Quanto entusiasmo e quanto garbo, tra racconto e squarci di comicità surreale, nella narrazione della vicenda di Pietro fatta da Roberto Benigni! Tenere incollati milioni di spettatori allo schermo, in una narrazione avvincente di oltre due ore, su un argomento che non è certo tra quelli che tira di più, è un bel successo e non cessa di stupire.

Il comico toscano ci ha ormai abituato da tempo alla divulgazione di temi alti, col suo stile inconfondibile: i comandamenti, il Cantico dei Cantici, la Divina Commedia, la Costituzione

Questa volta è toccato a Pietro, un uomo nel vento. Tanti i momenti di comicità irresistibile, a partire dalle battute sulla suocera di Pietro (vabbè, il bersaglio era facile…): «Uno si aspetterebbe che Pietro dicesse a Gesù: “È mia suocera, lascia perdere, come va va!”, invece…».

Insomma, due ore che scorrono via leggere eppure profonde. Mi ha ricordato un professore della Gregoriana, che iniziava il suo corso di storia della Chiesa divertendosi a spiazzare gli studenti: «Pietro, primo Papa, sposato».

Lo spettacolo di Benigni, nella splendida cornice dei Giardini vaticani, racconta il “suo” san Pietro ripercorrendo la vicenda dell’uomo dagli inizi, sulle rive del lago di Galilea dove Gesù lo “affascina”, fino alla crocifissione a testa in giù, tramandataci da racconti apocrifi.

Il comico ce ne racconta gli entusiasmi, ma anche le fragilità, la poca fede (sono parole di Gesù, Matteo 14,31), le reazioni istintive… e soprattutto il grande amore che lo lega a Cristo. Ed è proprio l’amore a far da filo conduttore al monologo, come notato anche da papa Leone, invitato ad assistere alla proiezione in anteprima.

Ma più che ripercorrere lo spettacolo (da rivedere su RaiPlay), vorrei soffermarmi su un altro aspetto. Benigni riesce a fondere elementi di storia, di spiritualità, persino di esegesi alta (cita il “criterio dell’imbarazzo” degli storici: gli episodi del Vangelo imbarazzanti per il modo in cui raffigurano il capo degli apostoli non possono essere stati inventati, dunque sono veri). E così facendo, tesse in filigrana un racconto entusiasmante su chi è Gesù e sul suo insegnamento rivoluzionario.

Forza interiore e lampi ironici rendono come nuove parole antiche e “risapute”. Come uno che toglie la polvere da cose “vecchie” e fa risuonare, con immediatezza, la voce dei Vangeli. Certo, si dirà, è un comico di mestiere. Vero, ma c’erano i predicatori medievali che, il giorno di Pasqua, facevano di tutto per far ridere e trasmettere la gioia della risurrezione (il famoso risus paschalis).

Benigni, moderno giullare, gioca sull’effetto sorpresa, sull’amplificazione, sulla capacità di affabulare, di far diventare il Vangelo “intrattenimento” (nel senso più bello del termine) e vita. Perché è scaldando il cuore con la bellezza – oltre che illuminando la mente con dei concetti – che certe parole “arrivano” e catturano le persone.

Un’arte non da tutti, certo, e che non possiamo semplicemente scimmiottare. Ma il Vangelo ha bisogno di innamorati: come Pietro, come Benigni, come tanti cristiani sconosciuti che hanno scoperto la Buona Notizia e desiderano, ciascuno a modo suo, farsene eco trasmettendo agli altri la meraviglia di questa scoperta.

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