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L'attrice Ottavia Piccolo, veneziana d'adozione, voce narrante del documentario, nel Premio Famiglia Cristiana nell’ambito dell’82esima Mostra del Cinema di Venezia
«Una centrifuga dall'anima». È così che racconta il carcere Rosa Galantino, per esservi entrata da libera solo per girare il documentario, Le Farfalle della Giudecca, che sarà proiettato il 5 maggio a Roma al Nuovo Cinema Aquila, alle 18.30 in occasione dell’evento Carcere e futuro, organizzato da Women in Film, Television & Media Italia con Pigneto film Festival.
«Capisci entrando che l'immaginario non basta: solo da dentro si comprende che cosa vuol dire vivere in un luogo in cui manca la libertà, in cui si restringe lo spazio e si dilata il tempo. Un po' percepivamo anche noi la claustrofobia, nel fatto di non poter parlare direttamente alle detenute, di dover agire per il tramite delle agenti della polizia penitenziaria, che tra loro dentro il carcere sono obbligate a chiamarsi l'un l'altra collega e non hanno nome, nel non poter fare un passo senza chiedere il permesso».
«Abbiamo – il plurale non è majestatis ma l'esito della colleganza in regia con Luigi Ceccarelli – , cercato di raccontare senza drammatizzare e senza edulcorare, una realtà come quella della Giudecca che è particolare e a suo modo non è avulsa dalla città. L'avevamo scoperta mentre giravamo un altro documentario sugli orti cittadini. A Venezia, ci hanno detto: “Non potete non vedere l'orto della Giudecca: lì davanti ogni settimana le persone della città vengono a comprare quello che "dentro" si coltiva. Entrando dall'orto abbiamo scoperto un mondo: la sartoria, la lavanderia, ci siamo detti dobbiamo raccontarlo, anche perché fuori c'è un immaginario distorto: si pensa alle divise, agli stererotipi del carcere importato dai film americani. È molto diverso. Si percepisce che è un ambiente instabile, sempre in precario equilibrio: basta una richiesta respinta, una rissa recente, un'ombra che passa perché l'umore cambi all'improvviso».
Il carcere del resto è sempre una storia di convivenza compressa e forzata: «All'inizio ti studiano, cercano di capire che cosa vuoi, chi sei, c'è diffidenza, capisci che ti hanno accettata quando si rompe la barriera del contatto fisico quando accettano e restituiscono un abbraccio. Abbiamo cercato di entrare con grande discrezione. Quando siamo andate a proiettare alla Giudecca il documentario finito, alcune mi sono sembrate coinvolte, altre impenetrabili. Una delle ultime arrivate, che non c’era ancora quando abbiamo girato, mi si è avvicinata con tutta la disperazione che aveva in quel momento e mi ha detto: “Lo sai che mi hanno dato 27 anni?”. Io non sapevo nulla di loro, non avevo fatto nessuna domanda. Non mi conosceva. Mi ha ripetuto: “Ti rendi conto: 27 anni! Io impazzisco, impazzisco”. Non sapevo cosa fare, le ho preso le mani e le ho detto: “Ma non vuoi restare a vederlo un po' il film? Magari ci trovi delle cose che ti possono aiutare”. Ha abbassato la testa e poi si è messa seduta in una delle ultime file, ma non è stata fino alla fine».
Il 5 maggio a Roma sarà presente alla proiezione sarà presente Antonella che ha finito di scontare la sua pena: «Sono molto felice che ci sia, mentre provo un grande turbamento al pensiero che a febbraio si sia tolta la vita Rosaria, che nel documentario si vede nel Padiglione della Santa Sede aperto ai visitatori nel carcere, in occasione della Biennale, con le detenute che facevano da guide alla mostra: Con i miei occhi».


La voce narrante del documentario è quella di Ottavia Piccolo, che, veneziana d'adozione, legata alla città, nel suo teatro non ha mai fatto mancare l’impegno civile: «Io sapevo un po' le storie», racconta oggi, «i registi mi avevano un poco raccontato chi erano quelle che nell'ambiente carcerario sono dette, con una espressione che a me pare terribile, le “ristrette”. Ma io ho visto poco mentre giravamo, alla fine avevo una prospettiva simile a quella dello spettatore: una cosa che trovo giusta è che non si conosca il reato per cui le persone si trovano in carcere».
Dopo, racconta l’attrice: «Mi sono affacciata ai luoghi di lavoro: la lavanderia, la sartoria, e posso dire di aver visto persone chiuse in sé stesse, anche quelle apparentemente più spigliate lasciavano in realtà trasparire poco dei loro veri sentimenti. È un ambiente cui mi avvicino con grande rispetto, quando c'è stata la visita di papa Francesco nel 2024, avevo visitato il padiglione della Biennale dove le detenute facevano le guide, e lì ho provato una tenerezza infinita, perché vedevi queste persone in un ruolo che mai avrebbero pensato di poter ricoprire. Le curatrici sono state bravissime a trasmettere loro sicurezza. Il carcere ti interroga anche da libera. Sono i momenti in cui pensi: “Ma queste persone sarebbero qui se la loro vita fosse partita da un punto diverso, se avessero avuto la possibilità di scegliere. E poi ti dici: “E io? Ma che ne so io della mia vita, che cosa mi può succedere, che incidente mi potrebbe accadere per cui potrei finire in un posto così?”. Io me lo sono domandata, mi sono interrogata molto su me stessa dopo. E mi ha fatto pensare il discorso di papa Francesco che diceva alle detenute: “Non dimentichiamo che tutti abbiamo errori di cui farci perdonare e ferite da curare”. Per questo penso che sia importante continuare a diffondere questo documentario».
L’ultima scena è emblematica, si capisce che quando si esce il vero pericolo è che fuori ci sia il vuoto ad accogliere, non un’alternativa che solo il lavoro e un sapere magari delle mani possono creare per ricominciare. Si salva chi ha una rete, gli altri chissà.




