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La sala piena, le voci allegre, il chiacchiericcio degli amici che si sono dati appuntamento, in una serata di settembre, per raggiungere insieme in bici il cinema. Ieri sera al Palestrina a Milano si respirava attesa e trepidazione per la visione di Naza, il documentario firmato dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (già tra gli autori del premiato No Other Land) e presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria. Si respirava… partecipazione, avrebbe detto Gaber. Le persone presenti erano lì per testimoniare una vicinanza al popolo palestinese in una tre giorni evento che ha visto il film - distribuito da I Wonder Pictures - proiettato (dal 28 al 30 settembre) in 515 sale, molte delle quali sold out ancor prima della proiezione. Programmazione che, visto il successo, proseguirà anche dopo l’uscita evento.
Col buio in sala il brusio si trasforma di colpo in silenzio, quello rigoroso e rispettoso di chi sa di iniziare un racconto che non può lasciarti indifferente. 90 minuti di interviste sui tetti di Tel Aviv, in cui emergono i dettagli dei sistemi alla base dell'uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza, programmata da Israele. Militari e agenti dell’intelligence israeliana, i volti irriconoscibili nella penombra e le voci alterate per proteggerne l’identità. Il racconto è spiazzante per la lucidità con cui l'Israel Defense Forces (Idf) ha progettato e concretizzato lo sterminio di massa dei civili palestinesi dopo il massacro del 7 ottobre 2023 da parte dell’organizzazione terroristica islamista di Hamas.
Una sequenza di voci da far raggelare il sangue. Un popolo, quello della striscia di Gaza, totalmente sotto controllo: ascoltato in ogni telefonata, messaggio, pianto o risata. L’obiettivo? Uccidere i sodali di Hamas. Il risultato? Il sacrificio di migliaia di Naza, ovvero di “danni collaterali” come vengono chiamati dall’intelligence e dall’esercito israeliano o, più drammaticamente, di vittime civili. Non vola una mosca per tutta la visione, uomini e donne di tutte le età seguono rapiti dalla ferocia del racconto. Non c’è spazio per commenti o distrazioni, effusioni o popcorn. Tutti increduli fissano lo schermo, forse in attesa o con la speranza di sentirsi dire che non è vero. Che è un videogame, violentissimo, ma è un gioco. E, invece, qui in gioco c’è solo la vita di tantissimi innocenti.


Eppure questa pellicola non lascia spazio alla commozione, anzi te la secca in gola, te la sbatte in faccia. Perché commuoversi non serve a niente. Il film ti inchioda alle responsabilità e ti interroga su quelle personali, anche la tua “umano del terzo millennio”, che sei lì e ascolti. “Cosa sto facendo mentre c’è in corso una strage di massa?” ti chiede. I protagonisti del racconto non ne sembrano consapevoli, o lo sono solo in pochi casi. Certo, c’è chi tra i militari dice di non riuscire “a guardare i cani mentre sbranano i cadaveri”. Mentre sbranano i cadaveri… Ma devono arrivare lì, in fondo all’umanità per avere un sussulto… Lì dove ti porta il racconto e la storia, se in tre anni sono morte 73mila persone (e chissà quante altre mentre scrivo).


Tel Aviv sullo sfondo fa parte del dramma. A chi c’è stato, come me in viaggio di Nozze, vederla complice di questo massacro suscita una profonda nostalgia. La porta sull’oriente, la città dei giovani. A 60 chilometri dalla striscia di Gaza è bagnata dallo stesso mare. Eppure, tutto scorre… le macchine sui viadotti, la vita nelle case. La scena finale è straziante. Il processo di identificazione con quell’uomo palestinese che cerca la sua famiglia e i suoi bambini sotto le macerie ti prende le viscere di donna, di madre, di cittadina. Di uomo, di padre, di cittadino. C’è chi piange e chi continua a fissare lo schermo finché non finiscono i titoli di coda. Poi il buio, in sala e della ragione. Nessuno applaude, nessuno commenta. Non c’è spazio per l’euforia iniziale. Solo il tempo, tornando a casa, di riflettere su uno dei drammi più grandi della storia e dell’umanità.
E allora forse è proprio questo che resta, quando si riaccendono le luci e fuori dal cinema riprende la vita della città: la consapevolezza che non basta sapere. Che davanti a una tragedia di queste proporzioni non possiamo permetterci l’indifferenza, né quella comoda distanza che trasforma le vittime in numeri e la guerra in immagini che scorrono sugli schermi. A poco più di duemila chilometri di distanza quella vita che noi diamo per scontata continua a essere negata. Forse allora essere lì, in quella sala, tutti insieme, non cambia la storia, ma almeno dice da che parte stare: dalla parte di chi non vuole smettere di guardare. Dalla parte di chi, davanti a una vita spezzata, non riesce e non vuole dire: «Non mi riguarda».









