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Una scena di Prima di noi saga familiare che racconta un secolo d'Italia su Rai 1 dal 4 gennaio
Ci sono libri che nascono spessi, non per il numero pur corposo delle pagine, ma per il loro peso specifico: Prima di noi di Giorgio Fontana è uno di questi. Si è capito subito, dalle prime pagine, al momento dell’uscita, nel 2020, che non sarebbe tramontato presto: aveva il respiro di un classico.
Il suo valore aggiunto sta anche nel fatto atto che sia nato nelle mani di uno scrittore ancora giovane, ancorché precocemente maturo, premio Campiello nel 2014 a 32 anni, con Morte di un uomo felice, capace di sfidare questa sorta di Everest di pagine con sullo sfondo quasi un secolo di storia d’Italia, dal 1917 al 2012, traendone letteratura che pare d’altri tempi. Non per caso è già diventato materia di una serie Tv, al debutto su Rai Uno in prima serata il 4 gennaio 2026, la cui trama si ferma però al 1978.


Abbiamo raggiunto Giorgio Fontana, che oggi ha 44 anni. Per capire che cosa ci sia dietro Prima di noi.
Com’è scattata e quando l’idea di un libro così impegnativo?
«Più o meno 18 anni fa mi sono trovato a pensare a un fatto realmente accaduto nella mia famiglia, un fatto che conoscevo fin da ragazzo, ma che non è di quelli che si raccontano tanto perché non molto onorevole: il mio bisnonno, come Maurizio Sartori che dà inizio alla saga familiare, aveva disertato e, ospite di una famiglia nel Friuli occidentale, durante la ritirata di Caporetto, aveva messo incinta la figlia del magliaro. Era scappato, ma poi era stato ripreso e da quell’unione è proseguita la storia della mia famiglia. Io non sapevo null'altro di questa persona ma ho cominciato a chiedermi quali emozioni provassero quel ragazzo di 18 anni e della ragazza che ne aveva 16. Come si doveva sentire uno che aveva visto l’orrore sul Carso, nel tornare a provare tenerezza e, dopo, quali paure lo hanno indotto alla fuga? Da lì una figura reale del mio passato, di cui non sapevo davvero niente, è diventata altro: non più il mio bisnonno, ma Maurizio Sartori: un personaggio di finzione che mi ha permesso di vedere in prospettiva l’inizio di una lunga storia».
Non ha temuto un avvio poco edificante?
«No, anzi. Quale modo migliore, quale modo narrativamente più fertile di cominciare un romanzo che parla del Novecento, di una famiglia, se non con un doppio tradimento? Non molto edificante certo, ma la letteratura, secondo me, non ha il dovere di esserlo: il suo compito è raccontare storie dalle quali poi ognuno trae quello che desidera».
Ci sono altri spunti reali in personaggi magari anagraficamente e storicamente più vicini a lei?
«In realtà no, anche se ho dovuto da subito sgomberare il campo, perché tutti mi chiedevano se fosse una storia vera. Chi mi diceva: “Ah, non sapevo avessi una zia anarchica, non sapevo avessi una zia musicista”. E io a ripetere che non era vero niente, che il romanzo non era affatto la storia della mia famiglia. Ci sono solo alcuni luoghi che tornano, perché fanno parte della mia esperienza e alcune mie ossessioni, come quella della letteratura. Gabriele è un po’ ricalcato sulla figura di mio nonno. Ma io come scrittore, in questo un po’ fuori dal tempo, non ho mai avuto tentazioni autobiografiche. Non penso che quello che mi è accaduto sia meritevole di essere raccontato: non c’è niente nei miei libri che io possa riscuotere come una cambiale e dire è successo veramente. La letteratura ha il dovere di essere scritta bene, di raccontare belle storie non storie vere. Prima di noi è stato una mia personale scommessa sul romanzo puro: mi piace talmente tanto inventare, che non mi lascerò togliere questo piacere infantile».
Sullo sfondo dei personaggi però c’è un secolo di storia d’Italia, maiuscola e minuscola: quanto lavoro di ricerca c'è dietro un romanzo così?
«Tantissimo. Io mi rendevo conto di avere avuto un'idea molto ambiziosa e di chiedere al lettore un credito di fiducia, perché quando affronti un periodo storico così lungo ti cali nei panni di tanti personaggi di generazioni e tempi diversi. Al lettore chiedi tanto e questo da parte mia richiedeva che lo dovessi ripagare con una ricerca il più possibile seria, profonda, attenta. Non solo per una questione di esattezza storica, che è ovviamente importante, ma proprio per assicurare la credibilità della finzione ai personaggi. Se io mi metto nei panni di un operaio saldatore di origini friulane a Sesto San Giovanni negli anni Cinquanta-Sessanta, devo dargli una vita quotidiana reale per quel tempo, anche per una questione di rispetto dell'esperienza in sé».
