Cos’è la verità? Una domanda che da Pilato alla disinformazione dei social attraversa secoli, filosofie, religioni, tribunali e media e che affronta La Grazia di Paolo Sorrentino, apertura dell’ultimo Festival di Venezia (Coppa Volpi a Toni Servillo, miglior attore), nelle sale dal 15 gennaio.
Il presidente della Repubblica Mariano De Santis (interpretato da Servillo), vedovo, cattolico, con una figlia consigliere e custode (Anna Ferzetti, alla miglior prova attoriale) sta per terminare il settennato. Tra le ultime questioni da affrontare due richieste di grazia (un marito che ha ucciso la moglie terminale, una moglie che ha ucciso il marito torturatore). E la legge sull’eutanasia da firmare. Austero giurista, autore di un monumentale manuale di Diritto penale, cerca la verità su codici, in procedure, con i tempi della riflessione. Nessuno crede che affronterà le questioni aperte: bollano il suo stile come fuga dalle decisioni. Ma non sarà così.


Un Presidente sobrio, elegante, perché la forma è sostanza: un “memento” per la nostra classe politica. Un racconto tra pubblico e privato: il passato che imprigiona, l’amore per la moglie alla cui scomparsa non si rassegna, il sospetto per un tradimento subito, il dialogo con Dio interrotto (“quando prego mi addormento”), questioni che lo arrovellano: “di chi è il tempo?”, dove sta la verità?

Le risposte non sono nel manuale: per trovare la verità occorre l’esercizio del dubbio e l’incontro con l’altro.
Qui il cuore del lavoro di Sorrentino, con le tante accezioni del titolo, anche evangeliche. La Grazia divina, infatti, raggiunge l’uomo che cerca il vero e si da nell’incontro con Cristo, non in una teoria religiosa. Conoscere la verità rende liberi, afferma Gesù, obbedirle alleggerisce i passi, come accade al Presidente che nel film fluttua nello spazio.

Il regista abbandona l’estetica vuota di Parthenope per porre domande vere. Le “sorrentinate” non mancano, (il rapper Guè Pequeno che fissa in camera interrogandoci, un papa nero con i dreadlock in scooter, l’irriverente amica che visita l’inquilino del Quirinale per “ipotesi di cena”) ma senza tradire il suo stile ci consegna una regia trattenuta, con invenzioni risolutive del film. Come due dialoghi surreali del Presidente: ascoltiamo ma non vediamo una confessione esistenziale resa in una intervista telefonica con la direttrice di una rivista di moda, e un collegamento mancato con un astronauta in orbita nello spazio che vediamo ma non ascoltiamo.

Da sinistra: Milvia Marigliano, Paolo Sorrentino, Toni Servillo e Anna Ferzetti durante la presentazione del film a Roma il 9 gennaio scorso
Da sinistra: Milvia Marigliano, Paolo Sorrentino, Toni Servillo e Anna Ferzetti durante la presentazione del film a Roma il 9 gennaio scorso

Da sinistra: Milvia Marigliano, Paolo Sorrentino, Toni Servillo e Anna Ferzetti durante la presentazione del film a Roma il 9 gennaio scorso

(ANSA)

Un film della maturità, citazionista della sua filmografia, quasi un compimento di quelle opere in cui è rimasto più in superfice (Youth, Loro). Sarebbe un peccato incatenare il giudizio alla (grave) questione dell’eutanasia: il tema del film non è questo. La Grazia smuove da false e certezze granitiche (“Cemento armato” è, non a caso, il nomignolo presidenziale) e obbliga alla ricerca della verità dentro relazioni caratterizzate da tante forme di amore (coniugale, amicale, paterno, dei rapporti di lavoro).

Da un film non si attendono istruzioni o risposte, ma le giuste domande per accendere il desiderio della ricerca. I cristiani sanno (sempre?) “cos’è la verità”, è Cristo: spesso però mancano motore e cuore per cercare Colui che per Grazia ci viene incontro.