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Un'immagine del documentario con l'ampolla che custodisce il sangue di San Gennaro
Da almeno quattro secoli il prodigio di san Gennaro interroga (e affascina) la cultura europea. Da Berkeley al marchese de Sade, da Montesquieu a Nietzsche, filosofi e intellettuali hanno cercato di spiegare la liquefazione del sangue custodito nelle ampolle. Charles de Brosses la definì «un graziosissimo esperimento di chimica», Goethe la lesse come una sorta di esorcismo collettivo contro la morte. C’è chi ha provato a riprodurla in laboratorio e chi ha ipotizzato che il fenomeno sia legato al calore delle mani dei sacerdoti. Eppure, ancora oggi, il prodigio rimane senza una spiegazione condivisa. Per l’antropologo Marino Niola, però, la questione non si esaurisce nell’alternativa tra vero e falso: il miracolo di san Gennaro è diventato nel tempo un grande fenomeno sociale capace di coinvolgere credenti e non credenti, fino a trasformare il santo in un simbolo identitario di Napoli. Di più, in un «Maradona della santità», come lo ha definito lo stesso Niola, ricordando anche il curioso culto di «san Gennarmando», l’ibrido mitologico nato dall’incontro tra il patrono della città e il campione argentino che regalò due scudetti alla città alla fine degli anni Ottanta. È dentro questa Napoli, sospesa tra fede e cultura popolare, storia e presente, sacro e profano, che si muove ’O Sang. Il miracolo di San Gennaro, il documentario diretto da Giovanni Troilo, prodotto da Nexo Studios e Officina della Comunicazione, che sarà nelle sale dall’11 al 15 novembre prossimo. Il film – parte del ciclo “I Misteri della Fede” di cui Famiglia Cristiana e il Gruppo Editoriale San Paolo sono media partner – racconta il rapporto profondo tra il santo e la città attraverso i luoghi, le persone e le storie che ancora oggi alimentano quella devozione.
Giovanni Troilo, da dove nasce l’idea di raccontare oggi il miracolo di san Gennaro?
«Come spesso mi accade quando mi approccio a temi così complessi, di fronte ai quali ho ovviamente un grande timore reverenziale, la prima cosa è mettersi in ascolto, per cercare di capire. Bisogna comprendere un tema così stratificato e individuare, rispetto alla narrazione che è stata fatta fino a quel momento, gli elementi più utili e interessanti da raccontare. Fin dai primi incontri abbiamo capito che occorreva concentrarsi anche sui luoghi. Uno è naturalmente la Real Cappella di San Gennaro. L’altro è una piccola chiesetta di legno, vicino al Santuario di Pozzuoli dedicato al Santo, un luogo che si è imposto nel racconto più avanti. Sono entrambi simbolici ed emblematici anche rispetto alla vita del santo, che, come sappiamo, viene martirizzato e muore proprio nell’area di Pozzuoli».
La Solfatara introduce anche il tema del rapporto tra san Gennaro e i pericoli che da sempre incombono sulla città come quello legato ai terremoti.
«Sì. Fin dai primi sopralluoghi abbiamo capito che lì c’era qualcosa di speciale. Nella storia di Napoli, ogni volta che i vulcani si fanno sentire, san Gennaro viene invocato perché possa aiutare la città a sopravvivere a quell’evento. Io avevo già lavorato molto sul Vesuvio e quindi avevo indagato alcune aree e quel tema specifico. Ma, come è accaduto in occasione delle grandi manifestazioni vulcaniche nella storia, anche oggi c’è una relazione molto forte tra il territorio e la figura del santo. A Pozzuoli, nell’area dei Campi Flegrei immediatamente vicina alla Solfatara, c’è un’intensificazione dell’attività sismica. Siamo andati a visitare alcune abitazioni e lì abbiamo visto che san Gennaro è davvero ovunque. C’è una piccola comunità che si ritrova nei giorni feriali in una chiesetta di legno, più stabile e sicura in caso di scosse a differenza della chiesa “di riferimento”, il santuario di San Gennaro alla Solfatara. Quella piccola chiesa è diventata il centro di una comunità. Abbiamo capito che una parte del racconto poteva svolgersi proprio lì».
L’altra parte del film entra invece nel cuore del culto, nella Real Cappella in Duomo e nella sua storia.
«Abbiamo seguito il lavoro quotidiano di due figure emblematiche del culto di san Gennaro: monsignor Vincenzo De Gregorio, abate della Cappella del Tesoro, e il duca Riccardo Carafa d’Andria, vicepresidente della Deputazione. Volevamo raccontare anche l’incontro tra questi due mondi e soprattutto il fatto peculiare che è alla base di tutto: il contratto del 1527 tra la città di Napoli e san Gennaro. È un vero e proprio patto nel quale la città si obbliga con il santo, chiedendogli di salvare Napoli e la sua popolazione in un’epoca di guerre, carestie e grandi rivolgimenti. In cambio, qualora il santo fosse intervenuto per salvare la città, Napoli si sarebbe impegnata a costruire e dedicargli una cappella magnifica. Da quel momento iniziano l’acquisizione dei terreni e la costruzione della Cappella di San Gennaro con il relativo tesoro. E questo impegno viene rinnovato ogni anno. Siamo ormai vicinissimi ai 500 anni da quel contratto: il 13 gennaio prossimo si ricorderà proprio questo anniversario. È un documento storico probabilmente unico, perché non era mai accaduto che davanti a dei notai un santo e una città comparissero insieme per convergere su un patto».


