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Il 2 aprile 1985 nei pressi di Trapani, in Sicilia, la mafia tentò di uccidere il magistrato Carlo Palermo facendo esplodere un’autobomba al suo passaggio. Nell’attentato morirono però Barbara Rizzo e i suoi due figli gemelli di sei anni, Salvatore e Giuseppe Asta, mentre il magistrato rimase solo lievemente ferito. la terza figlia, Margherita, solo per un caso non era in auto con la madre quella mattina. La strage divenne uno dei simboli più drammatici della violenza mafiosa contro lo Stato e i civili innocenti.
A interpretare Margherita Asta nel film Un futuro aprile, stasera su Rai 1, diretto da Graziano Diana, e tratto dall’omonimo l libro autobiografico, è la giovane attrice Ludovica Ciaschetti, 23 anni, con cui abbiamo fatto una lunga chiacchierata sulla sua esperienza nel film e sulla sua formazione sia come attrice sia spirituale e culturale. «Per me è stato interessantissimo avere la possibilità di entrare dentro storie così importanti, che sono andate così a fondo nell’animo umano e che, senza un film, non avrebbero avuto voce o possibilità di essere ascoltate. Quindi, oltre a essere una grande opportunità artistica, civile e sociale, è anche una grande possibilità umana: quella di scoprirsi meglio, di capire meglio e di affrontare il proprio vissuto attraverso le storie degli altri».


Tu hai incontrato Margherita Asta?
«Sì, l’ho conosciuta durante le riprese, a film già avviato. È stato un incontro estremamente emozionante. Ci siamo dette poche parole, perché non c’era bisogno di dirci molto: io conoscevo la sua storia e lei sapeva quello che stavamo facendo e come lo stavamo facendo. È stato rassicurante averla di fronte a me, sentirla parlare del suo vissuto e delle scene sulle quali stavamo lavorando. Per lei sarà stato, immagino, struggente rivedersi in me. Abbiamo avuto anche la possibilità di incontrarci in una giornata nella quale io personalmente non lavoravo, quindi siamo state entrambe spettatrici di quello che accadeva sul set. Insomma, è stato bellissimo».


Conoscevi già la strage di Pizzolungo?
«No, questa vicenda non la conoscevo, però, crescendo e studiando, si diventa consapevoli di certe cose, in questo caso la mafia. E credo sia importante applicare ciò che studiamo sul passato alla quotidianità di oggi, che secondo me è l’aspetto più difficile dell’educazione scolastica. Non c’è nulla di ciò che è successo in passato che fosse “disumano”: erano esseri umani, come noi. Ed è importante capire che certe cose sono successe allora, succedono oggi e possono succedere ancora in futuro. Per questo è fondamentale sentirsi presenti rispetto a quel passato e rispetto al presente, per evitare che si ripetano. Quando ho saputo che c’era la possibilità di lavorare a questo progetto, mi sono documentata il più possibile e ho cercato di fare mio quel racconto. È una cosa che spesso ci manca: conoscere le storie. Per questo è così importante raccontarle».
Margherita Asta, malgrado la tragedia che ha vissuto, ha conservato una forte fede in Dio e nella Provvidenza. Anche nella tua vita c’è spazio per la fede?
«Ho sempre un po’ di difficoltà a rispondere a questa domanda, nel senso che non so materializzare più di tanto in che cosa credo, non so dare un nome specifico. Sono cresciuta in una famiglia cattolica che però mi ha sempre lasciata assolutamente libera. Anch’io credo molto nella Provvidenza, cioè nel fatto che le cose accadano per un motivo e che, a un certo punto, dobbiamo fare qualcosa con ciò che ci accade. Forse ci troviamo di fronte a determinate esperienze proprio per comprenderne altre.Credo sia impossibile non tenere in considerazione che esista qualcosa di più grande di noi che, a volte, agisce nelle nostre vite, indipendentemente dal nome che gli diamo. Non so se questo sia attribuibile a una figura precisa oppure a qualcosa di più ampio. Sto ancora cercando di capirlo e sono molto giovane, quindi non sento il bisogno di darmi subito una risposta definitiva. E mi piace convivere con questo dubbio, lasciarmi sorprendere anche da ciò che mi accade».
Perché e quando hai deciso di intraprendere la strada della recitazione?
«Diciamo che è stata una combinazione di tanti fattori. Sono sempre stata una bambina vivace e ho sempre praticato sport, poi mi sono infortunata e questo dover stare ferma per un lungo periodo mi ha messa in difficoltà. Cercavo qualcosa da fare che mi tenesse impegnata. Inoltre ero timida, o perlomeno avevo qualche difficoltà nelle relazioni. Ho pensato così di fare un corso di recitazione, ma non con l’intento di farne poi un mestiere, quanto piuttosto per scoprirmi meglio o comunque per darmi la possibilità di giocare un po’ di più con me stessa e con quello che sono».
La scuola di recitazione era a Pescara?
«Io sono nata ad Atri, in provincia di Teramo, e sono cresciuta a Chieti. Poi sono andata al liceo a Pescara, dove c’era questa scuola di recitazione. Stavo ancora studiando quando ho superato il mio primo provino e ho esordito come attricenella serie Netflix Summertime. Da quel momento ho capito che volevo davvero fare l’attrice. Dopo il liceo sono entrata all’Accademia Silvio d’Amico di Roma».


Ed è stato mentre studiavi all’Accademia che sei stata scelta per il ruolo di Elisa Claps. Da giovane donna, come hai vissuto quella terribile vicenda di violenza, fatta anche di omissioni e coperture?
«Le domande che mi pongo sono sempre tante. Nella nostra società la violenza sulle donne non è ancora stata completamente sdoganata. C’è ancora molto da fare per poterci tutelare, per sentirci più sicure e più protette, per assicurarci che tutto quello che sentiamo ogni giorno diventi solo un caso estremo e non la norma. Penso sia importante educare i bambini e le bambine fin da piccoli, far capire quanto sia importante rispettare l’altro, rispettare una donna e ogni essere umano, a prescindere. Ma è anche importante che la violenza abbia un nome e che i carnefici abbiano un nome preciso, e che ci siano conseguenze per le azioni di ognuno di noi. È importante sentirci responsabili in quanto esseri umani presenti nella società in cui viviamo».


Tu ami leggere?
«Sì. La lettura ha sempre fatto parte della mia vita. Attualmente sto leggendo Una cosa spirituale di Vasco Brondi e Le disavventure della verità di Galimberti. A volte ho bisogno di sentirmi rassicurata dal sapere che altri esseri umani si sentono come mi sento io o hanno vissuto processi creativi e spirituali simili ai miei».
Quindi cerchi molte risposte nella filosofia, nella psicologia, nelle riflessioni?
«Sì, dipende anche dal momento che sto vivendo. Mi piace accompagnarmi anche con libri di poesia, però la saggistica mi aiuta di più a trovare risposte».
Prossimi lavori?
«Adesso sto per cominciare la nuova stagione di Che Dio ci aiuti e ho appena finito le riprese di un film per Netflix che si chiama La valanga, diretto da Elisa Amoruso».









