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Un fotogramma di Metropolis
È un film del 1927 a darci appuntamento nel 2026: Metropolis di Fritz Lang ha immaginato il futuro e gli ha assegnato una data, oggi. Lo riguardiamo nell'anno in cui percepiamo forte il timore per le macchine che come gli umani parlano, scrivono, hanno un volto umano.
A ben vedere è questo l’anno del centenario: il film infatti venne terminato nel 1926 e la prima proiezione pubblica fu a Berlino il 10 gennaio 1927. Allora durava oltre due ore ma poche settimane dopo l’uscita venne “accorciato” per la distribuzione. Per decenni quasi un quarto della pellicola venne dato per perduto. Dopo la riedizione con la colonna sonora di Giorgio Moroder (1984), il decisivo restauro del 2001, nel 2008 a Buenos Aires venne ritrovata una copia dell’originale integrale che permise, due anni più tardi, di mostrarla come negli intenti iniziali del regista.


Una locandina tedesca del film.
Lang gira il film nella Germania di Weimar, tra il 1925 e il 1926, quando la Ufa (la principale casa di produzione tedesca) sogna di competere con Hollywood e tenta con Metropolis il colpo più ambizioso: oltre un anno e mezzo di riprese, decine di migliaia di comparse, un esercito di tecnici. La sceneggiatura è di Thea von Harbou, moglie del regista e scrittrice di successo (il romanzo alla base del film uscì a puntate su una rivista popolare): a lei si deve la cifra mistica e sentimentale della vicenda, e il finale conciliatorio – il cuore che riunisce testa e mani – che Lang, più disincantato, non amava.
Sul piano tecnico il film aprì strade che il cinema avrebbe percorso per un secolo: il direttore della fotografia Eugen Schüfftan mise a punto un sistema di specchi (poi noto con il suo nome) per far convivere nello stesso fotogramma attori e modellini di città, così come la trasformazione dell'automa nel volto di Maria (con gli anelli di luce che risalgono il corpo metallico) è tra le sequenze più imitate di sempre.
E poi la città: gli scenografi Otto Hunte ed Erich Kettelhut innalzarono grattacieli, ponti sospesi, arterie verticali percorse da automobili e aeroplani, idee che Lang aveva concepito guardando New York nel 1924. Dietro quelle scenografie si avvertono le utopie futuriste del nostro architetto Antonio Sant'Elia, l'Art Déco, il sogno di una metropoli verticale: visioni che oggi non sono più fantascienza ma le nostre città.
Eppure, al suo apparire, fu un fiasco. Il film più costoso mai prodotto in Germania, che mandò quasi in bancarotta la Ufa, non ricevette alcun premio, trovò tiepido il pubblico e una critica spesso feroce. La consacrazione sarebbe arrivata più tardi: nel 2001 Metropolis sarà il primo film iscritto nel registro “Memoria del mondo” dell’Unesco, accanto alla Bibbia di Gutenberg e alla Nona di Beethoven. Non senza un’ombra: quel sogno di riconciliazione alla base del film fu ammirato in Germania dal nazismo, che si apprestava a imporre il suo contrario. La stessa von Harbou poi vi aderì, mentre il marito Lang, di origini ebraiche, prese la via dell’esilio.
E i cattolici? All'epoca una critica cinematografica cattolica strutturata non esisteva ancora – sarebbe nata incoraggiata dall’enciclica sul cinema "Vigilanti cura" di Pio XI (1936) – e la fitta trama di simboli biblici del film (la Torre di Babele, il Moloch che divora gli uomini, la falsa Maria come meretrice di Babilonia, la cattedrale del finale) fu accolta in modo differente: ambigua, edificante, confusa. Solo più tardi, ad esempio su “Civiltà Cattolica”, l’opera venne riconosciuta come poema sull'anima dell’uomo moderno.


Il modellino della parte superiore della città, conservato al Museo del cinema e della televisione di Berlino.
Metropolis non immagina un futuro migliore, ma il rovescio di un sogno: un'utopia capovolta, in cui il progresso tecnico esiste, è prodigioso, ma esige il pagamento di un prezzo disumano. La città splende in alto e divora in basso; l'uomo è ridotto a ingranaggio intercambiabile privo di nome, un numero cucito sulla tuta. Nel film il futuro non è una promessa ma un avvertimento.
La città a due piani
Lang realizza una città a due livelli: in alto le torri, i giardini, la luce; in basso le macchine, gli uomini piegati sugli ingranaggi, i turni di lavoro massacranti. Sopra si godono i privilegi, sotto si fatica per renderli possibili. E chi sta sopra non sa – o non vuole sapere – di chi sta sotto.
Ma c’è chi attraversa questi piani. Anzitutto Freder, il figlio del padrone Joh Fredersen (l’uomo che governa Metropolis dall’alto, la mente che tutto progetta). Il primogenito del magnate vive comodamente nel lusso finché, un giorno, si accorge ciò che accade nel sottosuolo e ne rimane scosso. Poi c’è Maria che nel sottosuolo raccoglie i figli degli operai, parla con i lavoratori nelle catacombe, annuncia l’arrivo di un mediatore, invita a non cedere alla rivolta. Lui scende dall'alto, lei sale dal profondo; nel loro incontro il film cerca il compimento.
