Ci sono sguardi che non si possono dimenticare, quello di Margherita Asta è tra questi: ha il verde delle foglie dell’agave, la loro stessa resistenza alla vita impervia, alla sopravvivenza aggrappata a un poco che pare impossibile. Nel suo caso l’impossibile che ha tenuto in piedi una bambina di 10 anni, quando, il 2 aprile 1985, un attentato di mafia destinato ad altri le ha tolto in un colpo la mamma, Barbara Rizzo, e i due fratellini gemelli di 6 anni Giuseppe e Salvatore, passato alla storia come la strage di Pizzolungo: il vero bersaglio era il giudice istruttore Carlo Palermo, trasferitosi da Trento a Trapani da una quarantina di giorni. Chi ha premuto il telecomando di mattina, lungo una strada provinciale, non si è posto il problema di colpire chi fosse passato per caso, all’ora in cui si accompagnavano a scuola i bambini.

L’incontro con quello sguardo è avvenuto nel 2015, un giorno che Francesco Guccini direbbe di “neve di pioppi”, a Parma, dove Magherita Asta ha ripiantato nuove radici, per amore di Enrico, incontrato nel 2009, sant’Enrico lo chiama lei, autoironica alludendo al proprio carattere «testardo, molto diretto: ma lui sa come prendermi mi lascia sfogare, perché sa che mi accendo in fretta e subito mi passa». Dylan, il loro bambino, non c’era ancora.

Era uscito da poco in libreria Sola con te in un futuro aprile (Fandango Libri), scritto con Michela Gargiulo con una grazia che è raro trovare in un libro che scava in una memoria incandescente. È il canovaccio da cui è tratto Un futuro aprile, alla sua prima televisiva stasera, 21 maggio 2026, in prima serata su Rai Uno per la regia di Graziano Diana.

(da sinistra) Ludovica Ciaschetti, Margherita Asta e Francesco Montanari, nel corso del photocall di Un Futuro Aprile a Roma, 14 maggio 2026. Il film andrà in onda su Rai1 e RaiPlay il 21 maggio. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
(da sinistra) Ludovica Ciaschetti, Margherita Asta e Francesco Montanari, nel corso del photocall di Un Futuro Aprile a Roma, 14 maggio 2026. Il film andrà in onda su Rai1 e RaiPlay il 21 maggio. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
(da sinistra) Ludovica Ciaschetti, Margherita Asta e Francesco Montanari, nel corso del photocall di Un Futuro Aprile a Roma, 14 maggio 2026. Il film andrà in onda su Rai1 e RaiPlay il 21 maggio.ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI (ANSA)

Il titolo misterioso allude al dialogo intessuto per tutta la vita da Margherita con la mamma perduta, che fa da filo conduttore al suo racconto, nel libro, nella realtà e ora in questo film, di cui Margherita ha parlato anche sul numero scorso di Famiglia Cristiana.

Una bambina cresciuta in fretta

Margherita Asta, all’epoca della strage in prima media, doveva essere su quell’auto con la mamma e i fratelli, non fosse stato per un capriccio di Giuseppe e Salvatore che ha fatto ritardare loro e convinto lei a prendere al volo il passaggio dalla madre di un’amica per arrivare in tempo a scuola.

Margherita è solo una bambina, ma è cresciuta in fretta, reagendo all’istinto degli adulti di provare a proteggerla dall’enormità che tutti stavano vivendo, da un lato «chiudendo», per usare le sue parole di giorno del 2015 nella sua casa: «quello che mi rimaneva di loro in fondo al cuore come in uno scrigno, per evitare di perderlo come era successo a loro», dall’altro «cercando di nascosto frammenti di verità negli articoli di giornale», raccolti e conservati in un portadocumenti di cartone di quelli con gli automatici.

Margherita Asta scopre dunque subito che c’è una storia che, proprio malgrado, si intreccia con la sua, è quella del giudice Carlo Palermo, il bersaglio dell’attentato sopravvissuto alla strage, insieme con gli agenti della sua scorta Raffaele Di Mercurio, Salvatore La Porta, Antonino Ruggirello, Rosario Maggio, come lui feriti e sopravvissuti all’attentato. Per un po’ di tempo la mente bambina di Margherita attribuisce a quel giudice, arrivato da poco dal Nord, la “colpa” della perdita subita, ma quel leggere, quell’informarsi che dice di un salto dentro una maturità precoce, le cambia a poco a poco quella prospettiva: «Mi sono resa conto», raccontava quel giorno, «che il problema non era Carlo Palermo, ma chi voleva la sua morte».

