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Isabelle Huppert in "Histories Paralleles" di Asghar Farhadi, presentato a Cannes.
Al Festival di Cannes è stato il giorno di uno dei titoli più attesi: Histoires Parallèles di Asghar Farhadi, presentato in concorso. Il film è una riflessione per chiunque creda che il cinema possa ancora parlare con i sensi. È un ponte gettato tra culture diverse, unite dalla stessa domanda: “Che cosa significa, oggi, saper osservare?”. E soprattutto: “Quanto la finzione può modificare la realtà?”.
A tratti può sembrare un omaggio a Brian De Palma, ma Histoires Parallèles si ispira a una delle opere più importanti della storia del cinema, la serie Decalogo del regista polacco Krzysztof Kieślowski, e in particolare al sesto capitolo dedicato al comandamento: "Non commettere atti impuri". Il legame tra Farhadi e Kieślowski è un'affinità elettiva. Entrambi mettono in scena il "tribunale della coscienza". Ma Farhadi non vuole paragonarsi ai giganti, non copia un classico, lo abita e lo trasforma, portando il tema della purezza dal piano dei sentimenti a quello della verità quotidiana. Nel cast spiccano Isabelle Huppert, Virginie Efira e Vincent Cassel.


Histoires Parallèles ha uno spirito corale. Anche qui, tra gli altri, c’è un giovane che con un piccolo binocolo si immedesima nell’esistenza di un altro essere umano. Come il personaggio del capolavoro di Kieślowski, anche lui studia da lontano la vita di una donna. Ma ciò che inizia come un atto di curiosità o di ammirazione silenziosa, si trasforma presto in un intricato labirinto di equivoci. Quando un evento imprevisto rompe l'equilibrio, lui si trova coinvolto in una vicenda dove la sua onestà, e non solo, viene messa alla prova.
In questo percorso, le esistenze di molti scorrono parallele, sfiorandosi senza mai compenetrarsi pienamente. Farhadi, come Kieślowski, non mette in scena angeli o demoni, ma persone comuni: madri, figli e fratelli che lottano con le proprie fragilità. Il "peccato", in questa visione, non è un termine astratto, ma è il male che facciamo agli altri quando smettiamo di considerarli come esseri umani e iniziamo a vederli come ostacoli o strumenti per i nostri fini. È qui che il legame con il maestro polacco si fa più stretto: entrambi i registi ci dicono che guardare l'altro è un atto d'amore, ma è anche un’azione che ci carica di una responsabilità enorme.
Il cinema di Farhadi ci interroga continuamente, ci mette davanti alla domanda: "Quanto ci si può fidare di chi ci circonda? Quanto si può interferire con le vite di chi non conosciamo?". Non ci sono risposte facili o sentenze definitive, perché Farhadi sa che i sentimenti sono fragili e che il confine tra il bene e il male è sottile. Il dilemma morale resta, anche se Farhadi a volte si perde nel suo stesso gioco a incastri.
Histoires Parallèles sottolinea che la vera libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nell'avere il coraggio di essere onesti, di non chiudere gli occhi. Farhadi regala una parabola imperfetta sulla dignità, che talvolta scricchiola, ma trova il suo scopo nella struttura a specchi che sempre ci riguarda.







