In un mondo attraversato dalla “guerra mondiale a pezzi” sembra non restare altro che la vendetta. “Tha’r” in arabo, come avrebbe dovuto intitolarsi la quinta stagione di “Fauda”, distribuita da Netflix, fra le più viste in tutto il mondo (paesi arabi inclusi). “Fauda”, la serie realizzata da Lior Raz – che è anche il protagonista, Doron – e Avi Issacharoff, ha in fondo un tema analogo a “Naza”, il documentario, sempre israeliano, di Yuval Abraham e Rachel Szor, Premio Speciale della Giuria alla Mostra del cinema di Venezia, che in un paio di giorni ha portato nelle sale italiane quasi 250mila persone ed è primo al box office.

Sono passati tre anni dal 7 ottobre, l’attacco terroristico di Hamas che ha causato l’uccisione di oltre 1200 persone, c’è stata la guerra a Gaza, che ha prodotto un numero enorme di morti, e Israele andrà alle elezioni a fine mese. La vendetta, per quanto distante, letteralmente senza un volto, attraversa le menti dei soldati che pianificano, “come un videogioco”, attacchi mirati ad Hamas a Gaza attraverso sistemi di intelligenza artificiale, che considerano “danni collaterali” (“naza”) i civili uccisi.

Hanno invece i volti dei personaggi di una serie di finzione che s’impasta di realtà i protagonisti di “Fauda”: Doron e Eli, ex agenti del servizio antiterrorismo israeliano, ma anche Anne (Mélanie Laurent), che incarna l’ingenuità europea di fronte al conflitto. Tutti guidati dalla volontà di vendetta, in un ciclo di violenza senza fine: gli episodi centrali, che raccontano il 7 ottobre, riempiono d’angoscia e orrore, come l’ascolto delle testimonianze di “Naza”. Vedere, ascoltare, per capire che la vendetta genera caos (“fauda”, di nuovo in arabo).