La domanda della pellicola è attuale: consideriamo chi rende possibile le nostre comodità? Mentre compulsiamo i nostri schermi sappiamo di chi a mani nude e in condizione di quasi schiavitù estrae i minerali per realizzare i nostri dispositivi? Mentre consultiamo i programmi di AI sappiamo di chi nei Paesi poveri per paghe da fame etichetta manualmente i dati affinché la macchina impari? Sono ancora molti coloro che “vivono sotto”, gli scartati, come li chiamava papa Francesco, che noi non vediamo.
Il film è racchiuso in una frase ripetuta in apertura e in chiusura: «Il mediatore tra il cervello e le mani dev’essere il cuore». Il cervello progetta, le mani eseguono, ma cervello e mani non si toccano: tra i due si apre un abisso, e occorre un terzo termine per mediare: il cuore.
È un'intuizione dal sapore cristiano: «Uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini» (1 Tm 2,5): nel Nuovo Testamento quel mediatore ha un volto, è Cristo, il Figlio fatto uomo. Lang non lo nomina ma cerca, a suo modo, un cuore che riconcili ciò che l’egoismo ha diviso. Ed è ciò che fa Freder scendendo dove gli uomini si consumano per la fatica, prendendo il posto di un operaio alla macchina, sperimentando la sofferenza.
La falsa Maria e le nostre macchine
È qui che il film si fa profetico e ci tocca da vicino. In Metropolis c'è infatti un'altra macchina, che non serve per la produzione ma per ingannare: lo scienziato Rotwang costruisce una creatura artificiale e le dona il volto di Maria, la donna che tiene viva la speranza negli operai sfruttati.
La falsa Maria appare come l’originale – seduce e arringa la folla – e nessuno la distingue più dalla copia. È la minaccia dei nostri tempi: non è la macchina che calcola il pericolo, ma la macchina che somiglia all’uomo, che assume un volto e una voce per persuaderci, ingannandoci.
Quel robot che “replica” Maria è il capostipite di una stirpe. Da lui discendono il C-3PO di Guerre stellari, HAL9000 di Kubrick, i replicanti di Blade Runner, tutte le macchine che si fingono umane in tantissimi film di fantascienza.
Ma i “figli” della falsa Maria oggi non stanno al cinema. Sono infiniti e ci inquietano: pensiamo all'intelligenza artificiale che scrive testi “umani”, imita la voce di chi amiamo, fabbrica volti di persone che non esistono. Lang ha messo in scena – con un automa e il volto rubato a una ragazza – la nostra attuale vertigine: non sappiamo più se chi ci parla è autentico.
E c'è di più: la falsa Maria oggi non si limita a ingannare, ma decide al posto degli uomini, ne orienta le scelte, ne accende la rabbia. La macchina può decidere per noi?
Lang ci interroga. Chi sono, oggi, i padroni della città? Non più i signori delle ciminiere, ma i pochi che possiedono dati e algoritmi, le infrastrutture su cui passa la vita di tutti: Joh Fredersen non governa più da una torre, ma da una città fatta di server in un deserto sperduto; la ricchezza torna ad accumularsi in poche mani; le nuove materie prime le nostre informazioni. Chi sono invece i nuovi operai del sottosuolo? Ne sono già stati citati, aggiungiamo chi ci consegna pacchi e cene, chi compie per milioni di volte micro operazioni davanti ad uno schermo, chi scopre di aver perso il lavoro perché ora lo svolge l’AI. Il sottosuolo non è scomparso: ha cambiato indirizzo.
E la vera Maria, chi può essere oggi? Chi tiene viva una promessa, chi educa a distinguere il volto autentico dalla copia virtuale, chi insegna – a scuola, in famiglia, in parrocchia – che un uomo non è un dato; chi non abbandona le persone alla paura del “nuovo” o alla rassegnazione, ma attiva il loro cuore. E Freder, il figlio del padrone? Chi, stando “in alto”, sceglie di scendere e pur disponendo di potere e comodità, e non distoglie lo sguardo da chi “sta sotto”, compiendo scelte etiche e responsabili.
Il cuore, mediatore
In Metropolis gli operai, ingannati dal volto finto, distruggono le macchine e per poco non causano la morte dei propri figli nella città che si allaga: la rabbia cieca non salva nessuno. Non è spegnendo le macchine che ci si salva, nemmeno oggi. La via è un’altra.
Leone XIV nella sua prima enciclica Magnifica humanitas afferma che l’Intelligenza Artificiale porta con sé «nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». Il testo del Papa si apre con l’immagine biblica che ha ispirato anche il capolavoro di Lang: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Nel film, il grattacielo del padrone porta esattamente quel nome – Nuova Torre di Babele – e Maria, nelle catacombe, racconta agli operai quella stessa parabola. Un secolo separa le due opere ma è medesima la domanda.
Agli operai che spaccano le macchine, e noi spesso loro acritici adoratori, l’enciclica indica una terza via: «Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano». Non spegnere gli ingranaggi, dunque, ma tenere desto il cuore, perché – scrive ancora Leone XIV – «il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un'intelligenza disponibile all'ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa». Per custodirci, serve il cuore, facoltà magnificamente umana.







