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Vinicio Marchioni e Gabriel Montesi in una scena del film Ammazzare stanca
Ammazzare stanca, autobiografia di un assassino in anteprima a Venezia e il 17 giugno in prima Tv su Sky cinema 1, è un film a firma di Daniele Vicari prodotta da Mompracem con Rai Cinema liberamente tratto dall’omonimo memoriale uscito nel 1992 a firma di Antonio Zagari passato alla storia come il primo “pentito”, virgolette d’obbligo, più precisamente come il primo collaboratore di giustizia di ’ndrangheta in Lombardia.
Sarà lo stesso Antonio nato nel 1954 e cresciuto nel Varesotto dove il padre Giacomo era arrivato nei primi anni Cinquanta, al processo passato alle cronache come Isola Felice, celebrato a Varese tra il 1995 e il 1997, a raccontare, in una deposizione in aula che si fece notare anche per la proprietà di linguaggio e i congiuntivi in ordine insolita all’epoca in quel genere di contesti criminali, di essersi trovato di fatto parte dell’organizzazione criminale per “diritto” alla nascita come tradizione nelle famiglie di ’ndrangheta, ma di essere stato poi affiliato formalmente a 16 anni.
IL CURRICULUM CRIMINALE
A 19 anni Antonio Zagari finisce per la prima volta in carcere per una faccenda di contrabbando di banconote false tra Italia e Svizzera. È l’inizio di un curriculum criminale che lo porterà a rapine, estorsioni, e alla fine ad ammettere almeno 16 omicidi, il primo dei quali nel 1979 per un regolamento di conti ai danni di un siciliano colpevole di avere “sconfinato” nel controllo del territorio.
Ai primi anni Ottanta, la paternità di omicidi tentati e riusciti attira su di lui testimonianze di vittime scampate e sguardi in tralice di familiari di “caduti”: nel 1983 arrestato per l’ennesima volta si convince a collaborare, non è facile dire, non lo è mai in questi casi quanto abbia inciso il ribrezzo per il sangue versato di cui pure ha parlato e quanto il fatto di sentirsi braccato, perché altri mafiosi hanno fatto circolare il suo nome. È una prima collaborazione incerta che sfocia in evasione e in latitanza. Nel 1985, dopo essere stato arrestato di nuovo, ha ormai sulle spalle un cumulo di 30 anni in primo e secondo grado, salvo che un errore in Cassazione lo porta alla liberazione per decorrenza dei termini.
Ma quel tentativo di collaborazione lo ha reso ormai inaffidabile anche per la famiglia di sangue e di ‘ndrangheta che nelle ‘ndrine coincidono. La moglie chiede la separazione, il padre lo considera “cornuto”.
IL SEQUESTRO SVENTATO
Braccato da tutte le parti senza più il controllo della propria vita, Antonio Zagari racconta di fare i conti anche con un delitto mai digerito: il sequestro di Emanuele Riboli, un ragazzo che conosceva che abitava vicino a lui, sequestrato dall’Anonima e mai tornato a casa. Un giro quello dei sequestri di persona in cui la famiglia Zagari s’era infilata e contro il quale Antonio Zagari accetta di esporsi facendo il doppio gioco, da una parte subisce le pressioni del padre e non smette di commettere regolamenti di conti probabilmente anche cercando di riaccreditare la propria credibilità, ma intanto informa Gianpaolo Ganzer, un giovane colonnello dei Carabinieri: è così che nel 1990 viene sventato all’ultimo il sequestro di Antonella Dallea, figlia di un imprenditore a Germignaga sul Lago Maggiore.
Nel luglio del 1990 Antonio Zagari rischia di cadere vittima di un regolamento di conti, si salva sparando ai due arrivati a prelevarlo che probabilmente sospettano il suo tradimento, riuscendo a ucciderne uno soltanto.
