Finché si tratta di fiction tutto può essere lecito, a patto di non prendere per verità affascinanti suggestioni che però, pur agganciandosi a dati storici, così come sono sviluppate sono prive di fondamento. E il film Inferno, stasera in TV su Rai 2, così come gli altri due film della saga con protagonista il professor Robert Langdon (Il Codice da Vinci e Angeli e demoni, diretti sempre da Ron Howard), un misto tra la conoscenza enciclopedica di Umberto Eco e Vittorio Sgarbi messi insieme, e lo spirito d’azione e la prestanza fisica di Indiana Jones, non fa eccezione. Ambientato soprattutto in Italia, tra Firenze e Venezia, è meno aderente al romanzo rispetto alle altre due trasposizioni cinematografiche dei libri di Brown

Tom Hanks e Felicity Jones in Piazza San Marco a Venezia

Trasposizione cinematografica del romanzo di Dan Brown, quando uscì fu messo al vaglio degli esperti, quelli veri, dalla redazione di Famiglia Cristiana. Godetevi il film, ma poi andate a sfrondare, attraverso la lettera dei contributi che seguono, ciò che di vero da ciò che non lo è.

Il mondo è in pericolo: e chi impedisce all'umanità di salvarsi, mettendo in atto le necessarie strategie, se non la Chiesa? Nemmeno in Inferno Dan Brown smentisce la sua attitudine ad attaccare la religione e la Chiesa, considerandole un centro di oscurantismo, un'istituzione reazionaria, piena di segreti e misteri poco nobili, che contrastano il progresso.

Sia chiaro che qui non sono all'esame né le qualità letterarie dell'autore americano né le imprecisioni e mistificazioni storiche, sulle quali si soffermano altri articoli del presente dossier. Ci interessa soltanto rilevare che, come nei precedenti romanzi, viene sferrato un attacco alla Chiesa, volto a screditarne l'immagine. E il terreno su cui si consuma l'attacco, nell'ultimo lavoro di Dan Brown, non è di poco conto. A minacciare l'umanità è, infatti, la bomba demografica, il sovraffollamento del pianeta. Limitarlo e contrastarlo sarebbe possibile, in svariate forme, dall'aborto all'estensione del controllo della nascite, fino addirittura alla sterilizzazione, come si racconta nel romanzo; ma c'è qualcuno che, dichiarandosi contrario all'attuazione di questi mezzi, blocca l'umanità: ed è la Chiesa, ovviamente. Istituzione retrograda e nemica del progresso, dunque, perché non accetta l'idea della sterilizzazione o del controllo sistematico delle nascite.
 

Senza entrare nel merito della questione demografica - non è affatto certo che l'aumento della popolazione proceda ininterrottamente, ad esempio - il punto decisivo è che viene considerato nemico del progresso e del bene dell'umanità chi difende la vita...

Se questa è la questione centrale, non mancano altri aspetti discutibili, in Inferno, dai quali trapela con forza quello che è stato definito il pregiudizio anticattolico dello scrittore. A seguire la trama della sua opera, per dirne una, si ha l'impressione che Dante sia autore esclusivamente dell'Inferno e che il Purgatorio e il Paradiso siano tappe marginali e in definitiva trascurabili del suo viaggio...
Che cosa aspettarsi, d'altra parte, da chi aveva infarcito Il Codice da Vinci e Angeli e demoni di inesattezze storiche, falsità sulla religione, continue allusioni alla Chiesa e ai suoi rappresentanti tacciati di essere una setta oscurantista, impegnata a tenere l'umanità nell'ignoranza per celare segreti inconfessabili?

Nel Codice da Vinci, Brown confondeva le idee dei lettori - questo è il pericolo, alla fine - affermando che la figura alla destra di Gesù, nell'Ultima cena, non era Giovanni, bensì Maria Maddalena, la quale aveva sposato Gesù, dandogli anche una figlia. Con una gigantesca campagna di mistificazione, la Chiesa aveva nascosto la verità sulla relazione fra la Maddalena e Gesù... Solo l'elezione di un nuova Papa, finalmente progressista, avrebbe permesso di farla riemergere...

