Nella Bibbia si legge: “Un cuore lieto fa bene al corpo, mentre uno spirito abbattuto inaridisce le ossa” (Proverbi 17,22). Ma il sorriso è sempre il benvenuto? Qui si innesca un antico dibattito teologico, al centro di Dio ride di Giovanni Veronesi. Può una risata avvicinare l'uomo al mistero del sacro anziché allontanarlo? Il regista toscano prova a rispondere, analizzando il senso autentico del credere. Veronesi spoglia il buonumore dalla sua solita funzione di intrattenimento, per trasformarlo in uno strumento di indagine spirituale e umana, in una riflessione sull'atto del predicare.

Veronesi non è nuovo alla spiritualità su schermo. Nel 1993 aveva girato Per amore, solo per amore, in cui in qualche modo Dio ride si specchia. Quella prima prova ripercorreva la nascita di Cristo attraverso gli occhi di Giuseppe (Diego Abatantuono) e di Maria (una giovanissima Penelope Cruz).

Invece Dio ride si ispira alle vicende reali di Frate Leopoldo da Casamacchia, qui con il volto di Pierfrancesco Favino. Siamo nell'Italia del Seicento, durante la Controriforma. Il protagonista è un religioso itinerante che rifiuta i sermoni tradizionali in latino. L’uomo si rivolge alla gente nelle piazze usando lo scherzo e la festa. Il suo messaggio cambia l'idea di devozione. Dio non appare come un giudice severo, ma come un padre affettuoso che condivide la felicità degli uomini. La risposta popolare è immediata. Le autorità di Roma percepiscono però un pericolo. Il Papa ordina al cardinale Maculani (Silvio Orlando) di processare il monaco davanti al Santo Uffizio.

Il cuore di Dio ride batte nello scontro tra due visioni spirituali opposte. Per le autorità ecclesiastiche, la religione è fondata sulla distanza incolmabile tra l'uomo e i cieli: la salvezza richiede disciplina, terrore della condanna e cieca obbedienza alle gerarchie. Per Fra Leopoldo, Dio non è un giudice inflessibile che pretende sofferenza e sottomissione. Al contrario, propone una teologia della Grazia e della prossimità. La sua intuizione rivoluzionaria è nel considerare la risata non come una distrazione mondana, ma come l'espressione più alta della gratitudine per la Creazione. Se l'essere umano porta in sé l'immagine di Dio, la felicità diventa la prova diretta dell'amore celeste. Ridere dei propri limiti significa abbattere l'orgoglio, accettare le debolezze quotidiane, liberare dal peso della colpa. L'ironia del protagonista si fa così preghiera, un gesto di devozione capace di restituire speranza agli ultimi.

L'aula del processo è lo spazio chiuso che si contrappone ai luoghi aperti di predicazione. La Toscana del XVII secolo perde i suoi confini fisici per trasformarsi in un elemento evocato. Le campagne e i conventi restano fuori dal tribunale. I paesaggi riaffiorano soltanto attraverso i ricordi dei fedeli e la voce del frate. Le pareti della prigione spingono l'inquisitore a fare i conti con le proprie incertezze. Il dialogo con il prigioniero diventa un banco di prova in cui il ruolo del colpevole si ribalta. L'ecclesiastico inizia a porsi domande sul valore della Grazia celeste. Il pensiero va all'insegnamento di San Francesco d'Assisi, che definiva i suoi seguaci "i giullari di Dio".

Dio ride si basa sull'incontro tra l'energia di Pierfrancesco Favino e la fredda rigidità di Silvio Orlando, e offre un quadro sul confine tra obbedienza e libertà d'espressione. Scelto come titolo per congedare l'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il film è un percorso di ricerca interiore, per ricordare che la gioia può essere una via per cercare la salvezza.