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Premetto che sono un grandissimo fan di Christopher Nolan, quindi non faccio testo…
Ieri sono andato a vedere con tutta la famiglia l’Odissea e devo dire che mi è piaciuto moltissimo. Uscendo dalla sala, però, mi sono accorto che non stavo pensando alla tecnica, agli effetti, alla regia — cose per cui Nolan è giustamente celebrato — ma a cosa mi ha lasciato il film.
Perché al di là della narrazione — la storia la conosciamo tutti, quindi nessun rischio di spoiler — quello che mi ha colpito è la sua enorme attualità. È, di fatto, un film che parla a noi contemporanei. La guerra di Troia è una delle tante guerre che stiamo vivendo in questo periodo, e l’escamotage del Cavallo non è altro che il segno della fine della diplomazia a cui assistiamo oggi: quando non ci si parla più, quando l’astuzia prende il posto della parola, quando vince chi la spara più grossa, resta solo l’inganno che apre le porte alla strage.


Ulisse si sente perseguitato proprio da questo errore. Non dalla sconfitta — lui la guerra l’ha vinta — ma dalla vittoria. Ha infranto la legge di Giove e degli dèi, ha trovato uno stratagemma per vincere una guerra che ha portato distruzione e morte, e da quel momento non trova più pace. È questa la sua grande colpa. La colpa che lo inseguirà per tutto il viaggio, di isola in isola, di naufragio in naufragio, come se il mare stesso gli chiedesse conto di ciò che ha fatto.
Ed è interessante — e per certi versi inquietante — vedere come sia anche la colpa dei leader del nostro tempo. Uomini che sembrano aver smarrito la bussola del bene comune e di quelle leggi non scritte grazie alle quali l’umanità è sempre andata avanti: il rispetto per il nemico, la sincerità, la ricerca di soluzioni attraverso la diplomazia, la volontà di andare oltre la legge del più forte. Sono regole che nessun trattato può imporre, ma che tutti, in fondo, riconosciamo. E che oggi, sembriamo aver dimenticato.
La scena più bella, a mio modo di vedere, è quando Ulisse decide di lasciare Calipso. Potrebbe restare lì per sempre, in un’isola dove niente lo ferisce e niente gli chiede nulla. Ma sceglie di andarsene. E può farlo perché ha finalmente purificato la sua memoria: ha compreso il suo errore, ha toccato con mano la sua umanità, l’ha guardata in faccia, e solo per questo può tornare a casa. Perché il vero ritorno a casa non è quando si vince, bensì quando hai fatto pace con il tuo passato.
È la vittoria della propria coscienza ferita sulla realtà. Ed è proprio questo che sembra mancare oggi: la voce della coscienza. Tutto sembra lecito, tutto sembra giustificabile, tutto sembra normale alla luce del pepe il tornaconto. Ulisse, invece, sceglie la strada opposta: si lascia ferire dalla verità di ciò che ha fatto, non ci dorme, non fa finta di niente e proprio quella ferita lo rimette in cammino.
Forse è questo il messaggio che il film, senza dirlo mai esplicitamente, ci lascia: la vera Itaca non è un luogo, ma una postura. Il vivere riconciliati con gli errori che abbiamo fatto.