È solo un esempio, questo, fra i tanti possibili, della sistematica tendenza di Dan Brown a intorbidire l'immagine della Chiesa, facendola passare per un'entità reazionaria e ostile alla verità: operazione perseguita da una parte insistendo morbosamente sull'immaginario esoterico-religioso - che tanta presa ha, soprattutto su chi ha meno strumenti per difendersi - e dall'altra distorcendo la storia e il senso del messaggio cristiano.
«Il Vaticano mi odia», afferma a un certo punto di Inferno la direttrice dell'Organizzazione mondiale della sanità. «Anche lei? Pensavo di essere l'unico», risponde Robert Langdon, il professore di Simbologia di Harvard, protagonista di questo e dei precedenti romanzi, qui - ne siamo certi - alter ego dell'autore.

Peccato che sia vero il contrario: è Dan Brown a odiare la Chiesa, attaccandola ripetutamente sulla base di una montagna di falsità...

PARLA LO STORICO FRANCO CARDINI

Il bersaglio è il solito: la Chiesa Cattolica e il cristianesimo. Il pretesto stavolta è la Divina Commedia di Dante. «Insomma», chiosa lo storico Franco Cardini, «nulla di nuovo sotto il sole. Inferno di Dan Brown segue lo stesso copione dei suoi romanzi precedenti, Il codice da Vinci e Angeli e demoni». «La mia speranza», ha detto l’autore, «è che questo libro ispiri il pubblico a scoprire e riscoprire Dante».

Omar Sy nei panni di Christoph Bouchard con Langdon (Tom Hanks) e Sienna (Felicity Jones).

Ma cosa c’è di dantesco in questo libro, professore?
«Quasi nulla. È solo un pasticcio di allusioni chiaramente pretestuose, incoerenti e semi incomprensibili. Detto questo, sono perfettamente d’accordo con l’auspicio di Dan Brown, ma non credo affatto che queste siano realmente le sue speranze. Il libro è un successo annunciato. Non si vendono cinquantamila copie in un giorno in un Paese povero di lettori come l’Italia se non hai alle spalle una tirannia mediatica che è la peggiore perché non si vede. Le tirannie totalitarie si vedono: c’è la polizia, gli apparati di consenso. Le tirannie mediatiche sono invisibili e perciò la gente è convinta di essere libera. Sta di fatto che cinquantamila persone hanno comprato un libro a scatola chiusa, ma la stragrande maggioranza di loro non è assolutamente in grado di valutare criticamente la Commedia, perché la conosce pochissimo e malissimo. Per loro Dante è un’icona. Dante vuol dire Benigni, è la retorica culturale che circola nell’aria, tanto la cultura non si fa ma ogni tanto se ne parla. Intanto, le cattedre di filologia dantesca scarseggiano e la società “Dante Alighieri” non ha i fondi per sopravvivere. Diciamolo chiaro: la gente che corre a comprare Dan Brown non dimostra affatto di aver letto Dante altrimenti l’Italia sarebbe migliore. Dopo la diffusione di questo best seller non credo affatto che ci saranno picchi d’acquisto della Divina Commedia, che manca purtroppo dalle case di migliaia di italiani. Dan Brown ha letto Dante in traduzione inglese e tutte le traduzioni in lingua straniera della Commedia non sono un granché. Alla base quindi c’è una scarsa conoscenza del capolavoro dantesco».

Solo conformismo, dunque?
«Direi proprio di sì. Firenze è uno splendido scenario per operazioni massmediatiche del genere. Pensiamo al grande successo che ebbe il film Hannibal ambientato proprio qui. Anche Benigni riempie le piazze quando legge Dante ma questo non vuol dire che la gente torna a leggere la Commedia. È solo un conformismo pseudo culturale che è uno dei tanti aspetti dell’odierna società dei consumi».
 

