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Una foto di scena della serie televisiva Rai 'L'invisibile. La cattura di Matteo Messina Denaro.
Hanno nomi di battaglia da film Ulisse, Pietra, Veleno, Turco…, il passamontagna sul volto per non rendersi identificabili e dunque vulnerabili, e lavorano cambiando pelle secondo le necessità, combinando alta tecnologia e metodi all’antica come i pedinamenti sul territorio, anch’essi perfetti per un film d’azione eppure reali.
Non ci si stupisce che il percorso e l’azione che hanno portato all’arresto del boss Matteo Messina Denaro, “fantasma” di Cosa nostra che per trent’anni ha fatto perdere le sue tracce, l’ultimo latitante dei Corleonesi, abbia velocemente ispirato una fiction. Il comandante Lucio Gambera, interpretato da Lino Guanciale è ispirato alla figura reale dell’allora comandante del Ros Lucio Arcidiacono.
Gli ingredienti c’erano tutti, tanto che se li avessimo visti in un film senza sapere avremmo probabilmente immaginato che si fosse esagerato con la fantasia, che pure quando si tratta di crimini e di intuito investigativo, non ha nulla da invidiare alla realtà di un sapere maturato in decenni e decenni di contrasto alla criminalità mafiosa, nel solco della lezione del generale Dalla Chiesa.
LE FONTILa ricostruzione della vicenda reale è stata affidata oltreché agli approfondimenti in cronaca, a due documenti: il libro La cattura I misteri di Matteo Messina Denaro e la mafia che cambia, uscito per Feltrinelli nel 2023, in cui il Procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio De Lucia, con il giornalista Salvo Palazzolo, ricostruisce la storia dell’arresto e i suoi risvolti nel contesto del contrasto alla criminalità organizzata in Sicilia. E il documentario La Cattura - Caccia a Matteo Messina Denaro, prodotto da Stand by me per Rai Direzione Approfondimento, su gli ultimi 40 giorno dell’operazione. Prodotto da Simona Ercolani. Regia di Claudio Camarca. Scritto da: Monica Zapelli, Lorenzo De Alexandris, Claudio Camarca. A cura di Riccardo Chiattelli e Tommaso Vecchio. Con la consulenza giornalistica di Francesco La Licata. Produttore Esecutivo Fabrizio Forner. Delegato Rai Mercuzio Mencucci.
CHI ERA MATTEO MESSINA DENARO
Di Matteo Messina Denaro si sa che è l’uomo di fiducia del capo dei capi dei Corleonesi, quasi un delfino. Si sa che c’era al momento di una delle decisioni cruciali quando in una riunione si stabilì la strategia stragista, in un casolare del trapanese, che gli investigatori riconducono Totò Riina per quanto intestato a un prestanome, nell’autunno del 1991 Matteo Messina era presente.
È il momento in cui i Corleonesi guidati da Totò Riina decidono di alzare il livello dello scontro con le istituzioni. le esecuzioni mafiose si fanno più violente ed eclatanti: Capaci e Via d’Amelio, ma non solo. Anche se il 15 gennaio del 1993 Riina viene arrestato, la strategia stragista e cresce, esce dalla Sicilia, arriva al “continente" come si dice in Sicilia, colpisce l’arte, le chiese: via del Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano, attentati pressoché gemelli tra la fine di maggio e la fine di luglio del 1993. Cosa nostra mostra in modo eclatante tutta la sua potenza di fuoco.
L’ARRESTO DI PROVENZANO
Matteo Messina Denaro sarà condannato con sentenza passata in giudicato come mandante delle stragi di Capaci e Via d’Amelio, e in Appello per le stragi di Roma, Firenze, Milano, ma è già una primula rossa, pare svanito nel nulla. Fa credere di essere chissà dove nel mondo. Ma è quando l’11 aprile del 2006, con l’arresto di Bernardo Provenzano il successore di Totò Riina, che la “caccia” si intensifica. La commissione a quel punto è decapitata: del vuoto di potere il delfino di Riina potrebbe approfittare, è in quel momento che il Ros crea una squadra ad hoc impegnata nella ricerca del latitante più ambìto: hanno nomi in codice, esperienza investigativa, competenze diverse.
