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«Sono favorevole al fatto che si trovino sempre nuove modalità per esplicitare, per esprimere, per raccontare diversità e disabilità nascoste come a volte lo è l’autismo, ma sempre tenendo presente che siamo di fronte a una semplificazione, una bambola, che sicuramente non è uno strumento esaustivo per parlare di questo tema». Non è critica la voce di Guido Marangoni, papà di Anna con sindrome di down, che sulle pagine di Famiglia Cristiana cura la rubrica La forza della fragilità e che vede in questa novità, molto discussa, del mondo dei giocattoli anche un lato positivo.
Chi critica la Barbie autistica parla di luoghi comuni.
«Se pensiamo alla Barbie in generale, qualunque modello è una semplificazione e un'estremizzazione della donna in generale. La bambola è uno strumento che semplifica molto. Non credo che si possa chiedere a un giocattolo di essere esplicativo e preciso nel raccontare che cos'è l'autismo. Lo stesso vale anche per altre bambole che sono entrate in commercio: quella con la sindrome di Down, quella in sedia a rotelle o senza gamba. Non saprei dire se è un bel modo o se è il modo giusto per affrontare questi temi, però è una via per aprire dei canali di comunicazione su un tema sempre difficile da affrontare».
Come mai tiene un tablet in mano?
«Il tablet con la “comunicazione aumentata”, per gli addetti ai lavori è un particolare che banalizza. Per chi non ne sa assolutamente nulla può spingere a farsi delle domande. Lo spettro autistico è molto ampio ed è ovviamente complicato esplicitarlo con un giocattolo. Però può essere, dal mio punto di vista, un'opportunità per aprire e creare quegli spazi dove si può parlare anche di qualche cosa che è sempre imbarazzante affrontare».
In che modo un genitore può accompagnare una figlia a comprarla una Barbie con disabilità?
«Rispondo citando la mia amica Martina Fuga che descrive il percorso fatto con sua figlia Emma nel comprare, qualche anno fa, una Barbie con sindrome di Down. “È servita a Emma per vedersi rappresentata. È servita a noi per parlare di disabilità con la sorella e il fratello. È servita nel gioco con gli amichetti e le amichette, senza spiegoni, senza discorsi difficili”. Insomma, questa mamma racconta come una bambola ha aperto quel canale di cui c’è tanto bisogno. Perché ci sono delle persone che grazie a questi dispositivi riescono a comunicare come non riuscirebbero diversamente».
I produttori dicono di essersi documentati per creare questa Barbie.
«Ho letto che Mattel ha collaborato per oltre 18 mesi con ASAN, un'organizzazione no profit che difende i diritti delle persone autistiche ed è gestita da persone autistiche. La cosa è molto interessante e sarebbe bello e importante che noi addetti ai lavori conoscessimo tutto il percorso che è stato fatto. Ecco, secondo me attivare percorsi di questo tipo di collaborazione per capire insieme cosa è bene fare, anche con un oggetto limitato come la Barbie, è una buona pratica da attivare in tutte le forme che la fantasia e creatività ci suggeriscono».