© 2016 CTMG, Inc. All Rights Reserved. **ALL IMAGES ARE PROPERTY OF SONY PICTURES ENTERTAINMENT INC. FOR PROMOTIONAL USE ONLY.
© 2016 CTMG, Inc. All Rights Reserved. **ALL IMAGES ARE PROPERTY OF SONY PICTURES ENTERTAINMENT INC. FOR PROMOTIONAL USE ONLY.
Il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, Firenze

Il tema di Inferno è che siamo in troppi sulla terra e dovremmo diminuire attraverso politiche di selezione e controllo della popolazione. La “Peste nera”, ricercata dai protagonisti, è una sorta di pozione in grado di ridurre la popolazione mondiale da 7 a 4 miliardi di persone. Più che dantesco è un romanzo malthusiano, non trova?
«È profondamente malthusiano. Siamo nel solco dell’umanesimo biologico e umanitario di Hitler o Stalin, entrambe persone sinceramente interessate a migliorare l’umanità e il mondo partendo da alcuni presupposti agghiaccianti. D’altra parte, si sa, di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno! Il libro di Dan Brown s’inserisce in questa prospettiva. Che poi lui lo voglia o no, che intendesse farlo o meno, questo non importa. Si tratta di un grosso, pesante, illeggibile e mal scritto mattone anticattolico. Speriamo che non venga letto molto. Molti l’hanno già comprato ma questo non significa che tutti lo leggeranno».
Nel mirino c’è la Chiesa?
«È evidente che gli editori di Dan Brown attraverso questo romanzo vogliono colpire la politica di difesa della vita della Chiesa Cattolica, la quale si può discutere certo, come avviene anche all’interno del mondo cattolico, ma va rispettata. Fondamentalmente si vuole colpire un’organizzazione che cerca di tutelare gli ultimi della terra e tra gli ultimi ci sono anche gli embrioni. Siamo di fronte all’ennesima pesante offensiva tesa a screditare la politica della Chiesa attraverso la glorificazione dello sterminio malthusiano. Se questa non è un’operazione infame, che cos’è allora? Perché si può dire che il Mein Kampf di Hitler è infame e Inferno di Dan Brown no? Questo libro colpisce la Chiesa cattolica come già è successo con Angeli e Demoni e il Codice da Vinci. Peccato che molti cattolici non se ne rendano conto oppure lo sanno benissimo e in qualche modo approvano la manovra. Bisogna mettere in guardia i cattolici. Non so se Dan Brown sia un furbo che ha fiutato il vento e si è messo sulla linea dell’offensiva anticattolica che fu scatenata da George W. Bush nel 2002 quando si trattava di colpire Giovanni Paolo II che era contrario alla guerra in Afghanistan e in Irak. All’epoca fu tirata fuori, guarda caso, la questione pedofilia all’interno della Chiesa statunitense che esiste, sia ben chiaro, ma s’innestò sull’anticattolicesimo cronico di molte sette protestanti, le stesse che stanno sradicando il cattolicesimo dall’America Latina ad esempio. Qui, come in alcune zone dell’Africa peraltro, grazie alle sette protestanti e alla superpotenza che le appoggia il cattolicesimo è sul punto di essere sradicato».

Non è un po’ esagerato, professore? In fondo si tratta di un thriller…
«Non sono affatto raccontini ingenui o divertenti. Si tratta di successi annunciati, pianificati a tavolino e costruiti in modo seriale. Io conosco autori italiani di thrilling neri o misteriosofici, un nome per tutti Leonardo Gori, che sono molto più bravi di Dan Brown per riferimenti culturali, linguaggio e qualità di scrittura. Vendono le loro 4-5mila copie ed è già un grandissimo successo. Qualitativamente sono molto migliori di Brown ma non rientrano nel grande gioco editoriale che non è ingenuo: ha l’obiettivo non solo di vendere ma di seminare e diffondere idee ben precise».

Dan Brown per i cattolici è un pericolo, quindi?
«È strano che l’opinione pubblica cattolica s’indigni quando qualche gruppo musulmano incendia le chiese in Africa o in Asia o ammazza dei sacerdoti. È giusto che lo faccia, attenzione. Ma questi sono fenomeni sotto gli occhi di tutti e di cui i media più o meno parlano. Accanto a questi, ci sono però altri fenomeni più subdoli, come quello del successo di Dan Brown, che passano sotto silenzio o, peggio, vengono presi come simpatiche amenità. Eh no, bisogna svegliarsi un po’. Soprattutto per quanto riguarda i media cattolici».

