A dare a Eugenio Monti il soprannome di Rosso volante è stato Gianni Brera, giornalista sportivo, straordinario creatore di neologismi, non per il rosso fiammante del bob come si potrebbe pensare, ma per il pel di carota, perché a quell'epoca Monti è uno sciatore di talento, scavezzacollo e appassionato, che sogna di emulare le gesta di Zeno Colò, cui corrisponde anche con lettere bellissime, colte: parole impensabili tra sportivi al tempo dei social.

Sono ere geologiche fa, fatte di piste naturali, battute con gli sci, canaloni da percorrere con lunghissimi sci di legno, destinati a non staccarsi in caso di caduta. Monti ha 23 anni quando cade in allenamento a Sestriere e si rompe i legamenti di un ginocchio, in un’epoca in cui quel genere di lesione significa disintegrare la carriera di uno sciatore, Monti insiste, si spacca ancora.

NUOVA VITA E UN “POST” A ZENO COLÒ

A quel punto va in pezzi anche il sogno del ragazzo di Dobbiaco, che però non trova pace e trova il modo di inventarsi un’altra carriera nei canaloni di ghiaccio. Come lo racconta lo stesso Monti in una lettera in risposta a un biglietto di Zeno Colò.

Monti manda il suo scritto al destinatario campione di sci e poi in copia all’amico giornalista della rosea Rolly Marchi: ne esce l’omologo ante litteram di quello che oggi è un post su Instagram pronipote della lettera aperta: «Dentro di me mugugnavo», scrive Monti di quel tempo di sosta forzata, di ritiro prematuro obtorto collo, «la notte sognavo piste e numeri di gara e anche durante la giornata il mio folletto sportivo bussava ogni tanto alla porta della mia fantasia, tormentando la mia rassegnazione e i miei pacati propositi di vendetta. Una sera mi trovavo all’osteria con alcuni miei amici di montagna, e tra un bicchiere e l’altro si prese a parlare di bob. Uno disse che avrebbe voluto cimentarsi per battere qualcuno che era seduto al nostro tavolo e che già correva da qualche anno. Io, quasi per scherzo, entrai nella conversazione e lanciai una proposta: “Se tu lo batti, mi ci provo anch’io. Giochiamoci una cena”. Ora, caro Zeno, non sto a dirti chi ha vinto o meno, è certo, ad ogni modo, che il cameriere il conto per il saldo non l’ha presentato a me. Il bob, già al primo incontro, mi aveva affascinato, quasi come quando ti capita di ballare con una bella donna che ti viene presentata improvvisamente e tu balli e non sai cosa dirle. E poi la inviti a ballare una seconda volta e lei accetta e tu continui a star zitto, perché è piacevole l’incontro e ti sembra che questo basti. Il bob è divenuto così la mia seconda passione».

L’antesignana del post sui social esce come articolo di fondo sulla Gazzetta dello sport.

IL ROSSO CAMBIA VOLO

Il nomignolo di Eugenio Monti muta significato, al mutare degli eventi: il rosso dei capelli fa posto al rosso del suo bob, tutti pensano a una Ferrari della neve, in realtà il bob azzurro diventa rosso perché quello è il colore della vernice più pesante (il bob ha bisogno di zavorre per correre e Monti pesa poco) e più economica. Il rosso torna a volare, a Cortina 1956: guida bob a due e bob a quattro (gli unici olimpici allora) ma si ferma all’argento con entrambi gli equipaggi. Cortina è casa, ma sarà l’anno dopo, il 1957, quello della consacrazione internazionale in cui Monti conquisterà il primo dei suoi nove titoli mondiali in coppia con Alverà.

IL BULLONE DONATO E LA LEGGENDA

Tutti aspettano a Innsbruck, che non è casa ma poco ci manca, rispetto a Dobbiaco appena cento chilometri oltreconfine, il rosso volante, che però, pur dominando il mondo, non vola oltre il terzo posto. Scatta una di quelle dinamiche stregate nelle quali i cinque cerchi irretiscono i campioni, l’Olimpiade diventa quasi un supplizio di Tantalo.

È nel 1964 che “Genio” Eugenio Monti diventa l’eroe dei Giochi, ma in un modo diverso da come avrebbe immaginato e voluto: non vince, arriva terzo. Ma quando Monti si trova secondo, dietro l’altro equipaggio italiano in testa, mentre ancora deve scendere l’equipaggio inglese di Anthony Nash e Robin Dixon, che ha il miglior tempo ed è l’ultimo a scendere, gli inglesi rompono il loro bob. Serve un bullone, che Monti sportivamente cede attingendo alla propria riserva. Gli inglesi vincono. E Monti diventa leggenda: l’anno dopo nella sede parigina dell’Unesco, su proposta del Comitato olimpico britannico, riceve il premio internazionale Fair Play.

