Da quattro anni Gina Amarante, 34 anni, interpreta le gemelle Manuela e Micaela Cirillo in Un posto al sole. Due personaggi molto diversi, che le hanno permesso di misurarsi con una sfida professionale particolare e di scoprire qualcosa in più anche su se stessa. Ma, secondo l’attrice, il segreto del successo della soap di Rai 3, arrivata a festeggiare trent’anni, è soprattutto la sua capacità di raccontare emozioni in cui tutti possono riconoscersi. E di diventare, ogni sera, un’occasione per stare insieme.

Gina, interpretare due gemelle è una doppia sfida. Come si è trovata a vestire i panni di Micaela e Manuela?

«All’inizio è stato difficile. Sono una persona che pretende molto da se stessa, un po’ ansiosa, e cerco sempre di raggiungere quella che considero la perfezione. Mi concentravo soprattutto sulle differenze tra le due: pensavo a Manuela e poi a Micaela, cercando di capire come rendere le loro emozioni, così diverse eppure capaci di compensarsi. Con il tempo, però, ho imparato a conoscerle e oggi mi diverto tantissimo. Le amo entrambe. Quando leggo le nuove scene, soprattutto quelle di Micaela, rido molto: è un personaggio che a volte dice e fa cose che nella vita reale nessuno di noi avrebbe il coraggio di fare, anche se magari, qualche volta, vorrebbe».

In quale delle due si riconosce maggiorente?

«Sicuramente in Manuela, per una questione caratteriale. Sono attenta agli altri. Mi piace ascoltare le persone e non mi appartiene quell'atteggiamento un po’ egocentrico che a volte caratterizza Micaela. Però, con il tempo, ho riconosciuto anche qualcosa di me in lei: la determinazione, la schiettezza e la sincerità. In Micaela tutto è portato all’estremo, ma alcuni tratti ci accomunano».

Lei è una “new entry”. Si è fatta un’idea del segreto della longevità di Un posto al sole?

«Credo che la forza della soap sia la capacità di portare in scena, con grande intensità, le emozioni che tutti noi viviamo. Il cinema, la televisione e il teatro hanno proprio questo compito: trasmettere sentimenti nei quali possiamo riconoscerci. Guardando una storia possiamo sentirci compresi, ritrovare qualcosa di noi e renderci conto di essere meno soli. In trent’anni il mondo è cambiato moltissimo, anche dal punto di vista culturale ed emotivo, ma Un posto al sole è riuscito a tenere il passo con l’evoluzione delle persone, della loro sensibilità e del loro modo di vivere le relazioni».

È una soap destinata soprattutto a un pubblico adulto o riesce a parlare anche ai giovani?

«Penso che possa arrivare a tutti, proprio perché racconta emozioni universali. Mi capita spesso, durante gli eventi e i festival, di incontrare genitori che mi chiedono un video per i figli, perché sono loro a seguire la serie. I ragazzi, inoltre, ci seguono sui social e hanno la possibilità di recuperare le puntate su RaiPlay. Questo rende il rapporto con il pubblico più diretto e vicino: non è più necessario essere davanti alla televisione a una determinata ora».

Lei ha parlato di emozioni, ma c’è anche un altro aspetto: la soap come momento di ritrovo familiare.

«È una cosa a cui tengo molto e che vedo anche nella mia famiglia e in quelle dei miei amici. Un posto al sole diventa un appuntamento in cui ci si ritrova a casa, magari a cena, mentre si cucina o si sta a tavola. È un momento da condividere. È bello pensare che una serie televisiva possa favorire il dialogo e creare un’occasione per stare insieme».

In un tempo in cui siamo spesso distratti e sempre connessi, che valore ha questo rito quotidiano?

«Le storie ci permettono di parlare di emozioni, di confrontarci e, magari, di riconoscerci negli altri. Che si guardi la puntata tutti insieme sul divano o la si recuperi successivamente su RaiPlay, ciò che conta è la possibilità di sentirsi parte di una storia comune. Ed è forse anche questo uno dei motivi per cui Un posto al sole continua a essere così presente nella vita di tante persone».