Una maschera di Dante in una scena del film "Inferno"

NON FERMIAMOCI ALLO SCANDALO DELLO IOR


Uno dei danni collaterali inflitti dal successo di Dan Brown ai lettori di tutto il mondo, è il proliferare di una schiera di epigoni a buon prezzo che affollano le librerie con le loro storie improbabili, in cui un paio di millenni di cristianesimo sono visti come un'unica sequela di complotti, intrighi, preti che fanno gli agenti segreti, vescovi che dirigono società segrete, reliquie che nascondono biglietti con la ricetta per l'immortalità, catacombe dove agiscono emissari del male, banche che appartengono alla Chiesa, studiosi che conservano l'unica vera versione della vera fede e così via.

Eppure, a fare quattro conti con le date, anche Dan Brown è il prodotto di qualcun altro. Anzi: di qualcos'altro. Il codice da Vinci, il suo strepitoso successo di vendite, viene pubblicato nel 2003. L'anno dice niente? E' l'anno dell'invasione dell'Iraq. Qui non si tratta di "buttarla in politica" ma solo di ricordare che cosa furono quegli anni. Dopo gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono da parte di Al Qaeda, furono rase al suolo intere foreste per pubblicare libri la cui unica tesi era sostanzialmente questa: la religione islamica è per sua natura cattiva e oscurantista. Chi osserva i suoi precetti non può essere che cattivo e oscurantista a sua volta. Quindi, i musulmani sono cattivi per natura.

Langdon (Tom Hanks) e Sienna (Felicity Jones) studiano la mappa dell'Inferno disegnata da Botticelli

Era lo sfondo culturale (meglio dire, pseudo-culturale) di cui si serviva la propaganda della destra americana per giustificare la teoria degli "attacchi preventivi". Sono cattivi per natura, quindi prima o poi faranno qualcosa di cattivo. Se li attacchiamo per primi non saremo aggressori, semplicemente eviteremo che ciò accada.

Le teorie di questo genere, però, hanno un brutto difetto: possono essere applicate a chiunque ci aggradi. E infatti non sarebbe passato molto tempo prima che qualcuno alzasse la mano e dicesse: attenzione, non solo l'islam è cattivo, tutte le religioni sono cattiva e fanatiche. E' l'idea stessa di religione a essere retrograda e pericolosa.

E infatti. Nel 2003 esce Il codice da Vinci, il cui successo mondiale si spiega (non solo ma) anche con il clima che abbiamo appena descritto. I musulmani sono fanatici ma i cattolici sono infidi e capaci di pervertire la vera dottrina di Gesù. Mica male. Nello stesso periodo proliferano i pamphlet ateistici che, forse non per caso, sono scritti da autori che in politica simpatizzano in modo palese con le posizioni della destra americana. Per esempio Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa dell'inglese naturalizzato americano Christopher Hitchens, amatissimo dalla destra anche nostrana. Oppure The End of Faith (La fine della fede) dell'inglese Sam Harris, il cui contenuto, stili a parte, pare ricalcato con la carta a carbone: credere è assurdo, la religione intossica la mente delle persone.

Il successo di Dan Brown è figlio di quell'epoca e di quello spirito. Basta fare la prova del nove: perché i suoi romanzi anteriori al Codice da Vinci, anche se ripubblicati dopo il trionfo di quel romanzo, non hanno avuto alcun successo? Leggeteli e capirete perché: non attaccano la fede, non criticano chi crede. Sono dei modesti gialli di genere, come tanti tanti altri. Se non critica la religione, se non solletica l'istinto a sentirsi migliori che alberga negli agnostici e negli atei, Dan Brown non esiste.
Fateci caso: ormai non c’è quasi più articolo scritto dai cosiddetti “vaticanisti” che nel riferire di cose curiali non faccia ricorso al manierismo di Dan Brown. Non solo quando si tratta di raccontare le vicende di maggiordomi spioni o monsignori che hanno tradito la propria vocazione, ma anche se il tema riguarda i francobolli della Santa Sede o il giuramento delle guardie svizzere. Che articolo è senza un corvo, o almeno un corvetto che spiffera qualche transazione di denaro sporco o qualche documento pontificio che evoca leggende nere?

