«A mettermi dietro la macchina da presa non ci pensavo proprio. Ho sempre fatto l’attore e continuo ad amare questo mestiere. Ma poi mi sono innamorato di una storia e con la casa di produzione Solea, che ho fondato con mia moglie Sandra Bonzi, abbiamo deciso che doveva diventare un film e occorreva trovare un regista. A quel punto i miei collaboratori mi hanno detto: perché non lo fai tu? E alla fine mi sono convinto. È nata così la prima esperienza di Claudio Bisio alla regia per il film L’ultima volta che siamo stati bambini, uscito il 12 ottobre 2023, tratto dal libro omonimo di Fabio Bartolomei edito da E/O.

Siamo a Roma nel 1943: tre bambini e una bambina stringono una forte amicizia, pur nella loro diversità. Riccardo è ebreo e deve indossare la stella gialla, Vanda è cresciuta in un orfanotrofio, Italo è figlio di un gerarca fascista e Cosimo vive col nonno da quando la mamma è morta e il padre è stato mandato al confino. Quando Riccardo svanisce nel nulla, gli amici scoprono che è stato portato via dai tedeschi ed è salito su un treno diretto in Germania. Il loro obiettivo è raggiungerlo e convincere i nazisti che non è davvero un ebreo e quindi riportarlo a casa. Percorrendo i binari della ferrovia, i tre amici iniziano un viaggio rocambolesco, inseguiti dal fratello di Italo, un reduce di guerra convinto sostenitore del fascismo, e da una giovane suora che ha un legame materno con Vanda. Una favola agrodolce che, attraverso lo sguardo innocente dei bambini, mostra tutte le contraddizioni e l’assurdità della guerra.

Come si è imbattuto nel libro di Bartolomei?
«Amo molto questo scrittore e avevo letto anche gli altri suoi libri, compreso quello da cui Edoardo Leo ha tratto il film Noi e la Giulia. Ho subito pensato che sarebbe stato perfetto per un film e temevo che fosse già stato opzionato, e invece era libero. Ma dal momento in cui ho cominciato a pensare al film fino alla sua realizzazione sono passati alcuni anni».

Ha avuto come riferimento qualche film in particolare?
«Sicuramente La vita è bella di Benigni, che ho amato molto, un Oscar più che meritato. Ma anche Train de vie, Il bambino con il pigiama a righe, Jo Jo Rabbit, e un altro fim con bambini protagonisti, tratto da un libro, Un sacchetto di biglie. E poi un film che non ha nulla a che fare con la Shoah, ma parla della crescita, Stand by Me, da un racconto di Stephen King. Ho anche inserito delle citazioni di quel film, come i cadaveri che i bambini scoprono lungo i binari del treno. Un gran lavoro lo ha fatto lo sceneggiatore Fabio Bonifacci, con cui collaboro da tempo e che è stato tra l’altro autore della sceneggiatura di Benvenuti al Nord e Benvenuto presidente! e di uno dei film di cui vado più fiero, Si può fare, che affronta un altro tema importante, quello della malattia mentale e della riforma dei manicomi».

Come ha scelto i piccoli attori?
«Inizialmente mi sarebbe piaciuto fossero degli esordienti. Quelli che mi proponevano le scuole di recitazione mi sembravano troppo impostati. Ho visto centinaia di bambini, ma alla fine quelli che mi hanno convinto di più avevano già lavorato nel cinema. Carlotta De Leonardis l’abbiamo vista in L’Arminuta, Alessio Di Domenicantonio è stato Lucignolo nel Pinocchio di Garrone e di recente il protagonista di Mamma qui comando io, e Vincenzo Sebastiani, che per il suo fisico massiccio è stato sempre chiamato a fare un po’ il caratterista. Quando ha saputo di essere il protagonista, era felicissimo».

È stato facile dirigere i bambini?
«I bambini mi piacciono molto e poi ho già avuto esperienza con loro quando ho condotto Kid’s Got Talent. Erano davvero bravissimi a memorizzare le loro parti. E per far familiarizzare tutto il cast, prima delle riprese ho organizzato una sorta di camp di una settimana durante il quale ci siamo divertiti molto. I bambini hanno pure imparato a montare una tenda, come poi accade anche nel film, e a prendere dimestichezza con la gallina, che ha un ruolo importante nella storia».

Il film esce nei giorni dell’anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma, avvenuto sabato 16 ottobre 1943. È importante tenere viva la memoria anche con il cinema?
«Assolutamente sì. E ci tenevo a… La consulenza della comunità ebraica è stata fondamentale e ho parlato anche con alcuni scampati alla razzia del ghetto e con i sopravvissuti dei campi di sterminio, tra cui Liliana Segre, a cui il film è piaciuto».

Lei ha presentato il film in anteprima al Festival di Giffoni a una platea di ragazzi: come lo hanno accolto?
«A Giffoni ci sono state due proiezioni, una al mattino per i ragazzi e una al pomeriggio per il pubblico generico. I ragazzi erano spettatori attivi, commentavano con esclamazioni e battute i momenti più comici e drammatici, insomma erano molto coinvolti. Il pubblico degli adulti manteneva un silenzio commosso, ho visto spuntare anche dei fazzoletti. Lo immagino come un film che possa unire le famiglie e stiamo già prendendo accordi per farlo poi girare nelle scuole».

La figura della giovane suora che nel percorso vacilla nella sua vocazione c’era già nel libro?
«Sì, anche se mi sono concesso una piccola licenza romantica, una cosa curiosa: la bambina che interpreta Vanda viene dall’Abruzzo, per la precisione da Spoltore, come il suo personaggio, ed era lei che faceva da coach a Marianna Fontana, attrice salernitana, per insegnarle la cadenza dialettale abruzzese».

Ha recitato in altri film ambientati durante la Seconda guerra mondiale, Mediterraneo, La tregua, Scemo di guerra: qui si ritaglia il ruolo di un gerarca ottuso e ridicolo. Ma erano davvero così i fascisti?
«Guardando i filmati dell’epoca, in particolare quelli su Mussolini, i fascisti appaiono davvero ridicoli, con quelle pose artificiose, mascella in fuori, occhi che roteano, quasi una caricatura di sé stessi».

Ci ha preso gusto a stare dietro una macchina da presa e ha già in mente un nuovo progetto?
«L’esperienza della regia mi è piaciuta, mi sono sentito molto responsabile, è un gran lavoro e non escludo di ripeterlo se troverò il progetto giusto. Intanto faccio il produttore, cercando di dare delle opportunità anche ai giovani. Ma se dovessi tornare indietro diventerei un montatore: è un mestiere molto affascinante, è lui il vero creatore di un film».