LE ‘NDRINE SVELATE, IL RICORDO DI SPATARO
Antonio Zagari il giorno stesso viene arrestato. La sua collaborazione, rara nella ’ndrangheta perché significa tradire non solo il vincolo mandamentale ma il legame familiare, in questo caso il padre, raccolta dal sostituto procuratore della neonata Dda di Milano Armando Spataro porterà tra il 1995 e il 1997 al primo dei processi denominati nelle cronache come “Isola felice”.
Proprio Spataro, che ricorda ancora a distanza di oltre trent’anni da parte di Zagari una lunga collaborazione precisa non solo nella grammatica ma anche in dettagli riscontrabili e riscontrati, ha ricostruito il contesto di quegli anni in diverse occasioni: «Antonio Zagari», si legge nel libro Ne valeva la pena, Laterza 2010, «Saverio Morabito ed altri importanti collaboratori svelarono in dettaglio anche regole e gerarchie proprie della ’ndrangheta, consentendoci così di penetrare così in un mondo che pareva fino a quel momento inaccessibile».
In una relazione intitolata La criminalità mafiosa in Lombardia, la risposta dello Stato, la risposta della Società, comunicata al convegno "Educazione alla legalità nel contesto della prevenzione educativa” ai primi di dicembre del 1995 a Milano, lo stesso Spataro descriveva i meccanismi della ’ndrangheta al Nord e i suoi traffici dell’epoca, spiegando come la penetrazione della criminalità organizzata fosse «stata agevolata anche dall'istituto del soggiorno obbligato, pur se non in termini di decisività, come troppo spesso si tende a credere. In ogni caso, il “triangolo d’oro” della Lombardia, che attrae criminali d’ogni tipo - e, soprattutto, quelli di elevato spessore delinquenziale - è sicuramente quello di Milano-Como-Varese, vero e proprio terreno di coltura dell’espansione mafiosa in tutto il Nord Italia. Non è un caso, infatti, che tra la metà degli anni ‘70 e la metà degli anni ’90, siano proprio queste province quelle più segnate dalla piaga dei sequestri di persona».
DAL CONTRABBANDO DI BERGAMOTTO AGLI OMICIDI
Secondo la ricostruzione del magistrato i traffici delle cosche calabresi hanno seguito questo schema di evoluzione: «dall'iniziale contrabbando di sigarette e di bergamotto (un’essenza preziosa per i profumi ndr.) alle rapine, dalle estorsioni ai sequestri di persona, dai traffici di armi a quegli di stupefacenti (traffici, questi ultimi, che fecero la loro prepotente comparsa attorno all'inizio degli anni `80, per diventare in seguito la principale attività illecita di qualsiasi gruppo criminale organizzato), il tutto caratterizzato dalla pratica degli omicidi, strumento primario per dirimere conflitti e sopprimere i rivali». Basti pensare che il 1991 è l’anno che in Italia fa registrare il picco di omicidi oltre 1.900 contro i circa 350 scarsi attuali.
UN RACCONTO DALL’INTERNO
Enzo Ciconte, docente di Storia delle mafie all’Università di Pavia e al Collegio Santa Caterina, tra i massimi esperti di criminalità organizzata soprattutto calabrese, racconta a proposito di Zagari un aneddoto: «Corre voce che il padre, importante capobastone, avesse messo come si usava nella culla del figlio neonato una pistola e una chiave, leggenda di ‘ndrangheta voleva che se il piccolo avesse toccato prima la chiave sarebbe diventato “sbirro” se avesse toccato prima la pistola sarebbe diventato un bravo ‘ndraghetista. Essendo il secondo il destino ritenuto naturale per i figli delle famiglie affiliate pare che il padre abbia fatto risultare che il bambino avesse toccato prima la pistola, ma vulgata vuole che sia andata diversamente. E visto com’è finita, con il figlio che collabora e fa arrestare il padre forse hanno mentito anche a sé stessi… Molto più seriamente, la collaborazione di Zagari ha avuto importanza perché non riferiva per sentito dire, ma partecipando aveva una conoscenza diretta dei fatti, poteva dire cose dettagliate che aveva commesso o che aveva ascoltato riferite in casa da chi le aveva commesse».
