PHOTO
Emma Dante, regista e drammaturga siciliana.
Emma Dante non è mai stata rassicurante. Il suo teatro non consola, non accarezza, non cerca consenso. L’angelo del focolare, in scena qualche mese fa al Teatro Grassi, ne è piena dimostrazione. Entra di forza, come un corpo estraneo, e da lì comincia a lavorare: scava, graffia, espone. In oltre trentacinque anni di attività Dante ha trasformato la scena in un luogo di attrito costante, dove il privato diventa politico, il familiare si fa violento e il corpo, sempre, precede la parola.
Il Leone d’Oro alla carriera, conferitole quest’anno dalla Biennale Teatro su indicazione del direttore artistico Willem Dafoe, riconosce oggi la traiettoria di una “teatrante”, come preferisce definirsi, che ha attraversato il sistema teatrale italiano senza mai addomesticarsi, portando con sé le proprie fratture e facendone, ostinatamente, materia viva di scena.
Nei suoi spettacoli, così come nel cinema e nella regia lirica, il teatro non è mai funzione o rappresentazione, ma luogo fenomenico, spazio in cui il mondo viene fatto accadere sulla scena. In particolare quella Sicilia palermitana aspra, primordiale, per certi versi fascinosa ma comunque respingente, che da territorio specifico si trasforma in metafora viscerale di un sentimento più ampio, profondamente italiano.
Poco più che maggiorenne, Emma Dante lascia la Sicilia per diplomarsi nel 1990 all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma. Il passaggio successivo è Torino, dove viene accolta dalla Compagnia della Rocca. Il contesto torinese di quegli anni rappresenta un humus fertile per un teatro d’avanguardia fortemente ancorato al presente sociale e politico. Qui prende parte a Canto per Torino, progetto di Gabriele Vacis e del Laboratorio Teatro Settimo: un vero e proprio battesimo artistico, in cui Dante interpreta, su un proprio canovaccio, una casalinga disperata alle prese con l’arredamento domestico, figura già carica di quella tensione fra quotidiano e abisso che diventerà centrale nella sua ricerca.
Dopo quell’esperienza, la scelta è netta: il ritorno definitivo in Sicilia e la fondazione della compagnia Sud Costa Occidentale. Nel 2001 debutta mPalermu, Premio Scenario e, l’anno successivo, Premio Ubu. Definito un “notturno dell’anima”, lo spettacolo segna una svolta decisiva e detta il ritmo di una Palermo metafisica che verrà poi approfondita nella cosiddetta trilogia della famiglia, di cui fanno parte Carnezzeria e Vita mia. Al centro, il circolo logoro dei legami familiari, l’attaccamento alle origini, a convinzioni granitiche che neppure il tempo riesce a erodere. Dante affronta questi temi da angolature sempre diverse, con uno stile vivo, dissacrante, a tratti iconoclasta, affidandosi a una regia attoriale che usa il corpo come catalizzatore emotivo e linguistico: luogo in cui affiorano, spesso in modo brutale, i codici di una Sicilia atrofica e sfuggente.


Lo spettacolo Re Checchinella di Emma Dante.
(ANSA)Nel corso degli anni, la sua ricerca si allarga e si confronta con territori molteplici: dai classici del teatro greco alla letteratura novecentesca. La scimia, tratto dall’omonimo romanzo di Tommaso Landolfi, è uno degli spettacoli più controversi dei primi anni Duemila, accusato di blasfemia per i temi affrontati. A questo si affiancano lavori di aperta denuncia, come Cani di bancata, invettiva contro la mafia, fino ad arrivare agli ultimi anni con la trilogia dedicata alle fiabe del Cunto de li cunti di Giambattista Basile, coprodotta con il Piccolo Teatro di Milano: un affondo oscuro e crudele nell’immaginario fiabesco, lontano da ogni addomesticamento.
Accanto al teatro, Emma Dante ha attraversato anche il linguaggio dell’opera lirica, firmando la regia di numerosi allestimenti nei principali teatri italiani, tra cui il Teatro alla Scala. Anche in questo ambito, la sua cifra non si è mai limitata a una resa illustrativa del libretto, ma ha cercato una rilettura capace di interrogare erotismo, violenza e dinamiche sociali. Parallelamente, il cinema è diventato per lei un ulteriore spazio di traduzione e riscrittura della scena teatrale, come accade in Le sorelle Macaluso e nel più recente Misericordia.
Il Leone d’Oro non arriva dunque a suggellare un percorso pacificato, ma a riconoscere una presenza che ha continuamente messo in crisi il teatro e, insieme, il mondo che quel teatro abita. Emma Dante non ha mai cercato di piacere, né di rappresentare: ha scelto piuttosto di esporsi, di restare fedele a una ferita originaria, di farne un principio di resistenza. Il suo lavoro ha schiaffeggiato dall’interno il sistema teatrale e quello sociale, senza mediazioni e senza paura, con la fierezza di chi porta con sé le proprie spaccature e decide di non nasconderle. In un tempo che tende a neutralizzare il conflitto, il teatro di Emma Dante continua a ricordarci che l’arte, quando è viva, non riconcilia: divide, costringe a guardare, lascia il segno.






