Un pittore cattolico e anche fuori dagli schemi. Perché la sua arte figurativa – nel solco di grandi maestri della storia dell’arte – si muove controcorrente in un’epoca dominata dal concettuale, dall’astratto e dalle installazioni. Giovanni Gasparro esplora il corpo umano, la divinità e la spiritualità con una forza visiva intensa e senza compromessi. Dai luminosi santi ai volti feriti di uomini, donne e bambini, ogni sua tela racconta un mondo carico di significato, capace di raccontare e provocare.

Giovanni Gasparro mentre dipinge
Giovanni Gasparro mentre dipinge

Giovanni Gasparro mentre dipinge

Gasparro, 42 anni, pugliese, ha esposto in Italia e all’estero, ha vinto premi prestigiosi e realizzato il più grande ciclo pittorico religioso recente d’Italia, nella Basilica di San Giuseppe Artigiano all’Aquila. È suo il quadro più bello del 2025, Quel che vide Nostro Signore al primo sguardo, premiato dalla giuria del Premio Eccellenti Pittori – Brazzale.

Gasparro, quando ha capito che la pittura sarebbe stata la sua strada?

«Ho sempre avuto una naturale inclinazione verso le arti ed in particolar modo verso le creazioni manuali ma, col tempo, le ho coltivate con un percorso di studi che mi avrebbe portato a diventare un restauratore. Durante due viaggi in cui ebbi modo di visitare il Museo del Prado di Madrid ed il Kunsthistorisches Museum di Vienna, compresi che la propensione verso la creazione artistica ere preponderante. Così ruppi gli indugi e mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti».

La sua biografia ufficiale dice che è nato a Bari il 22 ottobre 1983, «ed è stato battezzato il 18 dicembre dello stesso anno». Perché ha voluto sottolineare questa data?

«Potrebbe risultare una bizzarria, soprattutto in una società permeata di laicismo anticlericale. Eppure sono cosciente del fatto che quel sacramento sia stato determinante per la mia esistenza tanto quanto la nascita materiale. Mi ha reso figlio di Dio ed ha plasmato la mia identità nella sua interezza. Senza il Battesimo non avrei realizzato nulla né a livello personale né artistico. Così è stato per tutti gli artisti cattolici, compresi geni come Michelangelo, Solimena o Vivaldi».

Giovanni Gasparro, Quel che vide Nostro Signore al primo sguardo (un'adorazione dal punto di vista del Bambino), Olio su lino belga, 80×100 cm
Giovanni Gasparro, Quel che vide Nostro Signore al primo sguardo (un'adorazione dal punto di vista del Bambino), Olio su lino belga, 80×100 cm

Giovanni Gasparro, Quel che vide Nostro Signore al primo sguardo (un'adorazione dal punto di vista del Bambino), Olio su lino belga, 80×100 cm

Quel che vide Nostro Signore al primo sguardo è stata definita un’opera “senza precedenti in quasi duemila anni di arte cristiana”. Come è nata l’idea di raccontare l’Adorazione dal punto di vista di Gesù Bambino?

«Molte delle mie opere sono state idealmente concepite in momenti di orazione. Soprattutto durante la recita del Santo Rosario. Sono intuizioni e suggestioni che poi rielaboro con la dovuta attenzione. Negli anni passati avevo dipinto Labano cerca gli idoli nel baule di Giacobbe (che si trova nella Fondazione The Banck di Bassano del Grappa, ndr), una rara iconografia veterotestamentaria i cui esempi più celebri, con ogni probabilità, sono l’affresco di Tiepolo nel Palazzo Patriarcale (ora Museo Diocesano, ndr) di Udine e nel dipinto di Mattia Preti in Galleria Nazionale di Palazzo Arnone, a Cosenza, opera che ho avuto il privilegio di vedere esposta accanto alla mia. In quest’opera avevo già ribaltato la prospettiva visiva del fruitore ed era come se l’osservatore fosse nel baule dove Lia e Rachele avevano nascosto gli idoli votivi del padre Labano. Nel dipinto che ha vinto il Premio Brazzale, in totale sinergia con il committente che mi chiedeva un’adorazione dei pastori, abbiamo inteso ribaltare ugualmente il punto d’osservazione, sicché il dipinto mostra ciò che vide Nostro Signore appena nato corporalmente, come vero uomo e vero Dio, ovvero la Santa Vergine e san Giuseppe».

Lei ha realizzato uno dei più grandi cicli pittorici di arte sacra degli ultimi anni, per la Basilica di San Giuseppe Artigiano all’Aquila. Che responsabilità comporta oggi dipingere per una chiesa?