CICONTE: MAFIE AL NORD, UNA LUNGA SOTTOVALUTAZIONE
Anche se poi ci sono voluti molti anni, fino al 2015 con le sentenze di Crimine -Infinito tra Milano e Reggio Calabria, per vedere la ’ndrangheta passare in giudicato riconosciuta in Cassazione come una struttura verticistica e unitaria, con un rapporto tra Lombardia e casa madre come tra holding e filiali: «La cosa grave però», osserva Ciconte, «è che nel 2026 il Csm ancora non riconosce quelli di Piemonte, Lombardia, Emilia come distretti giudiziari ad alta densità mafiosa – il riferimento è una delibera del giugno 2026 – come se quella lunga sottovalutazione che impediva di accettare l’idea che al Nord ci fosse la mafia fosse ancora tra noi nonostante le tante sentenze definitive abbiano accertato ripetutamente il radicamento».
AFFARI LOSCHI, SEQUESTRI ED ESTORSIONI
Di lì a poco rispetto alle testimonianze di Zagari si sarebbe prosciugato l’odiosissimo affare dei sequestri di persona anche grazie alla legge del 1991 che bloccava i beni delle famiglie impedendo il pagamento dei riscatti: «I sequestri», spiega Ciconte, «servivano ad accumulare il capitale da investire poi in edilizia e nel traffico di stupefacenti, che faceva guadagnare di più rischiando meno. Un altro grande affare era l’estorsione agli imprenditori, sulla quale Zagari ha contribuito a fare luce, perché non emergeva non venendo denunciata. Funzionava così: il padre di Zagari faceva telefonare a uno dei suoi picciotti alla ditta che doveva essere messa sotto estorsione e chiedeva dei soldi. Le vittime si impaurivano e invece di chiamare i carabinieri, chiamavano Giacomo Zagari, la cui fama era nota nel Varesotto. Lui andava in azienda fingeva di ricevere le telefonate estorsive e di ridurre la pretesa iniziale, contrattando una cifra inferiore dando all’imprenditore l’idea di avere risparmiato, ma era una sceneggiata. Quanto ai sequestri, la legge sul blocco dei beni ha avuto importanza nell’eradicarli, ma è vero che ai primi anni Novanta si stavano già riducendo perché una volta che la ‘ndrina aveva ottenuto i soldi dai sequestri, tendeva a virare sul traffico di stupefacenti, più redditizio, meno rischioso».
E con il vantaggio di attirare molto meno l’attenzione e la riprovazione dell’opinione pubblica, destata tra il 1988 e il 1990 dalla madre di Cesare Casella, studente pavese rimasto nelle mani dell’anonima calabrese 743 giorni, che in Calabria s’era incatenata nelle piazze dei paesi della Locride per chiedere la liberazione del figlio.
COM’È ANDATA A FINIRE
Di Antonio Zagari entrato in un rigido programma di protezione si sono perse le tracce fino al 2004, quando è giunta la notizia che era morto in un incidente di moto nella località protetta nella quale viveva.
Il processo agli esecutori materiali del sequestro Riboli si è concluso con la dichiarazione di prescrizione. Il procuratore generale che all’epoca ha dovuto chiederla, Francesco Maisto, ha chiesto scusa alla famiglia non potendo fare altro che prendere atto della verità emersa troppo tardi.
Il memoriale di Zagari nel 1992 è stato affidato al giornalista della Prealpina Gianni Spartà: dato che conteneva i nomi di personaggi che sarebbero stati arrestati mesi dopo, Spartà lo ha tenuto in un cassetto per il tempo necessario a non mettere a repentaglio l’indagine. Solo dopo sarebbe diventato il libro Ammazzare stanca ripubblicato nel 2024 da Ariberti, il film che ne è stato tratto ha potuto contare sulla consulenza di Spartà.