Monti che, pur essendo una star, ha le sue timidezze ed è uomo di campo e di montagna, un po’ patisce la leggenda aurea, anche perché il racconto si gonfia, anticipando il concetto di post-verità a prima dei social: di racconto in racconto si afferma, virale ante litteram, una storia ancor più suggestiva del vero, ma meno vera: molti ancora credono che Monti abbia ceduto un bullone smontando il proprio bob e perso così un oro sicuro. Il bullone invece era di riserva, e in testa a Innsbruck c’era un altro equipaggio italiano: Monti non ha perso l’oro ma l’argento a seguito del nobile gesto, che nobile era e resta. Ma Genio Monti, che non ha ancora rinunciato a vincere sul campo, ripeterà sempre smontando ogni retorica: «Il bob inglese non ha vinto per il mio bullone ma perché è andato più veloce». Punto.

RITIRO E GRENOBLE

Grenoble 1968 è lontana. Nel 1965 Monti annuncia il suo ritiro, poi ci ripensa. Nel ‘66 si prende ancora un Mondiale, a Cortina. E nel 1967 va a provare la pista dell’Alpe d’Huez, destinata a ospitare i Giochi di Grenoble, dentro di lui l’oro olimpico che manca è il piccolo grande spazio vuoto che gli impedisce di andarsene sazio.

La prova non va bene, Nash si ribalta, Monti va fuori pista e rimedia ferite che gli regaleranno per sempre un volto da reduce. Sergio Siorpaes ne esce male, un braccio rotto, brutta roba per un frenatore, ma poca cosa rispetto al momento in cui si sparge la voce che sia morto, anche se non è vero. Andrà a costruire bob brevettando un modello che porta il suo nome.

Quarant’anni a quell’epoca non sono cosa da affrontare in pista, nessuno crede a Monti a Grenoble 1968, tranne Monti che decide di rimettersi in gioco, con un frenatore ragazzino, pesante e veloce reclutato dall’atletica.

L’INCONTRO CON ROMOLETTO

De Paolis è figlio di un macellaio romano, corre campestri di nascosto dal padre che lo vorrebbe in macelleria: si chiama Luciano De Paolis, ma il suo accento romanesco gli regala il soprannome di Romoletto. Vive tutto come una favola, corre forte in partenza e sa spingere: Monti e Romoletto vincono il bob a due e poi anche quello a quattro por a bordo con a bordo Zandonella e Armano, quando ormai si credeva che gli dei dell’Olimpo avessero definitivamente voltato le spalle al Rosso volante.

La cronaca di quell’evento, dall’interno del bob tra la leggenda e il ragazzino, è nelle pagine del diario di Luciano De Paolis. Molti degli aneddoti contenuti là dentro hanno dato linfa al romanzo Il Rosso Volante, la leggenda di Eugenio Monti e del suo incredibile bob, scritto per Solferino da Stefano Rotta, che lo ha dedicato ad “Amilcare pioniere dei ghiacci”, il nonno notaio che non ha conosciuto e di cui solo scavando nella storia di Monti e Romoletto ha scoperto il segreto, venendo a sapere che a presiedere la federazione internazionale di bob e toboga, tra il 1960 e il 1980, era stato un certo Amilcare Rotta e che non era un caso di omonimia.

RICORSI STORICI

Il libro ha la prefazione di protagonista della fiction in onda il 23 febbraio 2026 su Rai Uno il giorno dopo che a Cortina si è spenta, 70 anni dopo, un’altra fiamma olimpica, dove è nata una nuova, controversa, pista da bob intitolata a Eugenio Monti che, che in gara in ha fatto felici gli slittinisti azzurri, capaci di due medaglie d’oro nel doppio femminile con Andrea Vötter e Marion Oberhofer e nel doppio maschile con Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner, nonché di due bronzi con Dominik Fischnaller e con la staffetta mista. Il bob a quattro di Patrick Baumgartner, Lorenzo Bilotti, Eric Fantazzini e Robert Mirce, tornato sui toni cromatici dell’azzurro, invece si è piazzato al quinto posto a 25” dal podio. Chissà che cosa sanno del signore che ha dato il nome all’impianto su cui l’Italia si dividerà ancora a lungo.

Eugenio Monti, stremato dalla malattia e dal lutto per la perdita di un figlio, muore per un gesto tragico il primo dicembre del 2003. La sua leggenda vive: per la storia a cinque cerchi resta l’uomo simbolo dello spirito olimpico per l’aiuto dato all’avversario contro il proprio interesse.