L’importante è ambientare tutto come una suggestiva location di Angeli e Demoni, scorgendo ovunque congiure, truffe, cospirazioni,
in un’atmosfera di intrigo che rimanda necessariamente alla corte dei Borgia, o almeno ad Assassin Creed. Insomma: il genere letterario di Dan Brown – gnostico, ateista, laicista quanto si vuole ma tutto sommato legittimo, trattandosi di "arte", o meglio di un "fumettone" per vincere l'insonnia o passare due ore in treno - è diventato un genere giornalistico, spesso e volentieri disonesto. Nei saggi degli inchiestisti sulle vicende della Curia romana ormai la simbiosi con i romanzi browneschi è praticamente totale. Lo ha sostenuto espressamente persino il segretario di Stato Tarcisio Bertone. Ha scritto sul Messaggero la storica Lucetta Scaraffia: “Esiste ormai da molti anni un particolare genere di letteratura dedicata al giallo in Vaticano, ma è soprattutto dopo il Codice Da Vinci, che questo genere è decollato alla grande. Sono in molti oggi gli autori e gli editori che sperano nel successo internazionale puntando in vario modo a “scoprire gli altarini”, è proprio il caso di dire, dissacrando la Chiesa che nonostante tutto ha mantenuto una qualche forma di sacralità o almeno di rispettabilità – anche agli occhi dei non credenti”.

Naturalmente al centro di tutto c’è lo IOR, la banca del Vaticano. Che, va detto, un po’ se l’è cercata, visti gli episodi nefasti di cui si è macchiata ai tempi di Marcinkus e di Donato de Bonis. Ma qualunque sforzo di trasparenza venga fatto da almeno 20 anni a questa parte dalle parti del torrione Niccolò V non ha nessuna importanza. Del rapporto ai media di 64 pagine come quello recente sull’iter di trasparenza finanziaria intrapreso dalle finanze vaticane in campo internazionale, con l’avvenuta valutazione positiva del Gafi e di Moneyval, sono stati presi dai giornali di tutto il mondo solo i sei casi citati di ispezione e indagini per sospetto riciclaggio. Eppure non risulta che vi siano banche, in tutto il mondo, che fanno conferenze stampa su simili episodi, che certamente avvengono.
E così succede che ancora una volta l’Istituto finanziario vaticano venga ridipinto come una lavanderia di denaro sporco. Commenta Angiolo Bandinelli, sul Foglio: “Nell’immaginario corrente il Vaticano è la location perfetta di crimini e violenze d'ogni genere. In questo ruolo, il Vaticano è la sintesi, la quintessenza di una amata-odiata Italia nella quale l'intrigo, l’ipocrisia e la perfidia, l'assassinio, la gelosia come malattia dell'anima sono gli storici, eterni ingredienti che rendono sulfureo e infido un paese di bellezze irripetibili, dunque invidiate e insidiate (…). Sarebbe difficile fare la conta di tutto quanto si è scritto sulle malefatte del Vaticano, anzi dei "sotterranei" del Vaticano. Il sesso, in ogni declinazione possibile, è ovviamente al centro. Quasi sempre in combinazione con il denaro: eccita tremendamente elucubrare di immense ricchezze nascoste sotto la cattedra di San Pietro, un illimitato forziere messo assieme dall'avidità curialesca e pretesca”.

Forse l’unico modo per liberarsi da questi pregiudizi mediatici duri a morire e contribuire a riportare un'informazione corretta sulle faccende curiali è assumere Dan Brown in Vaticano a fianco di padre Lombardi e Greg Burke. Potrebbe essere un ottimo antidoto. Anche se un contratto di consulenza potrebbe costare caro alla Santa Sede.