Quanto tempo ha richiesto?
«Anni e anni di ricerca e di studio, anche perché ovviamente coprendo tante epoche, il lavoro ripartiva ogni volta da capo. Devo dire anche che è stato molto istruttivo per me, come persona e come scrittore».
Cosa le ha lasciato un libro così a neanche 40 anni, c’è stato il rischio di sentirsi un po' svuotati e un po' arrivati?
«Quando l’ho finito mi sentivo come se avessi sollevato un elefante, anche se non ne ho mai sollevato uno. Mi sono accorto dopo, come sempre accade, di quello che ho appreso scrivendo. Quando lotti contro una materia romanzesca di questa ampiezza devi imparare così tante tecniche narrative che quando ritorni a scrivere su dimensioni più abbordabili, non dico che ti sembri facile perché non lo è mai, ma senti di avere messo nel bagaglio tante tecniche, tante sensibilità in più. Ora posso dire che questo romanzo è stato un passaggio fondamentale per la mia esperienza artistica».
Qual è stato, in questo complesso percorso, il periodo storico più complicato da indagare per trovare il realismo che una storia di questo tipo richiede?
«Per quanto paradossale possa sembrare: gli anni Novanta, che essendo io nato nel 1981 ho vissuto in prima persona: in teoria una cosa più vicina dovrebbe essere più prossima, invece è stato l'opposto, perché di colpo, improvvisamente, il grande serbatoio degli eventi storici cominciava a non darmi più benzina. Dopo le Guerre mondiali, dopo la ricostruzione, dopo gli anni Settanta, la storia che faceva da propulsore della storia, mi ha lasciato solo con i personaggi e le loro vicende private. E questo era problematico, non perché io guardassi alla storia con la S maiuscola come soggetto del romanzo, ma perché cominciavo a faticare nel calarmi nel vissuto dei personaggi in quel periodo storico: ho impiegato tantissimo a scrivere quei capitoli brevissimi in cui compaiono tutti. Invece le parti che mi hanno divertito di più sono quelle relative alla fine degli anni Cinquanta, un periodo della nostra storia “sotto-raccontato” che è stato bello studiare, sentir raccontare attraverso interviste, immaginare: davvero tonificante».
Non sarà un fatto anagrafico, legato al fatto che era un bambino negli anni Novanta? Chi era più grande ricorda il 1992 come un passaggio cruciale.
«Può essere, non me lo ero mai chiesto, ma se ripenso per esempio alle stragi di mafia, è plausibile: avevo undici anni, ricordo l’inquietudine, il fatto che se ne parlò a scuola, ma mentre il G8 di Genova o le torri gemelle sono stati ricordi diretti sulla mia pelle, quello degli anni Novanta è sfumato: sarà che ero un adolescente di provincia, non vivevo a Manhattan, ma a Caronno Pertusella. Penso che, in effetti, davvero tutti noi abbiamo una sorta di punto cieco da questo punto di vista, penso sia naturale, perché la cronaca anche di eventi forti ci arriva a un’età in cui non abbiamo li strumenti per contestualizzarli».
Che cosa le è tornato da questa sfida di carta?
«Da parte mia gratitudine, perché, nonostante il libro sia uscito appena prima del lockdown, ha continuato a essere letto. Tante persone alle presentazioni mi hanno detto: “Ci ho rivisto un pezzetto della mia storia di famiglia, cose che mi raccontavano”. Credo che questo sia avvenuto perché, pur non avendo ambizioni esemplari, racconta una storia molto italiana: di famiglia, di povertà, di migrazione interna, di ambizioni, di frustrazioni, di sconfitte, di piccole vittorie. Tutti abbiamo avuto uno zio, un nonno, un parente che se n’è andato dal suo luogo d’origine per darsi una possibilità, fosse Lombardia o Argentina, tutti possiamo riconoscerci. L'altra cosa che mi è ritornata attraverso le testimonianze di apprezzamento dei lettori, che mi ha fatto piacere e che rivendico, è la freschezza della narrazione: non è stato facile perché ho dovuto sacrificare un po’ di ricercatezza linguistica alla vivacità narrativa. Qualche critico ha giudicato, in certi punti, la lingua non all'altezza, ma è stata una mia scelta cosciente per far correre di più la trama in certi punti. Non si può a meno di non essere Tolstoj – e io non lo sono – avere il massimo della scorrevolezza e il massimo dell'intensità linguistica. Da parte dei lettori è stato bello sentire apprezzata la mia scommessa sul romanzo puro».
Ha visto l’anteprima della serie?
«Sì, ma per ragioni contrattuali ora non posso parlarne».








