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Nata nel 1959, Barbie è molto più di una bambola: è un fenomeno culturale che ha attraversato generazioni, mode, trasformazioni sociali e battaglie sull’identità femminile. La sua storia comincia grazie a Ruth Handler, imprenditrice statunitense e cofondatrice della Mattel insieme al marito Elliot Handler. Ruth osservava la figlia Barbara giocare con bambole di carta immaginandole adulte, con lavori, amori e vite indipendenti. All’epoca, però, i giocattoli per bambine erano quasi esclusivamente bambolotti neonati. Da quell’intuizione nacque l’idea di una bambola adulta che permettesse alle bambine di immaginare il proprio futuro.


L’ispirazione arrivò durante un viaggio in Europa, quando Ruth Handler scoprì la bambola tedesca Bild Lilli, destinata inizialmente agli adulti. Tornata negli Stati Uniti, la fece riprogettare e il 9 marzo 1959 Barbie debuttò alla Fiera del giocattolo di New York. La prima Barbie indossava un costume intero a righe bianche e nere, aveva una coda di cavallo bionda o mora e costava tre dollari. Il suo nome completo era Barbara Millicent Roberts, chiamata così in onore della figlia di Ruth.
Negli anni Sessanta e Settanta Barbie divenne il simbolo della donna moderna americana. Non era solo una fashion doll: lavorava, guidava, viaggiava. Nel tempo ha interpretato più di 250 professioni, spesso anticipando i cambiamenti sociali. È stata astronauta nel 1965, molto prima che le donne arrivassero davvero nello spazio, poi medico, avvocato, candidata presidente degli Stati Uniti, ingegnere informatico, pilota e scienziata.


Accanto al successo non sono mancate le critiche. Per decenni Barbie è stata accusata di proporre un modello femminile irrealistico: troppo magra, perfetta, bionda e legata alla bellezza esteriore. A partire dagli anni Novanta, e soprattutto negli ultimi quindici anni, Mattel ha cercato di trasformare il personaggio rendendolo più vicino alla realtà e più inclusivo. Sono così arrivate Barbie con diversi tipi di corporatura — curvy, petite e tall — con differenti tonalità di pelle, capelli ricci, occhi a mandorla e tratti ispirati a culture di tutto il mondo.
Negli ultimi anni l’inclusività è diventata centrale. Sono state create Barbie in carrozzina, con protesi alle gambe, apparecchi acustici, vitiligine e sindrome di Down. Recentemente Mattel ha presentato anche una Barbie autistica, sviluppata insieme all’Autistic Self Advocacy Network, dotata di cuffie antirumore, accessori sensoriali e caratteristiche pensate per rappresentare il mondo dell’autismo con rispetto e realismo.


Barbie è così passata dall’essere un ideale irraggiungibile a uno specchio della società contemporanea. Pur restando un’icona pop globale, oggi cerca di raccontare la diversità, l’inclusione e la libertà di immaginare sé stessi in modi sempre nuovi. Un percorso che il film Barbie di Greta Gerwig ha riportato al centro del dibattito culturale mondiale, trasformando ancora una volta la bambola più famosa del mondo in un simbolo del suo tempo.