2013 OPERAZIONE EDEN
Dal 2013 il cerchio si stringe, gli investigatori grazie all’anello di protezione che si incrina maturano la certezza che a coprire la latitanza del boss sia l’area grigia delle zone dove il cognome Messina Denaro suscita timore e obbedienza. Quando Marco Messina Denaro, cugino del boss, si presenta nell’ufficio di Elena Cassano, manager di una clinica di Castelvetrano facendo una richiesta che ritiene non si possa rifiutare: una triangolazione con un’altra struttura per emettere fatture false utili al riciclaggio di denaro, le cose non vanno secondo i calcoli: l’amministratrice, ritratta nel calendario della Dia 2026 tra le donne contro la mafia, non solo rifiuta, ma denuncia.
È l’inizio dell’operazione Eden che nel dicembre del 2013 porta all’arresto di una trentina di fiancheggiatori tra cui alcuni parenti di Matteo Messina Denaro, a cominciare dal cugino che ha chiesto le fatture. Si comincia a prosciugare i pesci dello stagno che nasconde l’uomo più ricercato d’Italia. Negli anni al gruppo di investigazione si alternano centinaia, uno di loro Filippo Salvi, nel 2015, morirà sul campo, eseguendo attività di installazione ad alto rischio per installare sistemi di sorveglianza, cresce il sospetto che il boss si nasconda non troppo lontano da casa.
Ma la certezza arriva solo nel 2016 quando gli investigatori riescono a intercettare e filmare da molto lontano mafiosi che davanti a un casolare della campagna attorno a Mazara del Vallo, nella zona di Campobello, vanno a prendere sotto delle pietre i pizzini con gli ordini del boss.


UN UOMO SENZA VOLTO
Prenderlo non è semplice, anche perché chi lo cerca non ha idea di che faccia abbia, possiedono una foto vecchia di decenni che aiuta si e no ad aggiornare l’identikit. Non potendo andare diretti, gli investigatori gli indagano intorno, partendo dai legami di sangue: immergono Rosalia Messina Denaro, sorella del loro ricercato speciale, in microspie, Gps, pedinamenti, telecamere, attraverso un sistema di controllo stringente, tengono sotto controllo in particolare la vita della sorella maggiore che ritengono abbia il compito di mantenere il contatto con il fratello latitante. Di lei sanno tutto: come si muove, che abitudini ha, drizzano le antenne ogni volta che qualcosa nelle abitudini cambia. La certezza che ci sia una parte della casa che sfugge al loro controllo, convince il gruppo investigativo a tentare di entrare nella sua casa: operazione rischiosa perché chi la abita si sposta poco e sempre per breve tempo e commettere un errore vorrebbe dire bruciare tutto il lavoro compiuto fin lì.
LA SVOLTA, 6 DICEMBRE 2022
Lo smontaggio del gommino di copertura per piazzare una microspia all’interno di una gamba cava di una sedia rivela lo spunto insperabile e insperato che cambia faccia all’indagine: arrotolato all’interno c’è quello che la cattura di Provenzano ci ha insegnato a chiamare “pizzino”, un foglietto di carta anonimo, scritto a mano, senza nomi di sorta, dal quale però si capisce che c’è una persona che ha seri problemi di salute, in cura alla clinica la Maddalena di Palermo: una persona che ha subito due interventi chirurgici di cui ci sono le date e che si sta curando per una patologia oncologica. Quella che potrebbe sembrare un’ingenuità rischiosa, conservare quel foglietto nascosto, agli occhi degli investigatori suggerisce l’ipotesi che riveli la preoccupazione della sorella di dover un giorno provare lo stato di salute del fratello, di doverne rendere conto all’organizzazione.
Nell’immediato bisogna fare in fretta e non destare sospetti, gli investigatori fotografano il "pizzino” e lo rimettono a posto. Solo dopo, scopriranno l’importanza di quanto contiene. Ma perché quel documento storico parli, è necessario interrogarlo a dovere, il che significa destreggiarsi dentro una enorme mole di dati che prima bisogna individuare e poi decodificarli. I più versati nelle diavolerie informatiche scoprono che esiste un registro che a livello nazionale tiene traccia delle dimissioni dagli ospedali, che contengono le prestazioni sanitarie compiute su ogni paziente. Non ci sono nomi, ma codici alfanumerici.