Carlo Palermo ex magistrato, alla manifestazione degli studenti della scuola Gianni Rodari, in occasione della “giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di tutte le mafie”, nel quartiere della Romanina, periferia della capitale. Roma, 21 marzo 2025
Carlo Palermo ex magistrato, alla manifestazione degli studenti della scuola Gianni Rodari, in occasione della “giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di tutte le mafie”, nel quartiere della Romanina, periferia della capitale. Roma, 21 marzo 2025
Carlo Palermo ex magistrato, alla manifestazione degli studenti della scuola Gianni Rodari, in occasione della “giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di tutte le mafie”, nel quartiere della Romanina, periferia della capitale. Roma, 21 marzo 2025 ANSA/MASSIMO PERCOSSI (ANSA)

Chi è Carlo Palermo

Sostituto procuratore a Trento nei primi anni Ottanta, Carlo Palermo, con le sue indagini sul traffico internazionale di stupefacenti, aveva incrociato le indagini di Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso in un agguato il 25 gennaio 1983 a Valderice (era senza scorta) mentre a Trapani investigava sul traffico di droga, sui collegamenti tra la mafia siciliana e quella americana, sul traffico di armi. I due magistrati avevano anche collaborato sulla pista di traffici di armi e droga, che dalla Turchia, passando per la Sicilia, arrivavano fino al Trentino.

Quando le indagini finanziarie di Carlo Palermo sfiorano figure vicine ad ambienti socialisti, (Tangentopoli era molto di là da venire), un esposto di Bettino Craxi al Consiglio superiore della magistratura porta all’apertura di un procedimento disciplinare a suo carico. Il procedimento che il giudice istruttore ha in mano passa alla Procura di Venezia, mentre le continue minacce che, sempre più isolato ed esposto, riceve, minano l’equilibrio della sua famiglia.

È a quel punto che Carlo Palermo, a 38 anni, chiede, ottenendolo rapidissimamente, il trasferimento a Trapani: il posto da cui indagava Ciaccio Montalto. Il clima in cui arriva non è facile, le minacce sono quotidiane, verrebbe da dire preventive, fatica a trovare un posto dove stare, quando lo trova è una casa isolata e rischiosa perché con un percorso obbligato. Intorno la gente, secondo un cliché che ricorderemo attorno a Falcone e Borsellino, denuncia il disturbo delle sirene della scorta. Chi oggi osserva a ritroso la storia della strage di Pizzolungo nota che, come nel caso di Falcone nel 1992 che sarebbe stato facile colpire a Roma, per uccidere Carlo Palermo sarebbe bastato un agguato, senza bisogno di azioni eclatanti. È uno dei motivi per cui tuttora quella di Pizzolungo è considerata una strage misteriosa.

La vita in salita di Margherita

Margherita non conosce il giudice, scopre il suo nome negli articoli e intanto prosegue la sua vita andata in salita una mattina di aprile, ricomporre i frammenti sarà un lungo lavoro: «Nel rapporto con mio padre, morto poi a 46 anni, mi è pesato il fatto che non siamo riusciti a parlare a fondo di quello che ci è accaduto», raccontava quel giorno, «ma comprendo la sua difficoltà, al momento dell’attentato era un giovane di 36 anni, cui sono strappati in un istante la moglie e due bambini di sei anni. È stato molto criticato perché si è risposato poco dopo con Antonina, ricordo gli insulti che le lanciavano dalla strada nel suo negozio di scarpe: io, invece, ho vissuto quella scelta di mio padre come una scelta d’amore nei miei confronti: mi ha restituito un equilibrio e una normalità, Antonina è entrata nella mia vita con garbo, senza imporsi e senza sostituire, mi ha permesso di crescere in una famiglia, mi ha fatto da amica, da sorella, da madre senza sovrapporsi a mia mamma. Anche a Giuseppe, il fratellino che mi hanno dato e che ha 13 anni meno di me, ho voluto subito bene. Aveva solo sei anni quando papà è mancato».

Passa poco tempo dalla scomparsa di Nunzio Asta che arriva una lettera del curatore fallimentare a dire che, per il dissesto in cui è finita la piccola impresa di infissi di cui era titolare, la casa di Pizzolungo, quella dei ricordi dell’infanzia perduta, va all’asta giudiziaria: l’unica strada per riaverla è fare un’offerta per ricomprarla. I conti sono vuoti e Margherita, che a 19 anni ha appena finito il liceo classico, mette nel cassetto il sogno di iscriversi a Giurisprudenza per provare a fare il magistrato, e prende al volo il lavoro che trova in Regione. Antonina, con il suo negozio, garantirà per il mutuo che le porterà a riavere la “loro” casa, mettendoci gran parte dello stipendio di Margherita.