«Personalmente vivo questa tipologia di commissioni con un grande senso di responsabilità perché sono pienamente cosciente del fatto che i miei dipinti avranno una duplice valenza, ovvero diventare uno strumento per il culto divino, nella liturgia ma anche un ausilio catechetico e per l’orazione dei fedeli, condizionandoli, loro malgrado. Questo lo avverto con estremo scrupolo perché, come pronunciò san Giovanni Maria Vianney in un’omelia sulla salvezza eterna delle anime, “Quelli che fanno cattivi scritti, dei cattivi quadri o cattive statue sono responsabili di tutto il male che questi oggetti semineranno per tutto il tempo che dureranno. Come questo fa tremare!”».

A L’Aquila lei ha lavorato dopo il terremoto del 2009.

«Sì, c’erano delle aspettative legate alla ricostruzione post sismica, quindi alla mia opera era legato anche un afflato di rinascita materiale e spirituale. In ogni contesto dove ho dipinto, i fedeli vivono con molto trasporto la genesi delle opere da “adottare” nelle loro chiese. A Lugano hanno voluto addirittura sostituire un dipinto degli anni Sessanta perché non riuscivano a pregare davanti a quell’immagine. Eppure quell’opera, che a sua volta sostituì una antica, fu generata nel clima di rinnovamento post conciliare ed era nata esattamente perché si presupponeva potesse aiutare i fedeli a comprendere meglio e pregare con più convinzione. Illusioni perdute».

Giovanni Gasparro, La visione della Chiesa di santa Hildegard von Bingen (2014-18)

C’è un’opera, tra le tante realizzate, che sente come uno spartiacque nel suo percorso?

«Sicuramente Corredenzione del 2015 perché ha segnato un mio modo personale di concepire il dettato teologico rispetto all’invenzione totale di un’iconografia che, di fatto, è inedita, insieme alla mia personalissima devozione a Gesù e alla Madonna. Qualcosa di analogo mi è successo anche con La visione della Chiesa di santa Hildegard von Bingen dipinta tra il 2014 ed il 2018, anche se in questo caso partivo dal dato testuale della trascrizione della visione mistica dalla Sibilla del Reno. Più in generale, questo approccio è sistematico per tutte le opere sacre in cui devo effigiare un Santo canonizzato in tempi più recenti, che non ha un’iconografia di riferimento. Ma amo moltissimo anche riproporre iconografie desuete o Santi dimenticati nella modernità».

Come è finita la sua opera Ultima Cena nel film Saturno contro di Ferzan Özpetek?

«Ero studente in Accademia di Belle Arti a Roma ed esponevo in una galleria del centro storico. Un aiuto scenografo del regista vide il dipinto e lo chiese in prestito per il film. Ovviamente ne fui lusingato e lo concessi di buon grado. Persino il grande Pupi Avati mi ha mostrato un apprezzamento insperato. Quest’anno, altre mie opere, anche inedite, saranno visibili in un lungometraggio. Ma non posso svelare nulla. È molto interessante dare una nuova vita ai dipinti al di fuori del museo e delle chiese. Nelle recenti esperienze teatrali ho vissuto questa possibilità. Nella Tosca di Puccini, per il Teatro Coccia di Novara, i miei dipinti hanno acquistato una valenza differente rispetto ai luoghi per cui erano stati concepiti perché dovevano inserirsi in un’azione scenica e drammaturgica».

Vittorio Sgarbi l’ha definita “l’ultimo caravaggesco”. Le piace questa definizione?

«Detto francamente detesto qualsivoglia definizione o etichetta. Mi sono sempre parse riduttive e banalizzanti. Sgarbi, con grande acume e sensibilità, ha evidenziato il mio debito stilistico verso la pittura caravaggesca e post caravaggesca, prevalentemente di area napoletana, spagnola e fiammingo-olandese. Ma se il dato luministico e cromatico impone un confronto diretto con quella stagione artistica, ritengo limitante ridurre le mie fonti di ispirazione o di confronto al solo Caravaggio. I padri nobili della mia pittura si possono ricercare anche in autori e correnti artistiche apparentemente antitetici, di tutti i secoli e Paesi».

Se dovesse autodefinirsi?

«Non ho preclusioni di sorta e non voglio gabbie storico critiche, almeno finché sono vivo ed operante».

Perché, nonostante la prestigiosa carriera, non ha mai voluto spostarsi da Adelfia, la sua cittadina in provincia di Bari?

