancora anche da vecchia. Perché uno rimane semrpe quello che è, io almeno non sono mai cambiata».
Istinto o c’è della volontà?
«No è naturale».
C’è qualcosa di tutta questa vita di teatro, di questo lavoro, che non le piace?
«In teatro no, mi sono sempre abituata, sono precisa ho sempre fatto tutto molto seriamente. La cosa brutta sono le cose che spariscono, gli attori, quello spettacolo che si è fatto, non ci sono più, restano molte assenze. E gli spettacoli, gli amici, gli attori, le persone che non ci sono più sono tante assenze, adesso sono in un altro mondo, ma davvero poi da vecchi si va in un altro mondo, non c’è più quel mondo là, così bello così importante, si è perso molto, il passato si perde. Ma io non sono un tipo malinconico, c’è una differenza in una vita così lunga, cambia per forza, perché cambia quello che ci circonda. Il teatro è sempre e soltanto adesso, ricomincia ogni sera, nel cinema ci si rivede».
Un'attrice di teatro che rapporto ha con questo rivedersi?
«Come tutti gli attori non sono contenta di rivedermi, mai, perché tutti si preferiscono in un altro modo e invece lì appaiono veramente come sono. Poi uno si abitua o si perdona. Gli attori sono ipercritici e non si piacciono».
Non si piacciono perché sono ipercritici?
«Sì certo, loro sono in un mondo in cui si pensano in un modo e non si piacciono come sono, ma poi ci si abitua: uno entra in quella strada e non si stupisce più della differenza, del tradimento della persona che viene fatto. L’immmagine è un tradimento, può essere un tradimento terribile perché uno si immagina di essere una cosa, sempre quella, e invece rivedendosi si trova una differenza grande. Ci si deve abituare, ci si deve abituare a essere traditi. Quasi tutto quello che si fa viene filmato, io non faccio nulla neanche foto, sono attimi».
Il teatro filmato che effetto le fa?
«Inevitabile ma innaturale, il teatro va visto nel suo farsi. Poi lo spettacolo può essere amato, apprezato, criticato. L’attore deve essere quello che fa nel momento in cui lo fa, poi però lo spettatore è libero: l’attore deve rassegnarsi a non essere padrone di quello che trasmette e viene ricevuto».
È sccappata di casa, perché?
«Non per fare questo, non sapevo neanche che cosa fosse, avevo visto un solo spettacolo prima Hansel e Gretel alla Scala e poi sì forse un’altra volta, in volevo solo fuggire, andare, fare l’attrice è stato il mezzo della fuga non il fine».
Le è stata perdonata la fuga, è stata capita?
«No, ne hanno preso atto, come di una cosa che è capitata, non mi hanno incoraggiata, mi dicevano: "ma che fai sei pessima!"».
Neanche dopo, al moemnto del successo?
«No, si sono solo abituati all’idea che io stessi su un palcoscenico, in giro chissà dove. (Ride)».
Ha mai avuto la tentazione di dare retta a quel dissuadere?
«No, no era più forte l’idea di andare chissà dove, mi ha sorretta».
Dei posti che ha visto ha colto qualcosa, c'è stato il tempo?
«Le tournée nelle piccole città tanti teatri e bellissimi, ne ho fatte anche all’estero, mi è sempre piaciuto andarci, questo fatto aggiungeva a un mondo che non esiste un altro mondo reale, una grande ricchezza, mi è sempre piaciuto recitare in posti sconosciuti. Il posto più sperduto: Mosca, forse a Santiago del Cile, i posti lontani. Un pochino si sentono, anche se l’attore è un topo, che sta in camera, poi in camperino, poi in scena: è sempre un po’ avulso, ma si sente l’essere altrove. Il lavoro dell'attore è quello, lo tiene nelle briglie ma non si può dimenticare che si è in un posto che forse non si vedrà mai più e quindi lo si guarda».
Il teatro è teatro ovunque?
«Un riparo, il palcoscenico ti cambia la situazione, sono tutte diverse le persone che avviciniamo e così il teatro dipende dagli interlocutori: è uno scambio c’è sempre un legame con il pubblico».
Lo si vede lì nell’ombra?
«Lo si sente: si sente se non vogliono vedere, se non gli interressa, se dormono, si sente come con le persone se qualcuno è molto interessato e ascolta: un pubblico che che non ascolta si cerca di prenderlo, a volte si riesce a volte no, ma c’è un rapporto, non è che uno vada in scena come se fosse da solo».
C’è routine in questo mestiere?
«È una routine adorabile, bellissima: uno esce di casa, dove è stato in pace per conto suo, va nel suo camerino per conto suo e c’è una grande solitudine. Si prepara va in scena, alla fine coglie la soddisfazione di aver fatto ciò che doveva: un grande piacere».
In un monologo dice "Io non ho credo, non ho una fede, ma se ci fosse un paradiso mi piacerebbe andarci". Era teatro o è vero?
«Sì mi piacerebbe moltissimo ma non credo che ci sia. C’è del vero sì in quel monologo, l’ho scritto, è vero che vorrei sapere se invece è diverso, ma io credo che sia una verità, cose che ci raccontiamo per avere un senso, perché non sopportiamo di non averlo, l’idea di essere una persona che c’è e poi sparisce e chissenefrega. Tutti vogliono avere un peso e allora pensano che ci siano delle cose che dall’alto li spingono e li contrastano, ma non c’è questa cosa. Non sono credente».
Un’autobiografia denuda, c’è qialcosa che ha difeso?
«No, è sincera ero solo un po’ preoccupata di tediare, è una questione di rispetto per il lettore e per i pubblico, preferisco averli consenzienti».
Il filtro dell’ironia aiuta?
«È una dote che aiuta qualsiasi lavoro si faccia, è importante salvare un po’ di leggerezza, ho parlato anche del cancro provando ad alleggerire anche quel momento. Nella mia vita la leggerezza è stata importante, se no che noia senza fine».




