Ulisse il più astuto degli uomini. Ulisse eroe prometeico che si ribella al fato per affermare sé stesso. Ulisse simbolo dell’uomo moderno che fa affidamento sulle proprie forze negando la divinità… E se ci fosse anche un Ulisse che, nel corso della sua vita, nel lungo viaggio di ritorno verso casa, vive un’autentica conversione?

Probabilmente esiste un Ulisse per ogni lettore-spettatore, soprattutto ora che l’Odissea di Christopher Nolan ha riportato in auge uno dei capolavori della cultura classica e della civiltà occidentale. Nelle classifiche dei libri più venduti, categoria Varia, troviamo ben sette edizioni dell’opera e una dell’Iliade. E che piaccia o non piaccia la versione di Nolan, questo è senza dubbio un merito del grande regista.

Ma torniamo a noi, al nostro Ulisse e all’ipotesi di una conversione. E una conversione da intendere, in un’accezione tradizionale, come un cambiamento di direzione, dello sguardo, come indica l’etimologia di conversio. Perché nell’Odissea di Nolan, più precisamente nelle fasi finali, accade qualcosa di stupefacente: l’eroe che per tutto il film ha fatto affidamento unicamente su sé stesso, sulle proprie forze, sulle umanissime astuzie dell’intelletto e del corpo, deridendo i compagni di sventura quando lo esortano ad assecondare il volere degli dei (magari anche solo per superstizione o paura), finalmente decide o è costretto – poco cambia – ad affidarsi a qualcosa di altro da lui, che sfugge al suo controllo, che lo trascende, fino a riconoscere la necessità di recuperare la legge di Zeus.

Ancora Matt Damon, al centro, in un'altra scena del film.
Ancora Matt Damon, al centro, in un'altra scena del film.

Ancora Matt Damon, al centro, in un'altra scena del film.

(Melinda Sue Gordon)

Ma procediamo con ordine. Per tutta l’Odissea Christopher Nolan mette in scena un Ulisse uomo di grande valore, capace di risolvere i problemi, affrontare ogni situazione, ricorrendo sempre al proprio ingegno e alla propria furbizia, come il celebre stratagemma del cavallo per spezzare la resistenza di Troia. Ulisse si arrangia, fa da sé, basta a sé stesso: pensa che il suo destino dipenda dalle sue scelte, perciò non ha bisogno di appellarsi a forze esterne. Semplicemente, non crede in esse o le reputa superflue. L’Ulisse di Nolan, per 2,5 delle 3 ore di film, è una specie di eroe nietzschiano che afferma sé steso e la sua forza, in qualche modo celebra l’autosufficienza dell’uomo rispetto alla divinità. Infatti non sono mancate interpretazioni, anche autorevoli, dell’Odissea di Nolan come manifesto di un mondo “secolarizzato”, che legge l’esistenza e gli eventi solo in una dimensione orizzontale, che rinuncia a qualsiasi movimento verticale.

Poi però arriva quell’ultima mezz’ora, o quegli ultimi venti minuti, in cui questa prospettiva viene radicalmente rovesciata. Almeno in due episodi chiave.

Il primo. Ulisse è “prigioniero” di Calipso, inebetito dal loto che gli impedisce di ricordare, e non riesce a tornare a casa. Mossa a compassione, Calipso lo aiutare e recuperare il passato e quando Ulisse, ritrovato sé stesso, decide di tornare a casa, è ancora Calipso a indicargli la via: devi fare qualcosa che non hai mai fatto, gli dice, devi affidarti, devi avere fede... Proprio così: devi fare qualcosa che non hai mai fatto (finora hai fatto affidamento solo su te stesso, ora, se vuoi tornare a casa, metti da parte la tua hybris, questa superbia che ti ha sempre caratterizzato); devi avere fede (fede!). E Ulisse che fa? Costruisce una zattera con tre assi di legno e si getta in mare, si affida alle onde, a forze che non conosce e non controlla, più grandi di lui. E così riesce a tornare a casa. Interessante rilevare che il recupero della memoria e la rinuncia all’hybris diventano condizioni per realizzare il desiderio di tornare finalmente a Itaca.

Il secondo. Ulisse, tornato a casa, ancora sotto le sembianze di un mendicante, si confessa a Penelope in quella che è la scena più bella, commovente e profonda dell’intero film. Non per la potenza visiva e cinematografica, ma per la profondità delle parole. E cosa dice il nostro eroe alla donna che l’ha atteso per anni? Che ha capito di aver sbagliato tutto. A che cosa hanno portato il suo atteggiamento, la sua astuzia, la sua intelligenza, il suo fare affidamento sempre e solo su sé stesso? A nulla o, peggio, a una orribile strage (Nolan colloca i flash-back della violenta presa di Troia proprio nel mezzo della confessione di Ulisse alla moglie). L’aver violato la legge di Zeus – ammette l’eroe stanco – ha di fatto cancellato una civiltà e la nuova dovrà fondarsi proprio su questa legge, che prescrive per prima cosa l’ospitalità, l’accoglienza dello straniero, del diverso.

Così la conversione di Ulisse è compiuta. L’Odissea di Nolan si propone così come una potente metafora dell’uomo moderno, del fallimento del suo delirio di onnipotenza. L’odissea materiale che ha sperimentato ha prodotto un’odissea interiore, una conversione appunto, il cui elemento centrale è il riconoscimento della non autosufficienza dell’uomo, il suo bisogno – affinché non si risolva tutto in un disastro – di riferirsi a una trascendenza. Qui il superuomo nietzschiano si trasforma in San Paolo sulla via di Itaca.