«Esclusivamente per ragioni private, legate alla mia famiglia d’origine. Sarei rimasto a Roma o comunque altrove sia per facilità nelle interlocuzioni professionali che per nutrirmi di un clima culturale più vivo rispetto a Bari e alla sua provincia, entrambe culturalmente letargiche. Oltretutto, e mi dispiace dirlo, le istituzioni civili, culturali e persino ecclesiastiche del mio contesto d’origine hanno sempre mostrato una pressoché totale indifferenza, se non un malcelato disprezzo, per la mia pittura. E non mi riferisco solo al mio paese ma anche a Bari dove è assurta agli “onori” della cronaca un’inquietante, quanto surreale, censura di una mia mostra in Pinacoteca Corrado Giaquinto, da parte del Sindaco. La gente comune, invece, mi ha rivestito di commoventi tributi di stima ed affetto. Questo mi riconcilia con il mio contesto in cui ho scelto di tornare a vivere. Ad ogni modo, vivere in provincia ha qualche vantaggio. La ruralità concilia la concentrazione e limita le seccature di visitatori molesti. Anche se, paradossalmente, si è più isolati nelle grandi città».

Oggi la pittura figurativa e sacra è spesso percepita come “fuori tempo” o addirittura demodé forse perché non è provocatoria. Perché invece, secondo lei, continua a parlare al presente?

«Proprio il surreale episodio di censura subito a Bari mi ha fatto percepire, con tutta la sua virulenza, quanto un certo pregiudizio, unito ad altre questioni ideologiche, possa incidere su scelte che denotano un provincialismo culturale. Ho sempre dipinto prevalentemente arte sacra e soprattutto per questo sono conosciuto. La mia pittura figurativa non mi ha impedito di esporre in alcuni dei templi dell’arte contemporanea. Basti citare il MART di Rovereto, la Statsgalerie di Kiel in Germania o il MEAM (Museu Europeu d’Art Modern, ndr) di Barcellona dove un mio dipinto è tutt’ora in esposizione. La cosa più inquietante e che persino in certi ambiti ecclesiali e per le chiese, la figurazione sta diventando negletta, seguendo le istanze aniconiche del Protestantesimo, dell’Ebraismo e dell’Islam. Io, al contrario, ritengo, con una certa esperienza maturata in questi anni di attività artistica, che la figurazione, in pittura, resti l’unico mezzo espressivo possibile per trasmettere il messaggio salvifico del Vangelo. Solo con la riconoscibilità del soggetto si può catechizzare ed ispirare l’orazione. Può apparire un paradosso ma nonostante sia conosciuto per la mia arte sacra, ho esposto in numerosissimi contesti museali d’arte contemporanea, gallerie nazionali, musei archeologici sia in Italia che all’estero, ma solo in due musei diocesani, quelli di Molfetta e di Imola».

Giovanni Gsparro al lavoro

È arrivato anche alla sede dell’Unesco.

«Ho vinto il Premio della Cattedra di Bioetica e Diritti Umani dell’UNESCO con un’opera contro l’aborto, la Casti connubii, ispirata all’omonima enciclica di papa Pio XI, in un contesti notoriamente ostile. Mostrare chiaramente la propria identità artistica, unita alla propria fede, credo sia un valore aggiunto che non deve essere edulcorato o, peggio, nascosto come l’evangelica “lampada sotto il moggio”, per compiacere il mondo e cercare consensi».

In un’intervista lei ha detto questo: “Se la mia pittura restasse sul piano meramente estetico e decorativo, sarebbe un patetico ninnolo d’arredamento o una sorta di compiacimento intellettuale autoreferenziale”. Cosa si propone con la sua arte?

«Sono molto severo con me stesso e rinuncio sul nascere alla prospettiva allettante di un’arte mondana che si accontenti di solleticare le mode e le esigenze commerciali o del pensiero unico. L’arte, nella sua forma più alta e nobile, deve pretendere di indagare il nostro tempo, rivelandone le miserie, le sofferenze le esigenze più intime ma anche spingendosi a proporre un percorso di ascesi verso il Trascendente, verso Dio. L’arte deve anelare al bello, concepito in senso tomistico, come adesione al Verum, bonum, pulchrum, ovvero a Verità, bene e bellezza. Perché gli uomini non sono puro spirito come gli angeli ed hanno bisogno dei sensi, come la vista e l’udito, per conoscere la bellezza di Dio. Lo comprendeva san Giuseppe Cafasso, il prete dei poveri e dei carcerati che a quanti imputavano alla Chiesa la "colpa" di arricchire gli edifici di culto con suppellettili preziose, rispondeva “Siamo tanto materiali che abbiamo bisogno di queste esteriorità per pregar bene, sì che ne sentiamo l'effetto anche senza volerlo”».