ANDREA BONAFEDE
Incrociando le date degli interventi chirurgici compiuti segnate sul foglietto si arriva a 89 casi in tutta Italia coincidenti con quelle date, restringendo il campo alla Sicilia si arriva a 22 casi, ma solo uno è compatibile con le patologie cui rimanda il “pizzino”. Tombola. Ma occorre da decifrare, attraverso il ministero della Salute, il codice alfanumerico dietro cui è celata, sotto il filtro della privacy, l’identità del paziente. Il nome che emerge è Andrea Bonafede, per gli investigatori un prestanome. Mettono sotto controllo il vero Bonafede, figlio di una famiglia che aveva già coperto la latitanza del padre di Matteo Messina Denaro, Francesco, e già sanno che non è la stessa persona che prenota visite e ritira ricette mediche perché mentre l’uomo che si cela sotto la sua identità è sotto i ferri il vero Andrea Bonafede porta serenamente a spasso il cane.
A quel punto manca solo l’ultimo miglio: si tratta di individuare gli spostamenti del boss attraverso gli appuntamenti con la clinica e poi di organizzare le operazioni di arresto. Sembra facile ma non lo è, per scoprire gli appuntamenti serve un intervento di hackeraggio legale, per evitare di coinvolgere la clinica e compromettere la segretezza dell’operazione.
Il risultato dice che l’uomo sotto le cui mentite spoglie secondo gli investigatori, coordinati dal Procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio De Lucia e guidati dal Generale Pasquale Angelosanto e dal Colonnello Lucio Arcidiacono, si cela Matteo Messina Denaro, deve entrare alla clinica la Maddalena il 16 gennaio 2023 alle ore 8.30.


OPERAZIONE TRAMONTO
Non è semplice come dirlo, è una operazione a rischio: si tratta di intervenire in un luogo affollato, con persone comuni anche fragili, senza sapere a che cosa sia disposto il boss, capace di delitti efferati, che ormai non ha nulla da perdere. L’esperienza insegna che le latitanze di Cosa nostra in genere non finiscono a ferro e fuoco, ma non si può mai sapere. La scelta, data la delicatezza della situazione, ricade sul coinvolgimento del Gis, il Gruppo Intervento Speciale è stato istituito il 6 febbraio 1978 contro il terrorismo con sede a Livorno.
Si decide che i Ros entrano in divisa e i Gis in mimetica, se fossero in borghese infatti si mimetizzerebbero meglio ma potrebbero scatenare il panico perché gli utenti della struttura potrebbero scambiarli per terroristi, meglio identificarsi subito come carabinieri. Mentre la sala di operativa mappa l’ospedale, molto grande, due padiglioni comunicanti, di dieci piani ciascuno di cui due interrati, in costante contatto con chi ci deve entrare a catturare il latitante, e coordina tre cinture concentriche accerchiano l’ospedale con i Carabinieri camuffati dentro furgoni per consegne.
SETTIMO PIANO
Quando però la squadra entra nell’ospedale e arriva al settimo piano dove presume ci sia l’obiettivo il timore è che l’operazione stia fallendo perché al Bonafede non è dove si presumeva di trovarlo. È la collaborazione di un operatore sanitario che sa identificare Bonafede e aiuta il carabiniere a rintracciarlo nel sistema. L’uomo che gli investigatori cercano è al piano terra, ma poi esce dalla clinica. Le telecamere lo riprendono, i Carabinieri ne diffondono subito tra le persone impegnate nella cattura l’immagine: un uomo minuto dal volto quasi interamente nascosto, con un cappellino in testa, una mascherina nera sul volto, gli occhiali scuri. Lo prenderanno fuori, in una via vicina all’ospedale, in un’auto con alla guida un’altra persona, approfittando degli spazi stretti. Le riprese delle telecamere della sala operativa mostrano uomini incappucciati che corrono due Carabinieri a volto coperto che si abbracciano, le persone in strada applaudono.


Il 16 gennaio 2023, 30 anni e un giorno dopo Totò Riina, l’ultimo dei Corleonesi cade nelle mani dello Stato. Matteo Messina Denaro conferma la sua identità alle persone che lo hanno catturato.
L’operazione è stata battezzata Tramonto, dal titolo di una poesia della piccola Nadia Nencioni, 9 anni, uccisa con la famiglia e la sorellina di pochi mesi nella strage dei Georgofili a Firenze il 27 maggio 1993.