Nelle aule di giustizia

Il primo processo indiziario ai presunti esecutori materiali per la strage di Pizzolungo finisce in Cassazione con l’assoluzione per la vecchia insufficienza di prove. È il mondo che cade addosso per l’ennesima volta.

Quando nel 2003 si trova di nuovo i Carabinieri alla porta Margherita Asta teme di nuovo guai, invece è la notizia che un nuovo processo sta per cominciare: le chiedono se vuole costituirsi parte civile. Margherita che da tutta la vita si sente il dovere di cercare verità e giustizia non ha soldi, ma scopre che esiste una associazione che dà consulenza legale alle vittime di mafia, prende informazioni e le dicono che l’avvocato è uno a posto. Lo contatta mettendo le mani avanti perché non ha denaro e fiducia nella giustizia ormai ancora meno.

Don Luigi Ciotti durante la manifestazione della 31/a Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promosso da Libera, Torino 21 marzo 2026.
Don Luigi Ciotti durante la manifestazione della 31/a Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promosso da Libera, Torino 21 marzo 2026.
Don Luigi Ciotti durante la manifestazione della 31/a Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promosso da Libera, Torino 21 marzo 2026. ANSA/TINO ROMANO (ANSA)

Libera, la svolta

L’associazione è Libera e apre una nuova porta nella vita di Margherita: l’avvocato Giuseppe Gandolfo si prende in carico la causa di Margherita Asta e lei accetta l’invito a far parte della rete di associazioni che dal 1993 ricorda le vittime innocenti di tutte le mafie. L’incontro con don Luigi Ciotti, che chi lo conosce sa avere una prodigiosa attenzione a tutti i singoli, è di quelli che segnano a fondo. Anche se è faticoso scavare ogni volta dentro di sé Margherita si presta, testimonia, racconta. La presentazione di un libro con una raccolta di storie su vicende di mafia compresa la strage di Pizzolungo in Emilia si rivela galeotta. Margherita incontra lì nel 2009 Enrico: «Una persona veramente speciale e un regalo di mia mamma». Si sposeranno nel 2011. Ad accompagnare la sposa all’altare sono in due: don Luigi e Giuseppe, il fratello di Margherita. «Mio marito si arrabbia quando dico che sono viva per testimoniare, che ne sento il dovere».

I processi

Alla fine durante il secondo processo Margherita Asta ha scelto di guardare a fondo nell’abisso, fino a vedere le foto più crude: «Quando a 10 anni sono entrata in quella Cattedrale pensavo che in quelle bare ci fossero mia madre e i miei fratelli, poi leggendo mi sono resa conto che di loro non era rimasto nulla, se da un lato vedere che cosa ne avessero fatto mi ha fatto stare male, perché sono stata male, dall’altro lato mi ha permesso di essere ancora più determinata a impegnarmi perché non fossero dimenticati, perché quello che è accaduto a loro non possa più accadere ad altri».

Ai primi anni Duemila in due distinti processi vengono condannati Salvatore Riina e Vincenzo Virga, Antonino Madonia e Baldassare Di Maggio come mandanti della strage di Pizzolungo. A loro nel 2023 si aggiunge la sentenza definitiva che porta all’ergastolo Vincenzo Galatolo , cui ha contribuito in modo decisivo la scelta di Giovanna Galatolo, figlia del boss, di collaborare con la giustizia, fatta in solitudine.

Nel corso dei diversi procedimenti, collaboratori di giustizia ritenuti attendibili ricollocano sulla scena della strage figure già entrate nel primo processo indiziario, ma vale il ne bis in idem, un principio di civiltà giuridica che impedisce di processare più volte le stesse persone per lo stesso fatto per cui sono state definitivamente assolte. Alcuni di loro non sono più in vita, altri scontano altri reati.

L’incontro con Carlo Palermo

Don Luigi Ciotti è stato anche il tramite dell’incontro tra Margherita Asta e Carlo Palermo, oggi avvocato: un incontro esito di un inseguimento tormentato, perché figlio di un duplice immenso dolore carsico che ha impiegato anni a trovare la strada delle parole, e che nella mail struggente dell’ex giudice sopravvissuto, privata, ma messa in coda al libro con il suo consenso, racconta l’altra metà di questa tragedia umana e civile.