Lei è nato nel 1983, appartiene a una generazione cresciuta in un contesto sempre più secolarizzato. Come dialoga la sua arte con questo tempo?

«In arte cerco l’evasione in un tempo eterno. Non mi curo affatto del dialogo con il nostro tempo. È l’atteggiamento saggio che hanno avuto gli architetti anonimi che hanno costruito le grandi cattedrali medioevali, perché lavoravano per Dio e per l’eternità. Eppure, le loro opere, sono perfettamente lo specchio più autentico del periodo in cui sono state concepite. Così, cerco un linguaggio, soggetti e modelli eterni ed universali per raccontare il mio tempo in modo autentico. Esattamente l’approccio inverso rispetto al sistema di una certa arte contemporanea, modaiolo e schiavo del mercato».

Che cosa pensa manchi oggi, più di tutto, nel rapporto tra arte contemporanea e sacro?

«La fede. Mi dispiace doverlo esplicitare ma manca la virtù della fede persino in certa committenza ecclesiastica totalmente prona rispetto alle istanze del mondo. Sovente mi capita di dover disincentivare sacerdoti che propongono opere per edifici di culto con un approccio che denota persino ignoranza della Sacra Scrittura, della liturgia o della tradizione figurativa cattolica. Ho rinunciato persino a commissioni per basiliche importanti pur di non assecondare certe bizzarrie eterodosse. Lo scenario è davvero desolante. Lo dico con sgomento. Molte problematicità legate alle arti contemporanee, comprese l’architettura e la musica sacra, mi sono parse in tutta la loro problematicità, soprattutto da quando, molti anni fa, ho scoperto la liturgia antica. La Messa tridentina, con il latino, il repertorio musicale gregoriano polifonico – penso, tra i grandi compositori, a Palestrina – dialogano alla perfezione con l’arte figurativa migliore. Tutto si tiene, se così si può dire. Le mie opere, da allora, sono profondamente cambiate. Non solo quelle a soggetto sacro. Ho compreso che l’arte può elevare lo spirito e condurre a Dio. Incredibile che non lo avessi percepito prima. Con la Messa “in latino” e le arti ancillari alla liturgia antica, ho vissuto esattamente la medesima esperienza che hanno testimoniato santa Teresa di Lisieux o Paul Claudel, per la loro conversione, suggestionati dalla scultura e dalla musica sacra».

Che consiglio darebbe a un giovane artista che sente una vocazione all’arte sacra ma teme di non trovare spazio nel mondo contemporaneo?

«Posso portare solo la mia esperienza: abbinare una solida preparazione tecnica a livello artistico unita a quella filosofica e teologica, la conoscenza della storia dell’arte e della Chiesa, della liturgia e dei testi vetero e neo testamentari. Solo allora si potrà tentare di poter dire qualcosa di nuovo e di maturo per una nuova arte sacra che non sia una sterile riproposizione di quella antica, viceversa un salto nel vuoto svincolato dalla storia del cattolicesimo. Così è sempre stato. Per questo oggi guardiamo con ammirazione opere d’arte sacra esteticamente diversissime, da quelle dei primi secoli sino a Crivelli, Donatello o Canova. La differenza la fanno anche la committenza, quando è saggia e maestra, o l’afflato devozionale personale. Bernini e Batoni andavano a Messa tutte le mattine ed hanno raggiunto accenti mistici tanto quanto Beato Angelico, seppure in forme apparentemente difformi. Le occasioni “lavorative”, per un giovane artista, possono e devono giungere solo in second’ordine. Non è semplice ma credo sia l’approccio più saggio».

Se dovesse andare a cena con un pittore che considera agli antipodi dal suo stile?

«Con dei non pittori. Limitandomi agli italiani, probabilmente con Ontani o Cattelan. Forse alcuni dei più noti a livello mondano-commerciale che monopolizzano e condizionano le scelte persino del sistema museale ed ecclesiale oltre che delle gallerie e delle aste. Con Ontani parlerei con grande interesse della comune esperienza legata all’aver dipinto il Drappellone del Palio di Siena, esperienza unica nel suo genere. Un tributo alla Santa Vergine che per lui, con ogni probabilità, è stato solo un prestigiosissimo esercizio di stile o l’ennesima provocazione tra l’erotismo e la goliardia intellettuale. Gli racconterei di come per me, invece, è stato come dipingere una preghiera».