Le immagini che aprono il film dedicato a san Carlo Acutis sono probabilmente la cifra di tutto il racconto che è riuscito a toccare il vasto pubblico che l’ha seguito, domenica sera, su Canale 5.

Carlo inquadra i suoi compagni di scuola, adolescenti come lui, con la videocamera con cui era solito riprendere la realtà che lo circondava. «Sofia, mi chiamo Sofia», dice guardando in macchina uno dei personaggi cui la sceneggiatura di Giacomo Campiotti e Carlo Mazzotta ha voluto dare rilievo, «e sono molto carina: e penso che questo possa bastare».

Il quindicenne Carlo Acutis ricambia lo sguardo della ragazza con dolcezza e le risponde con semplicità: «Ne sei sicura?». Ecco la cifra, e forse la ragione del grande seguito di pubblico che Il mio nome è Carlo ha ottenuto in Tv: attraverso la figura di Carlo Acutis ha posto, in primo luogo ai ragazzi e alle ragazze coetanei del primo santo del nuovo Millennio, le domande che gli adulti tendono a dimenticare, quelle così radicali e così urgenti che proprio i giovani non possono che fare proprie: sei davvero sicura che questo ti basti? Sei veramente felice?

Sono stati proprio i cuori dei più giovani quelli colpiti da questo genere di domande, che erano quelle che Carlo faceva sempre a sé stesso e agli altri, mostrando concretamente un orizzonte più alto di quello limitato alla chiacchiera quotidiana e alle mode nelle quali siamo sempre immersi. Il film per la Tv prodotto da Movie Magic International per Mediaset, con la regia di Giacomo Campiotti, è stato un piccolo evento, un caso che lo schermo della televisione fatica sempre più a realizzare. Non solo quasi 4,3 milioni di spettatori, un terzo della platea nazionale davanti al televisore ma – soprattutto – percentuali di pubblico (share) impressionanti fra i più giovani: il 37% degli spettatori 15/24enni, addirittura il 41% fra i bambini. Mediaset sembra ritrovare una voce perduta da tempo sulla fiction, che è invece il punto di forza del servizio pubblico Rai.

L’operazione Il mio nome è Carlo non è però semplicemente un ritorno al passato per la fiction nazionale, uno sguardo a quel filone – quello delle “vite dei santi” – che ha avuto un’età dell’oro iniziata esattamente ventisei anni fa, col duplice titolo dedicato a Padre Pio, Sergio Castellitto per il biopic Rai e Michele Placido per quello Mediaset. Per raccontare Carlo Acutis, che ha insegnato la santità nell’epoca di Internet, occorreva uno sguardo sensibile e luminoso come quello del protagonista. Carlo non è stato il santo di imprese straordinarie, ma della quotidianità di un ragazzo di quindici anni della generazione dei millennial. È proprio questo l’aspetto che il regista Campiotti – acuto nel narrare il mondo dei ragazzi, da Bianca come il latte, rossa come il sangue all’adattamento italiano di Braccialetti rossi – riesce a cogliere e a trasmettere con la complicità fondamentale di tutti i suoi attori, da Samuele Carrino (Carlo quindicenne) a Lucia Mascino (la madre), da Brayan Palliyagoda (Rajesh) a Maurizio Donadoni (il parroco).

Il pubblico ha seguito questo racconto probabilmente per la freschezza e l’immediatezza che erano proprie anche di Carlo Acutis, delle sue domande inattese, del suo esempio e del suo sorriso spiazzanti. Tutta la prima mezz’ora ha il ritmo e la spensieratezza del Carlo bambino che “contagia” letteralmente chi lo circonda: il domestico della famiglia e primo suo amico Rajesh (molto bello il dialogo sul significato della felicità racchiuso in un bottone), i compagni di classe, naturalmente i genitori – una famiglia benestante e, fino ad allora, del tutto impermeabile alla spiritualità, e perciò ancora più colpita dal dono di un figlio così speciale – e l’anziano mendicante, figura scelta – fra le tante incontrate da Acutis – per raccontare la semplicità e la forza del messaggio cristiano, ritrovare Dio nel prossimo. Nella seconda parte il tono si fa più grave, anche perché lo stesso Carlo Acutis lo confessa alla sua videocamera: «Sono Carlo Acutis, ho quindici anni e a maggio dovrei compierne sedici… dovrei». C’è l’urgenza di fare del bene, di compiere una missione più alta e del tempo che è limitato, della malattia e della morte che incombono.

Nel raccontare l’ambiente degli adolescenti del nuovo Millennio, una Milano che diventa, più che sfondo, personaggio, nei suoi aspetti più superficiali (la ricchezza, le mode…) ma anche nelle bellezze che sa riservare a chi la attraversa (come Santa Maria Segreta, la parrocchia di Carlo Acutis), e, soprattutto, lo sguardo spiazzante di una santità contemporanea, Il mio nome è Carlo è un punto di ripartenza per una fiction che può darsi orizzonti più elevati: il pubblico, come si è visto, è pronto a premiare la qualità.