Il regista Giovanni Troilo
Quel contratto sembra racchiudere la natura stessa del rapporto tra Napoli e san Gennaro.
«Esattamente. La Cappella è un territorio del Comune e quindi richiama il popolo stesso di Napoli. È governata dalla Deputazione, che rappresenta gli eredi delle famiglie nobili titolari dei sedili della città. E dall’altro lato c’è la Chiesa. È un luogo fisico ma anche simbolico nel quale coesistono questi tre poteri e che da 500 anni si interfacciano e collaborano insieme per consentire che questo culto sopravviva e in qualche modo hanno fatto sì che arrivasse fino a noi intatto».
Quanto c’è di Napoli nel miracolo di san Gennaro? È possibile comprenderlo senza la dimensione partenopea?
«Io credo che siano legati in maniera indissolubile. Come dice il duca Carafa alla fine del film, in qualche modo è anche il desiderio dei napoletani che modifica nel tempo la figura di san Gennaro. C’è un rapporto viscerale tra la città e il Santo che è diventato un’icona, una delle più importanti di Napoli, e quando succede questo c’è il pericolo che si perda un po’ il sentimento più sincero e vivo della fede. In realtà abbiamo scoperto che, semplicemente, come tutto a Napoli, nulla è immutabile. Tutto evolve, tutto è fluido, proprio come il sangue che ogni volta si presenta in un modo differente. Ed è anche attraverso questo cambiamento che la città e il culto restano vivi e attuali».


Un'immagine del documentario con i preparativi per la celebrazione del miracolo nel Duomo di Napoli il 19 settembre, festa liturgica di San Gennaro
Il sangue che si scioglie diventa così quasi una metafora della città.
«Sì, e credo che sia una delle chiavi del film. Napoli cambia continuamente così come cambia il modo in cui san Gennaro viene percepito, raccontato e vissuto. Ma, paradossalmente, è proprio questo cambiamento che permette al rapporto di continuare a esistere».
Nel film entrano anche persone molto lontane dai luoghi istituzionali del culto. Che cosa cercava attraverso queste storie?
«Per mia natura e per il lavoro che scelgo di fare sono molto interessato all’umanità. Torno quindi al ritratto multiforme di questa umanità composita che si trova intorno a un tema. La città di Napoli mi affascina in modo particolare e cerco ogni volta un pretesto per offrire prima di tutto a me stesso un aggiornamento di quel ritratto. Il pretesto, in questo caso, era san Gennaro. Come in precedenza lo era stato il Vesuvio. È come se riuscissi a organizzare un’enorme riunione di condominio: metti intorno a quel tavolo tantissimi protagonisti che si confrontano su un tema e, attraverso quel tema, ti fanno entrare nell’intimità, nella cultura, nel senso più profondo di quel luogo».
Che cosa l’ha colpita maggiormente incontrando queste persone?
«La possibilità che un tema come questo ti permetta di entrare in intimità con le persone. Alla fine di lavori come questo la cosa più bella è che porti a casa tantissime amicizie».
Il documentario mostra anche una Napoli che convive con il bradisismo e con la paura delle scosse. Perché mettere in relazione il miracolo con questa dimensione di incertezza?
«Perché è una dimensione profondamente legata alla storia della città. Da una parte c’è un culto che cerca da secoli una forma di protezione, dall’altra c’è una comunità che vive concretamente dentro un territorio fragile, segnato dai vulcani e dai terremoti. Questo ci permetteva di mettere insieme tempi diversi: la memoria, la storia del santo e la vita quotidiana di persone che oggi abitano quegli stessi luoghi. E anche in questo caso san Gennaro diventa un elemento che tiene insieme la comunità».


Un momento del miracolo di San Gennaro nel Duomo di Napoli il 19 settembre 2025 con l'arcivescovo, il cardinale Mimmo Battaglia
(ANSA)Che cosa spera che rimanga allo spettatore dopo la visione?
«Ci sono più livelli. Per chi guarda da fuori sicuramente c’è il ritratto di una comunità e ci sono tanti fatti storici legati alla vita del santo ma anche alla storia di Napoli. C’è una città che ha vissuto epoche di grandissimo splendore, delle quali restano ancora tracce molto visibili e che spesso vengono dimenticate. Raccontare anche questo, secondo me, è importante. E poi c’è la possibilità di accedere a momenti del culto e, contemporaneamente, a momenti della vita privata di chi quel culto lo vive e lo custodisce. È qualcosa di prezioso».
Quindi anche per i napoletani il film può riservare qualcosa di inatteso?
«Me lo auguro. Parlando con molti amici napoletani, per esempio, mi sono accorto che la storia del contratto tra la città e san Gennaro non è conosciuta da tutti. Credo quindi che ciascuno possa trovare nel film almeno un elemento di novità».
E lei, dopo questo viaggio, che cosa ha scoperto di san Gennaro e di Napoli che prima non conosceva?
«Probabilmente che non esiste una sola Napoli. E che un tema come san Gennaro è un pretesto straordinario per attraversare tutte queste Napoli: quella della fede, quella della memoria, quella popolare, quella istituzionale, quella che vive la paura dei vulcani e quella che continua semplicemente a vivere la propria quotidianità. È questa umanità composita che mi ha interessato di più. Perché alla fine il film parla di san Gennaro, ma attraverso san Gennaro parla soprattutto delle persone e della città che continuano a tenerlo vivo».






